io, noi, voi

Dante, aprendo la Commedia, scrive:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura.

Il poema, pur così potentemente pervaso della personalità dantesca, si pone da subito in un’ottica collettiva. Il mi è in realtà – allegoricamente – un ci, e la vicenda individuale si amplifica in una universale.

Una cinquantina d’anni dopo, Petrarca apre il Canzoniere con:

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva il core
in sul mio primo giovenil errore…

L’unità del “noi” si è scissa in una diade voi / io, dove è l’Io a raccontare la propria esperienza, proponendola all’ascolto di un Voi esterno. L’identificazione è solo ipotetica, ottativa, basata sulla consonanza di esperienze individuali (“ove sia chi per prova intenda Amore / spero trovar pietà”).
(Dove invece i “fedeli d’amore” stilnovistici erano un gruppo accomunato già in partenza da una consonanza innata: il “cor gentile”, al quale Amore “rempaira […] come l’augello in fronda”).

Ecco, quello che è successo in quei cinquant’anni è stato definitivo, almeno per la tradizione lirica occidentale. Tutti i tentativi di scardinarlo, finora, sono andati a vuoto.
Nous sommes Petrarca, che ci piaccia o no.
(E a me non piace granché).

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