dunarobba

“Cinque millimetri all’anno”, dice la guida.
Io calcolo intanto – un metro in due secoli
millenni perché questo cemento color cenere
stringesse la morsa attorno ai tronchi
milioni perché questi corpi immensi
(non riesco a pensarli cadaveri: il legno profuma
di resina è ancora pasto appetibile per generazioni
di vespe nere) si ricongiungessero alla luce
e al vento che ora li consuma – briciola
dopo briciola. “Un essere vivente” spiega ancora
“è tale se reagisce agli stimoli” mostrando
un’estensione orizzontale (ramo? radice?)
l’ultimo spasimo dell’agonia. Fa molto caldo
il mio corpo traspira. L’erba calpestata
torna alla verticale. Non c’era l’uomo
– penso io stavolta – l’Erectus non aveva
abbandonato la culla africana. Molluschi
gasteropodi sono conservati nel museo.
“Ambiente salmastro” la didascalia “popolato
di libellule” – e aggiunge: “insetti tra i più
primitivi” – immutati fin dall’Ordoviciano
le ali incapaci a chiudersi in posizione di riposo
ancor oggi legati all’amnio acquatico
in ogni fase del ciclo vitale. (E dunque
da dove questa febbre – quest’entropia
questa fuga da sé?). Polvere rossa
ci raggiunge dalla fabbrica di laterizi.
La foresta svanisce poco a poco – la mano
incendiaria dell’Homo Sapiens è solo parzialmente
responsabile. Presto gli antichi giganti
saranno polvere infeconda – morta
perché viva mai trasmutata in lignite
mai consegnata all’eternità minerale.

(Non so se fosse martora o faina
l’abbiamo scambiata per gatto
chiedendoci perché rimanesse fermo
nel bel mezzo della carreggiata. Solo dopo
abbiamo notato la coda la zampa rattrappita
mentre riguadagnava a fatica le frasche
rivolgendoci un ultimo sguardo del tutto
privo di emozioni riconoscibili).

* * *

In località Dunarobba, presso Avigliano Umbro, provincia di Terni, è conservato uno dei più straordinari reperti paleontologici d’Italia: un’intera foresta di sequoie del Pliocene (circa 2 milioni di anni fa). Il sito è noto con il nome di “foresta fossile“, peraltro scorretto: i tronchi non si sono fossilizzati, bensì, ricoperti di uno strato d’argilla proveniente da un vicino lago, si sono mummificati. Il legno è ancora tale e può persino bruciare (alcuni vandali, anni fa, ne incendiarono alcuni).
La foresta è stata portata alla luce circa trent’anni fa, grazie agli scavi effettuati da una vicina fabbrica di mattoni. Da allora, i tronchi sono andati incontro a un progressivo decadimento, che nessun intervento è mai riuscito a fermare, né tantomeno a rallentare.
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5 thoughts on “dunarobba

  1. che cosa suggestiva e infinitamente triste…
    che versi intensi, appassonati, trepidi…
    e quella non so che, maartora o faina… che quadro!
    Sei proprio grande, sai?
    (tanto non ti monti la testa… e pure setela monti…tutto ok!)

  2. è una linea a cui sto cercando di tornare.
    una poesia meno ermetica, più distesa e narrativa, più “oggettiva” per così dire, con più realtà dentro.
    animali, cose, piante. basta con gli esseri umani, basta con anime e cuori. ne abbiamo già avuto abbastanza, no?

  3. Caro Sergio, ho letto la tua bella poesia (descrive in maniera coinvolgente ma senza retorica fatti ed emozioni) su Dunarobba, che mi ha fatto commuovere e ricordare il giorno in cui, vari anni fa, andai anch’io in quel luogo che non può non affascinare chi lo visita (scrissi anch’io, ricordo, una poesia e feci un disegno che ti risparmio) e procurargli sensazioni al tempo stesso inquietanti e amare. Mi piace però regalarti un sorriso facendoti immaginare, attraverso le mie parole, la scena di me che quel giorno mi ritrovai ( essendo un po’ imbranata per definizione) con una scarpa affondata in un fango tanto vischioso da rendermi impossibile recuperarla, a causa dell’effetto ventosa, e che forse sarebbe rimasta anch’essa lì per millenni se mio figlio Francesco, che era allora un ragazzo, e l’amica sorprendentemente forzuta, che erano venuti con me, non l’avessero recuperata a fatica mentre, con un piede sospeso in aria, assistevo senza sapere se ridere o piangere (anche perché fra i tre avevo io sola la patente ed eravamo andati lì con la mia storica 500) a tale scena. Un saluto Vittoria

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