il cuore umano del contrabbasso (per Charlie Haden)

* * *
Venerdì scorso, 11 luglio 2014, se n’è andato, a settantasei anni, Charlie Haden.
Non sto a spiegarvi chi era, tanto di necrologi sul web ce ne sono a bizzeffe. Vi risparmio coccodrilli, discografie consigliate e memorie personali. Lascio la parola ad altri.
I più fedeli tra i miei ventiquattro lettori ricorderanno che tempo fa mi ero cimentato in qualche prova di traduzione dello splendido romanzo jazz di Rafi Zabor “The Bear Comes Home”. Bene, nel libro compaiono diversi personaggi reali, tra i quali Haden, protagonista di una delle sequenze più estese e più riuscite: quasi quaranta pagine, che descrivono una lunga seduta di registrazione.
Ne traduco qui sotto due brevi estratti.
So long, Charlie.
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Mentre l’Orso si faceva stada nel corridoio, osservava la scena come se stesse esplorando il posto in cerca di pericoli. Non si vedeva nessuno. Un tizio magro, dall’aria allarmata, con una camicia a quadri, capelli ben tagliati e barba, azionava un cursore su un pannello di controllo che sembrava la plancia di comando dell’Enterprise, e il suono del contrabbasso di Charlie Haden arrivava dagli enormi altoparlanti attaccati al muro, sopra la finestra panoramica che si apriva sulla sala di registrazione. L’Orso si curvò per guardare dalla finestra – era posta un paio di scalini più in basso del pannello di controllo – nello studio e vide Charlie Haden curvo sul suo strumento – un contrabbasso francese, si accorse l’Orso, del tardo diciottesimo secolo. Vide la batteria di Billy [Hart] in un gabbiotto dietro Haden, dall’altra parte della grande sala rivestita di legno di pino, dall’asimmetrica forma ottagonale – c’era talmente tanto legno grezzo che l’Orso poteva sentirne l’odore così chiaramente da sapere che non era soltanto pino – distingueva almeno due altre distinte linfe ma non poteva dar loro un nome con tutto quel poliuretano di mezzo, e poi lui era un orso di città e non conosceva abbastanza nomi di alberi. Cercò con lo sguardo Billy, ma il batterista non si vedeva da nessuna parte.
“Mi chiamo James”, disse il tecnico del suono, guardandolo in su dal pannello di controllo. “Sto controllando un po’ di livelli”.
“Ciao”, disse l’Orso. “ Anch’io”. Adesso si sentiva abbastanza a suo agio da ascoltare ciò che faceva Haden. Il contrabbassista stava scendendo ciclicamente con una serie di triadi, la tonica pefettamente intonata e le note superiori rese infinitesimamente crescenti, per dare agli accordi un tono indagatorio. Quando Haden arrivò al fondo del ciclo, staccò una di quelle sue note basse che sembravano arrivare dal nocciolo terrestre e la piegò con un potente lavoro di dita, finché la nota si inarcò in una tale bellezza da devastare il cuore di un Orso ormai completamente assorto. L’Orso non poteva quasi credere si stare davvero per suonare con lui.
“Ehi, man”, la voce di Haden gli arrivò dagli altoparlanti. L’Orso aprì gli occhi e vide Haden che gli sorrideva dietro il vetro. “Hai già ucciso qualcuno oggi?”
“È ancora presto”, disse l’Orso.
“Eh?”
“Aspetta, ti apro un microfono”, disse James dalla sua postazione.
“Nah”, disse l’Orso, spinse la pesante porta della sala di controllo e avanzò lentamente nello studio vero e proprio. Haden stava inclinando delicatamente il suo contrabbasso su un fianco, appoggiandolo su un rettangolo di tappeto. Il contrabbassista lo guardò dal basso in alto e sorrise.
L’Orso aveva visto un sacco di persone venirgli incontro nel corso degli anni, ma nessuno l’aveva fatto come Charlie Haden. Di solito, specialmente ai primi tentativi, c’era qualcosa di terrorizzato in loro, fosse o no coperto dall’ironia o dalla spavalderia, ma Haden, così come alla prova dell’altro giorno, gli venne incontro in maniera più semplice di quanto qualunque altro umano avesse mai fatto, con un sorriso socievole che gli ammorbidiva i lineamenti e uno sguardo di interesse negli occhi. Haden sporse la mano e l’Orso la prese saldamente con la zampa.
