idea per un racconto (romanzo?) che non scriverò mai

Un uomo arrivato a (quaranta? quarantacinque? cinquanta?) anni, nel pieno della salute, del successo e del benessere economico, decide di rinunciare a tutto ciò che ha. Non per una conversione religiosa né per altro motivo riconoscibile, semplicemente comincia a privarsi, una per volta, delle cose che ha più care.

La moglie, i figli, il lavoro, la casa, i libri, i dischi, gli amici. Per rimanere, infine, solo davanti al nulla, né felice né infelice, semplicemente vuoto.

(Non lo scriverò mai, perché per scriverlo servirebbe un Kawabata o un Natsume Soseki, e mi pare evidente che io non lo sono. A me verrebbe fuori una cacatina.)

(Se qualcuno vuole raccogliere l’idea e svilupparla, è il benvenuto.)

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20 thoughts on “idea per un racconto (romanzo?) che non scriverò mai

  1. Perché liberarsi invece di quelle meno care e curare quelle più importanti come gli affetti sarebbe troppo banale…

    Desiderio di solitudine? Troppo stress? Voglia di rimettersi in gioco? Provare nuove emozioni e con niente e dal nulla capire il vero valore delle relazioni?

    Trame

      • Di vuoto o di svuotamento ( per esempio come si svuota un recipiente pieno di troppe cose per ritornare ad avere l essenziale)? Scusa..è sempre per capire. Cmq come vedi solo tu puoi raccontare la storia nel modo che intendi..dovresti provare almeno con racconto..

      • Le tue parole sono forti..Sei sicuro di voler identificare l essenziale con il vuoto? (che vuol dire “in senso zen”?) E di desiderare l anestesia emotiva? Forse vuoi dire che vorresti essere imperturbabile, indifferente,distaccato?
        Sarei molto curiosa di leggere..qual è l esperienza esistenziale che spinge il tuo personaggio a desiderare la desertificazione della propria vita?

    • desertificazione, anestesia: sono tutte espressioni che presuppongono la centralità dell’Io e delle sue esperienze (emotive innanzi tutto). un’idea perniciosa che pervade tutta la filosofia occidentale. la stessa concezione di una “motivazione” che ci spinge ad agire fa parte del medesimo ordine di idee.
      nello Zen il vuoto (mu in giapponese, wú in cinese) è la caduta delle illusioni, prima fra tutte quella dell’individualità e della separazione tra mente e mondo. si arriva al vuoto quando ci si rende conto che tutte le dualità sono trappole dell’intelletto.
      il vuoto è il livello più elevato della coscienza.

      • Ciononostante, scusa se continuo, mi sembra ci siano delle contraddizioni che si possono esprimere con le frasi:
        Desidero non avere desideri.
        Desidero che la mia mente sia un tutt uno con l assoluto.
        In questo IO desidero c è individualità di coscienza, centralità dell io e motivazione..Ogni azione anche quella di non agire è mossa dal desiderio e il desiderio è sempre dettato da un esperienza individuale del rapporto io-mondo. Come il tuo desiderio di scrivere il racconto. La motivazione, l individualità e la centralità dell io sono intrinsechi ad ogni discorso umano..anche quello per cui il vuoto sia il massimo grado di coscienza perché mossi dal singolare desiderio che è unico e proprio di ogni uomo e che pone necessariamente le basi della “dualità”. Come si farebbe a scegliere ( e quindi desiderare) prescindendo dal desiderio?

    • Il desiderio è il primo male da eliminare. Un famoso detto Zen afferma che l’arciere colpisce il bersaglio solo se smette di mirare.
      Le contraddizioni sono tali solo nel momento in cui la mente le genera.

      “Se alzo così la mano c’è zen. Ma se affermo di aver alzato la mano non c’è più lo zen. […] Un’affermazione è zen solo in quanto atto, non in quanto ci si riferisce a quello che con essa viene affermato.”
      (Daisetsu Teitaro Suzuki)

      • Ho capito ancora meglio… Ma come chiami tu, se non desiderio, quello che spinge la tua creatività? Mi rendo conto che potremmo andare avanti con un botta-risposta infiniti. Forse usiamo dei termini uguali in modo differente..
        Sei stato comunque esaustivo. Ciao 🙂

  2. Appena ti ho letto, mi è venuto in mente un buon libro, “Fiorirà l’aspidistra” di George Orwell, dove si dimostra che l’ascesi è gravemente ostacolata dall’incalzare della necessità quotidiane e dal non deprecabile senso di responsabilità.

  3. Caro Sergio, è forse la prima volta che prendo la parola su questo blog che tuttavia leggo molto spesso. Neanch’io sono Kawabata o Soseki (e capisco che cosa intendi, con questo), ma l’idea mi solletica alquanto. Ci ho riflettuto assieme a mia moglie e ci siamo trovati d’accordo sul fatto che la ragione ultima della decisione di rinunciare a tutto non dovrebbe essere “spiegata” (come non è “spiegata” la metamorfosi di Gregor Samsa); piuttosto, bisognerebbe indagare con sottigliezza gli effetti emotivi di questa scelta sul protagonista e sulle persone che lo circondano, fino ad approdare (come dici tu) al vuoto. Penso anche che quest’idea sia più adatta a un racconto lungo che a un romanzo: il carattere enigmatico dell’apologo si perderebbe in una narrazione troppo estesa. Che cosa ne pensi? Sei sicuro di non volerci provare? Sei sicuro di voler “cedere” l’idea?

  4. Pingback: L’isola di Hiro – Guido Q

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