oltre l’amore_quattro poesie di Carlos Drummond de Andrade

Essere

Il figlio che mai ho fatto
oggi sarebbe un uomo.
Corre dentro la brezza
senza carne, né nome.

Certe volte lo incontro
in incontri di nuvole.
Alla mia spalla appoggia
la sua nessuna spalla.

Interrogo mio figlio
oggetto tutto d’aria:
in che grotta in che guscio
astratto ora cadi?

Là dove io giacevo,
mi rispondeva l’alito,
tu non mi percepisti
anche se ti chiamavo

come ancora ti chiamo
(oltre, oltre l’amore)
dove il niente, ed il tutto,
aspira a crearsi.

Il figlio che mai ho fatto
si fa da sé medesimo.

* * *

Un bue vede gli uomini

Così delicati (più di un arbusto) e corrono
e corrono da una parte all’altra, hanno sempre scordato
qualcosa. Certamente, gli manca
non so che attributo essenziale, sebbene si presentino nobili
e gravi, a volte. Ah, spaventosamente gravi,
perfino sinistri. Poveretti, si direbbe non ascoltino
né il canto dell’aria né i segreti del fieno,
e nemmeno sembrano accorgersi di ciò che è visibile
e comune a ciascuno di noi, nello spazio. E diventano tristi
e a forza di tristezza arrivano alla crudeltà.
Tutta la loro espressione risiede negli occhi – e si perde
in un semplice abbassare di ciglia, in un’ombra.
Niente nei peli, nelle estremità inconcepibilmente fragili,
e quanta poca montagna c’è in loro,
e che magrezza e che rientranze e che
impossibilità di organizzarsi in forme calme,
permanenti e necessarie. Hanno, forse,
una certa grazia malinconica (un minuto) e con ciò si fanno
perdonare l’agitazione fastidiosa e il traslucido
vuoto interiore che li rende così poveri e bisognosi
di emettere suoni assurdi e agonici: desiderio, amore, gelosia
(che ne sappiamo noi?), suoni che si sbriciolano e cadono nel campo
come pietre afflitte e bruciano l’erba e l’acqua,
e difficile, dopo, è ruminarci la nostra verità.

* * *

Officina irritata

Io voglio scrivere un sonetto duro
come nessun poeta ha mai osato.
Voglio dipingere un sonetto scuro
d’ardua lettura, secco e soffocato.

Dal mio sonetto voglio, nel futuro,
che nessuno mai venga consolato,
che con fare maligno ed immaturo
al tempo stesso sia, e non sia stato.

Questo verbo antipatico e impuro
saprà d’aspro e dolore sul palato,
tendine di Venere al pedicure.

Ignoto a tutti, colpo contro il muro,
cane che piscia nel caos, però Arturo,
chiaro enigma, resti meravigliato.

* * *

Confessione

Non ho amato abbastanza il mio simile
non ho tolto il verme né curato la rogna.
Ho solo profferito qualche parola
melodiosa, tardi, tornando dalla festa.

Ho dato senza dare e baciato senza baci.
(Cieco è forse chi nasconde gli occhi
sotto la branda). E nella penombra
si sciupano tesori, i più eccellenti.

Di ciò che resta, come comporre un uomo
e tutto ciò che egli implica di soave,
di concordanze vegetali, mormorii
di risa, dono, amore e pietà?

Non ho amato abbastanza nemmeno me stesso,
per quanto prossimo. Non ho amato nessuno.
Salvo quell’uccello – veniva azzurro e pazzo –
che si è sfracellato sull’ala dell’aereo.

 

Carlos Drummond de Andrade
(da “Claro enigma”, 1951; traduzione mia)

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