“È davvero un piacere vederti, man”, disse Haden con la sua ondeggiante voce di tenore.
“Non sono…” cominciò a dire l’Orso, il suo solito riff, ma poi lasciò perdere. “È bello essere visto. Voglio dire è bello vederti. Tutti e due. Insomma”. Haden era una delle poche persone che avesse mai conosciuto, ad avere il potere di disarmarlo in modo più o meno totale.
Sbrigati i preliminari, Haden concesse a un ghigno diabolico di sbucare e distendersi sui suoi lineamenti. “Ho suonato con un sacco di animali, man, ma questa è veramente la prima”.
L’Orso si unì alla sua risata senza pensarci due volte. Il nostro primo duetto.
All’improvviso Haden fu preso da un pizzico d’ansia. “Non volevo intendere niente di offensivo”.
“No, va bene”, gli disse l’Orso. “Ho capito. So che cosa volevi dire”.
“Avevo paura, ehm, di aver fatto quello che si potrebbe definire un’affermazione umanista”.
L’Orso fu costretto a ridacchiare. “È la prima volta che sento questa parola usata in quel senso”, disse.
“Beh, non sarà l’ultima”. Haden annuì con una certa serietà meditativa.
* * *
[…]
* * *
“Buono”, disse Hatwell. “Siamo già più o meno a metà del disco”.
“Charlie”, chiese l’Orso. “E se suonassimo un duo su qualcosa di lento e poi ci prendessimo una pausa?”
“Buffo”, rispose Haden. “Dopo aver quasi fatto quella prova, l’altro giorno, ho scritto una ballad per te nella mia camera d’albergo. Vuoi darci un’occhiata?”
Lo suonarono insieme, dopo tre false partenze in cui l’Orso non riusciva a trovare il modo migliore per fraseggiare la melodia scritta da Haden. Una volta che si fu sciolto per bene, l’Orso si lasciò blandire dal lirico tocco di Haden sulle corde fino a mari più profondi di quelli che attraversava di solito. Ogni volta che l’Orso suonava una melodia, Haden trovava sul contrabbasso qualcosa di più grande da dire al proposito e l’Orso doveva sottomettersi all’autorità di ciò che gli veniva proposto. Haden lo circondava come un’orchestra di contrabbassi, adescava musiche sconosciute dalla sua luce vitale, lo costringeva ad acconsentire a una bellezza che stava oltre l’orlo dei suoi limitati problemi momentanei. L’Orso suonava bene? Può darsi. Stava sui cambi d’accordo? In effetti, l’Orso pensava di sì. Quando l’Orso si fermò, Haden prese un assolo, accarezzando fuori dalle corde una ricchezza melodica che era un tributo alla bellezza del basso e alla sua profonda natura umana. Di conseguenza, quando Haden finì il suo assolo, l’Orso suonò il tema scritto da Haden con inusuale accuratezza e modestia, e tutto fu finito.
“Oh, man”, disse Haden dopo la necessaria pausa.
“Davvero?” disse l’Orso. “Era proprio così buono?”
Tutti erano d’accordo, perlomeno, che fosse ora di una pausa. Pareva che qualcuno avesse ordinato del cibo cinese e Charlie voleva assicurarsi che ci fossero abbastanza verdure. L’Orso voleva mangiare qualcosa?
“No”.
Parecchie persone uscivano per andare al bagno e alla macchinetta del caffè. L’Orso non voleva nulla di entrambi. Notò di non avere necessità fisiche: niente fame, nonostante non avesse preso niente dopo il caffè e le ciambelle della mattina, nessun bisogno del bagno nonostante i precedenti minacciosi gorgoglii e la quantità di caffè forte e nero che aveva ingoiato a colazione. Non sembrava avere alcun tipo di bisogno. Nemmeno alcuna emozione riconoscibile. Senza dubbio se non avesse dovuto suonare il sassofono non avrebbe nemmeno respirato.
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3 thoughts on “il cuore umano del contrabbasso (per Charlie Haden)

  1. oh che bello!
    Aspettavo questo seguito.
    Non ho ancora letto… è il seguito, vero?
    beh, ora leggo…
    Tanto non posso muovermi!
    Queste sì che sono vacanze in totale panciolle!
    Viva il menisco!

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