tre poesie di italo testa

Gli altri

Hai visto gli altri in fondo al giardino
l’uomo in divisa che pianta la tenda
quello è tuo padre, sorpreso si volta

e scarica l’arma, brilla nel piombo
la fronte dell’ombra che al suolo ricade
e nella sabbia conficca la lama.

Hai visto nella luce del prato
la maestrina distesa e morente
la ferita del ventre si allarga

e combacia con il taglio di vita
l’apertura che al mondo ti invita
ad uscire dall’incavo al giorno.

Hai visto a brevi tratti sul verde
dissolto da un moto o un respiro
uno che lento si porta nel mezzo

quello è tuo figlio, col sangue alla bocca
schiude i passaggi, ripete l’oblio,
simula un gesto e addenta un papavero.

* * *

Le cose

Ma questo sogno che cadano i denti
una volta ogni due, tre mesi,
e tutti a far finta di niente,
che poi, a tradirci, sono le cose;

la luce intermittente degli allarmi
ci sorprende, irrigiditi, tesi;
il neon che manda lampi sulle scale
ci fissa a un’istantanea delle cose.

La chiave, quando scatta nella porta,
fa scorrere le palpebre sugli occhi,
e l’airbag che tutto a un tratto esplode
ci invita a smarrirci tra le cose;
e l’altro sogno di non arrivare
mai in nessun luogo, da qualche parte
dove valga la pena di fermarsi,
di segnarsi, piegarsi a caso,

imparando attenti a respirare,
e a stringersi negli spazi vuoti
se abbagliati dai fari sulle strade
cediamo all’assedio delle cose.

(da “Biometrie”, Manni, Lecce 2005)

* * *

Un luogo qualunque
…o nella luce artificiale
di un neon credere che la notte
non sia notte, il verde non scintilli
immune da ogni nostro sguardo,
le merci esposte nel silenzio
di una vetrina siano lo sfondo
del nostro tranquillo sovrastare,
del dominio saldo della specie:

e quando nelle insegne  luminose
che ritmano i grani dell’asfalto
hai visto il segno certo, il richiamo
ribattuto da ogni nostro passo,
o in una vetrina, controluce
hai scorto sul ripiano le pose,
le ossa spigolose del suo corpo
segnarti senza più un riparo,
come il giorno che stesa sul letto
ti sei girata, tranquilla, e hai visto
le grate che spartivano il vetro,
e alzandoti di scatto hai detto
che non sarebbe successo niente,
che tutto era ancora intatto
e mentre ti guardavo in silenzio
sei sparita nell’angolo cieco:
allora ho visto che nulla torna,
che la fragilità ci insidia
dall’interno, dentro le giunture,
s’insinua nelle vene, riveste
la piega opaca dei discorsi,
allora, chiamandoti in disparte
a fianco del letto avrei atteso,
la pelle a toccare il marmo freddo,
che tutto fosse tornato a posto,
il braccio nascosto tra le gambe,
la luce sulle mie cosce nude,
la mano a coprirti il pube:»

(da “La divisione della gioia”, Transeuropa, Massa 2010)
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