una poesia di Federico García Lorca

 

per Alfonso Alfonso García-Valdecasas
La luna gira nel cielo
sopra i monti senz’acqua
mentre l’estate semina
rumori di tigre e fiamma.
Al di sopra dei tetti
nervi metallici suonavano.
Vento irsuto veniva
con i belati di lana.
I monti si offrono pieni
di ferite cicatrizzate
o scossi da acuti
cauteri di luci bianche.

Tamar stava sognando
uccelli nella sua gola
al suono di cembali freddi
e di cetre lunate.
Il suo nudo sulla gronda,
acuto nord di palma,
chiede neve al suo ventre
e grandine alle sue spalle.
Tamar stava cantando
nuda sulla terrazza.
Tutto intorno ai suoi piedi,
cinque colombe gelate.
Amnon, magro e concreto,
dalla torre la guardava,
pieni gli inguini di spuma
di oscillazioni la barba.
Il suo nudo illuminato
si stendeva sulla terrazza
con un rumore tra i denti
di freccia appena piantata.
Amnon stava guardando
la luna tonda e bassa,
nella luna vide i seni
durissimi di sua sorella.

Amnon alle tre e mezza
si stese sopra il letto.
Tutta l’alcova soffriva
nei suoi occhi pieni d’ali.
La luce, solida, sotterra
villaggi nella sabbia opaca,
o scopre transitorio
corallo di rose e dalie.
Linfa di pozzo oppressa
sboccia silenzio nelle giare.
Sul muschio dei tronchi
il cobra steso canta.
Amnon geme nella tela
freschissima del letto.
Edera del brivido
copre la sua carne bruciata.
Tamar entrò silenziosa
nell’alcova ammutolita,
colore di vena e Danubio,
torbida di orme lontane.
Tamar, cancellami gli occhi
con la tua fissa aurora.
I miei fili di sangue tessono
orli sulla tua gonna.
Lasciami tranquilla, fratello,
sulla spalla i tuoi baci
sono vespe e venticelli
in doppio sciame di flauti.
Tamar, nei tuoi seni alti,
ci sono due pesci che mi chiamano,
e nei polpastrelli delle tue dita
rumore di rosa chiusa.

I cento cavalli del re
nel cortile nitrivano.
Sole nei secchi lottava
con la finezza del pergolato.
Già la prende per i capelli,
le lacera la camicia.
Coralli tiepidi disegnano
ruscelli in biondo mappa.

Oh, che gridi si sentivano
al di sopra delle case!
Che densità di pugnali
e tuniche strappate.
Per scalinate tristi
gli schiavi salgono e scendono.
Stantuffi e cosce giocano
sotto le nubi immobili.
Tutto intoro a Tamar
gridano vergini gitane
altre raccolgono le gocce
del suo fiore martirizzato.
Panni bianchi si arrossano
nelle alcove serrate.
Rumori d’aurora tiepida
pampani e pesci cambiano.

Stupratore infuriato,
fugge Amnon con la sua giumenta.
Negri gli scagliano frecce
dalle mura e dalle torri.
E quando i quattro zoccoli
erano quattro risonanze,
con le forbici David tagliò
le corde dell’arpa.

Federico
García Lorca (dal “Romancero gitano”)
traduzione mia – l’originale è qui
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