mio ritratto futuro

Contemplazione sulla panchina

I.
Il cuore polverizzato scricchiola
sotto il peso nervoso o ritardato o timido
che non lascia tracce nel viale, ma lascia
quest’impressione vaga nell’aria, e un’angoscia in me,
spiraliforme.

Tanto calpestano questa terra che un giorno
forse si umanizzerà. E impastato,
imbevuto della fluida sostanza dei nostri segreti,
chissà quale fiore vi si elabora, calcareo, sanguigno?

Ah, non vivere per contemplarlo! Eppure,
non è lungo ricordare un fiore, e consentito
correre in cima allo stretto fiume presente,
costruire con la nebbia il nostro arcobaleno.

I nostri doni temporali non avevano ancora oltrepassato
il chiaro magazzino di mattine
che ognuno porta nel sangue, nel vento.

Passerò la vita intonando un fiore, perché non so cantare
né la guerra, né l’amore crudele, né gli odi organizzati,
e guardo fra i piedi degli uomini, e medito.

Scultura d’aria, le mie mani
ti modellano nuda e astratta
per l’uomo che non sarò.

Egli forse capisce con tutto il corpo,
oltre la regione minuscola dello spirito,
la ragione dell’essere, l’impeto, la confusa
distribuzione, in me, di seta e pessimo.

II.
In qualche luogo si fa quest’uomo…
Contro la volontà dei padri nasce,
contro l’astuzia della medicina cresce,
e ama, contro l’amarezza della politica.

Non gli conviene il debole nome di figlio,
perché solo noi stessi noi possiamo generare,
ed egli nega, sorridendo, la scura fonte.

Fratello lo chiamerei, ma fratello,
perché, se la vita nuova
si nutre di altre foglie, che non conosciamo?

Egli è il proprio fratello, nel giorno vasto,
nella vasta integrazione di forme pure,
sublime arruolamento di contrari
infine allacciati.

Mio ritratto futuro, come ti amo,
e mineralmente ti presento, e sento
quanto sei lontano dal nostro vacuo disegno
e dalle nostre roche onomatopee…

III.
Ti vedo nelle erbe calpestate.
Il giornale, che lì giace, mente.

Ti scopro assente negli angoli
più popolosi, e ti vedo incorporeo,
eppure nidito, sopra il mare oceano.

Chiamarti visione sarebbe
fraintendere le visioni
di cui è pieno il mondo
e vuoto.

Quasi posso toccarti, come le cose antelucane
che prendono forma in noi, e lo sguardo non le cattura,
e germinano.

Dissolvendo la cortina delle parole,
la tua forma include la terra e si scioglie
alla maniera del freddo, della pioggia, del calore e delle lacrime.

Triste è non avere un verso più grande di quelli letterari,
e non comporre un verso nuovo, esorbitante,
per avvolgere la tua effigie lunare, o chimera
che ti alzi dal suolo calpestato e dalla povera erba.

Carlos Drummond de Andrade
(da “Claro enigma” – traduzione mia)

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