lettera d’amore in forma di lipogramma

Traccia

Sulla sua bacheca Facebook, Antonio scrive:

“PICCOLA SFIDA. L’ultima volta, al mio corso di scrittura, in vista di San Valentino, ho dato questo compito. Scrivere una lettera d’amore di almeno 1500 battute dalla quale siano completamente bandite le espressioni “ti amo”, “ti voglio”, “ti voglio bene”, “mi manchi”, “ti penso”, “senza di te”, “ho bisogno di te”, “mi fai morire” e qualsiasi altra banalità o frase fatta. I ragazzi ci hanno provato ma poi si sono arresi. Mi chiedevo, qualcuno là fuori ci vuole provare?”
* * *
Svolgimento (2645 caratteri)
Il fatto è che non ti vedo da due mesi.
Due mesi, dodici giorni; più qualche ora, un po’ di minuti e parecchi secondi.
Se vuoi la data: tre febbraio. Stazione Centrale. Undici e zero tre.
C’era tutta quella gente, migliaia di persone, traiettorie casuali che si incrociavano. Poi c’eri tu. Che invece venivi dritta verso di me. Dritta, senza deviazioni. Prima ancora di vedermi.
Vienimi a dire che è un caso: tu andavi in una direzione, lungo una qualunque delle infinite traiettorie possibili, e in fondo alla traiettoria c’ero io. Dai, dimmi che è un caso. Dimmelo.
No, ricominciamo. Non ti vedo da più di due mesi.
Mi mancasse un braccio, un occhio, una gamba, passi. Ma non questo.
Che poi, è inutile nasconderlo: sì, ti guardavo le gambe. Oh, io non posso farci niente se hai le gambe che hai. E anche le tette; sì, lo so: non ti piacciono, il complesso del seno piccolo, vabbè, ma il modo in cui stanno su i tuoi capezzoli, dico, solo loro, eh? E non mi venire a dire che portavi un maglione, certe cose le so e basta.
Ma mi sono perso, doveva essere una roba romantica. Sono stato romantico? Mi sa di no.
Dunque, non ti vedo da due mesi; due mesi e rotti. Non so quano ti rivedrò. Non so nemmeno se, a dirla tutta.
La soluzione più razionale dovrebbe essere smettere di pensarti. Ci ho provato. Ho provato anche a scriverlo sul frigorifero, sai quei post-it che non uso mai? “Smetto quando voglio”. Così ho scritto.
Smetto di pensarti. Smetto di respirare. Smetto di farmi prudere l’alluce; così, per un atto di volontà.
Che poi, tu mi parlavi di qualcosa, è vero? Cos’è che avevi visto, una mostra? Una bella mostra, scommetto, se ci sei andata tu doveva essere bella per forza. Io annuivo. E pensavo all’ultima volta che avevo dormito in quello spazio fra il seno destro e il sinistro dove c’è, precisa precisa, la forma della mia guancia. E vienimi a dire che è un caso, dai, vienimelo a dire.
Tre febbraio, Stazione Centrale.
Abbiamo parlato per un’ora e undici minuti, compreso il tragitto fino al binario e le parole che ti ho detto mentre ti baciavo.
Un’ora e undici minuti; se non vogliamo considerare le tre ore che ho passato con la mano incollata al naso, mentre il tuo profumo a poco a poco svaniva dalla punta delle dita, dal palmo, poi dal centro del palmo, poi più niente. Quello non è un dialogo? Non so, discutiamone.
Basta così. Io ti saluto. Smetterò di pensarti prima o poi. Smetterò di pensare alla curva della tua schiena e alla pressione dei tuoi fianchi contro le mie mani, ai tuoi capelli sulla mia faccia e a come mi facevano il solletico e cercavo di non ridere, per non rovinare tutto.
Smetterò di respirare.
Ciao. Basta così.
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