due sonetti di Shakespeare

98.
In primavera da te ero lontano,
quando Aprile con sfarzo variopinto
soffiava gioventù in tutte le cose
e Saturno con Lei danzava lieto.
Ma né canti di uccelli, né l’odore
dei fiori, vari in tinta ed in profumo,
mi ispirarono a cantare l’estate,
né li colsi dal grembo generoso.
Il giglio bianco non mi commuoveva,
né lodavo il vermiglio della rosa:
per quanto dolci, immagini di gioia,
altro non erano che tue figure.
Nella tua assenza, tutto era un inverno;
tue ombre, quelle che mettevo in scena.

100.
Dove sei, Musa, che hai taciuto a lungo
a chi ti dona tutta la sua forza?
Il tuo furore sprechi in canti vani,
ti spegni a illuminare vili oggetti?
Torna, Musa distratta, per redimere
con dolci ritmi il tempo speso in ozio;
canta per quest’orecchio che ti apprezza,
da’ alla tua penna stile ed argomento.
Sorgi, Musa indolente, guarda il viso
del mio Amore, se il Tempo l’ha segnato:
se vedi rughe, ridi alla vecchiaia,
fa’ che ovunque sia il Tempo disprezzato.
Abbia fama il mio Amore, più rapida
del Tempo: sia spezzata la sua falce.

(traduzione mia)

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