esili

Scritta nel 1843 dal poeta romantico Antônio Gonçalves Dias (1823-1864), la Canção do exilio è considerata uno dei testi fondanti della poesia brasiliana. Esprime il rimpianto per un Brasile idealizzato, terra edenica e meravigliosa.
La citazione in esergo è tratta dalla celebre poesia che Goethe, nel Wilhelm Meister, dedica alla Sicilia.

Canzone dell’esilio

Kennst du das Land, wo die Citronen blühen,
Im dunkeln die Gold-Orangen glühen,
Kennst du es wohl? – Dahin, dahin!
Möchte ich… ziehn.
Goethe

La mia terra ha palmeti
dove canta il Sabiá;
gli uccelli, che qui gorgheggiano,
non gorgheggiano come là.

Il nostro cielo ha più stelle,
i nostri verzieri hanno più fiori,
i nostri boschi hanno più vita,
la nostra vita più amori.

Nella notte, solo e assorto,
il mio piacere cerco di là;
la mia terra ha palmeti
dove canta il Sabiá.

La mia terra ha splendori,
che non trovo uguali qua;
nella notte, solo e assorto,
il mio piacere cerco di là;
la mia terra ha palmeti
dove canta il Sabiá.

Non permetta Dio che io muoia
senza prima tornare là
e godere gli splendori
che non trovo di qua,
senza rivedere il palmeto
dove canta il Sabiá.

* * *

Come tutti i testi celeberrimi, generò una serie di imitazioni e di parodie. La prima che vi propongo è opera del poeta modernista Murilo Mendes (1901-1975).

Canzone dell’esilio

La mia terra ha mele della California
da dove cantano gaturamos di Venezia
I poeti della mia terra
sono negri che vivono in torri d’ametista,
i sergenti dell’esercito sono monisti, cubisti,
i filosofi sono polacchi che vendono a rate.
La gente non può dormire
per gli altoparlanti e le zanzare.
I sururu in famiglia hanno per testimone la Gioconda.
Io muoio soffocato
in terra straniera.
I nostri fiori sono più belli
i nostri frutti più saporiti
ma costano centomila réis la dozzina.

Ah come vorrei succhiare una carambola di verità
e sentire un sabiá con certificato d’età!

* * *

Questa, invece, è di Carlos Drummond de Andrade (1902-1987).

Nuova canzone dell’esilio

Un sabiá nel
palmeto, lontano.

Questi uccelli cantano
un altro canto.
Il cielo scintilla
su fiori umidi.
Voci nel bosco
e il più grande amore.

Solo, nella notte,
sarei felice:
un sabiá,
nel palmeto, lontano.

Dove tutto è bello
e fantastico,
solo, nella notte,
sarei felice.
(Un sabiá nel palmeto, lontano.)

Ancora un grido di vita e
tornare
dove tutto è bello
e fantastico;
il palmeto, il sabiá,
la lontananza.

* * *

Sempre Carlos Drummond de Andrade cita la Canzone dell’esilio nel finale di quest’altra sua poesia.

Europa, Francia e Bahia


I miei occhi brasiliani che sognano esotismi.

Parigi. La Torre Eiffel piena di antenne come un granchio.

I pontili ammuffiti di libri ebrei

e l’acqua sporca della Senna che sgocciola saggezza.

Il salto della Manica in un secondo.

I miei occhi spiano occhi inglesi che vigilano sulle banchine.

Tariffe banchi trust fabbriche.

Milioni di schiene accovacciate in colonie lontane formano un tappeto

da calpestare per la sua Graziosa Maestà Britannica.

E la luna di Londra come un rimorso.

Sottomarini inutili tagliano mari sconfitti.

La prudente nave tedesca esporta dolicocefali rovinati.

Amburgo, ombelico del mondo.

Uomini dalla testa rotta meditano di rompere la testa altrui

entro pochi anni.

L’Italia esplora coscienziosamente vulcani cancellati,

vulcani che non sono mai stati accesi

se non nella testa di Mussolini.

E la Svizzera candida si offre

in una collezione di cartoline di altitudini altissime.

I miei occhi brasiliani si ammalano di Europa.

Non c’è più Turchia

l’impossibilità dei serragli sgretola erotismi prossimi a decollare.

Ma la Russia ha i colori della vita.

La Russia vermiglia e bianca.

Soggetti con uno strano brillio negli occhi creano il film bolscevico

e nel tumulo di Lenin a Mosca sembra che un cuore enorme

stia battendo, battendo

ma non batte mai come quello della gente…

Basta!
I miei occhi brasiliani si fanno malinconici.

La mia bocca cerca la “Canzone dell’esilio”.

Com’è che faceva la “Canzone dell’esilio”?

Ho tanto dimenticato la mia terra…

Ah, terra che ha palmeti

dove canta il sabiá!

* * *

E ora, è la volta del quasi-omonimo Oswald de Andrade (1890-1954).

Canzone del ritorno in patria

La mia terra ha palmares
dove gorgheggia il mare
i passeri qui
non cantano come quelli di là
la mia terra ha più rose
e quasi quasi più amori
la mia terra ha più oro
la mia terra ha più terra
oro terra amore e rose
amo tutto di là
non permetta Dio che io muoia
senza tornare là
non permetta Dio che io muoia
senza tornare a San Paolo
senza che riveda la Rua 15
e il progresso di San Paolo.

* * *

E per finire in bellezza, una rivisitazione in musica, a opera di Tom Jobim e Chico Buarque (clicca qui per ascoltare).
Per inciso, poco dopo che il pezzo fu composto, Chico Buarque venne costretto ad andare veramente in esilio, per sfuggire alla dittatura militare che attanagliava il suo paese. E il rimpianto del Brasile perduto, da poetico, si fece reale…

Sabiá

Tornerò
So che ancora tornerò
Nel mio posto
È stato là e ancora sarà là
Che ascolterò
Cantare una sabiá

Tornerò
So che ancora tornerò
Voglio sdraiarmi all’ombra
Di un palmeto che non c’è più
Cogliere il fiore che non fiorisce più
E che un amore
Forse possa spaventare
Le notti che non volevo
E annunciare il giorno…

Tornerò
So che ancora voglio tornare
Non sarà invano
Che ho fatto tanti progetti
Di ingannarmi
Come ho fatto inganni
Per incontrarmi
Come ho fatto strade
Per perdermi
Ho fatto tutto e niente
Per dimenticarti

Tornerò
So che ancora tornerò
Ed è per restare
So che l’amore esiste
Non sono più triste
E la nuova vita sta per cominciare
E la solitudine finirà

 
(P.S.: Tutte le traduzioni sono mie)
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