Bolinus brandaris

murici003

Punta Ala. A caccia di granchi (per puri scopi di osservazione scientifica).
Durante la bassa marea, esploriamo gli scogli che separano la spiaggia dalla foce del torrente Alma, che si incassa tra ripide rive orlate di canneti, ai piedi di un alto sperone di roccia coperto di fitta macchia mediterranea e di enormi agavi, con in cima una villa turrita che domina Cala Civette e l’intero Golfo di Follonica.
Cerchiamo tra le basse pozze di marea, rimestiamo la fanghiglia grigiastra, spostiamo i sassi limacciosi. Frotte di granchietti scappano saettando in tutte le direzioni.
Per catturarli, occorre sviluppare due tecniche distinte: l’avvicinamento e la cattura vera e propria. Gli occhi acuti dei granchi, ben alti ai due angoli opposti del corpo, percepiscono il minimo movimento e li fanno scattare fuminei a rifugiarsi negli gli anfratti melmosi, sotto le pietre dalle quali è impossibile snidarli. Occorre quindi tenersi bassi, evitare di stagliarsi contro il cielo, arrivare loro da dietro, protetti da qualche sporgenza o macigno. Quanto alla cattura, inutile tentare di batterli sui riflessi. Dopo numerosi errori, arriviamo a elaborare due tecniche. La prima prevede che, giunti di soppiatto il più vicino possibile alla preda (in silenzio, con movimenti lentissimi, se necessario con lunghe attese, perfettamente immobili, finché l’animaletto si fidi a mettere fuori le chele), si posizioni il retino nella probabile direzione di fuga e si cerchi di spingercelo, usando le mani o un bastoncino raccolto all’uopo. La seconda richiede di calare rapida una mano, bloccandolo contro il sasso, e con l’altra afferrarlo come ho imparato a fare, bambino, osservando mio padre: da dietro, sotto il carapace, dove le chele acuminate non possono arrivare. Quelli che conoscevo io erano granchi di sabbia, giallo-rosati, con l’ultimo paio di zampine a forma di spatola per nascondersi sul fondale; questi invece sono granchi di scoglio, neri (anche se spesso verdastri di fango e alghe), con tutte le zampe acute per aggrapparsi alle rocce.
Uno, bello grosso, mi sfugge di mano lasciandomi per ricordo una zampina rattrappita. Nel retino ne finiscono due, entrambi storpi: a uno mancano entrambe le chele, a un altro due zampe dal lato sinistro. Quando li prendo in mano si agitano ticchettando, mi solleticano i polpastraelli.
Scopriamo infine che i più facili da catturare sono quelli grossi, più lenti e meno capaci di ripararsi negli anfratti. Molto rari, purtroppo; uno ne becchiamo, che passeggia per il fondale fidando nel potere mimetico delle alghe che gli ricoprono il dorso, fino a infilarsi docilmente, quasi senza coercizione, nel retino.
Completata l’esplorazione della sponda meridionale, guadiamo il torrente, saltando sui sassi piatti semisommersi, attenti a evitare la melma nera in cui si affonda come nelle sabbie mobili. L’acqua, che di prima mattina era limpida e verde, ora, via via che si avvicinano le ore più calde, acquista un odore acuto, un misto di chimico e di marciume. Un enorme granchio flotta sul fondo, morto ma ancora integro, le chele brillanti di giallo e di rosso. Ci portiamo verso il mare, dove l’odore si fa decisamente più salino; alghe e patelle si incrostano sotto le pietre rese lucide e affilate dal lavorio delle onde. Piccoli gamberetti grigiastri, quasi trasparenti, si aggirano indaffarati, minuscole bavose scivolano velocissime lungo il fondo, altri pesci che non so identificare manovrano virando in banchi sincronizzati.
Sollevando un grosso masso, le vedo: l’una accanto all’altra, due conchiglie di murice. Li estraggo dalla mota, li sciacquo tra le onde. Sono integri, uno coperto di alghe, l’altro già ripulito. I gusci avvolti in spire rugose, che si allargano in sequenza fibonacciana, decorati da escrescenze corniformi.
Sono i molluschi più preziosi dell’oro, dai quali gli antichi estraevano la porpora, la tinta dei re e degli imperatori (“Distinguit ab equite curiam, diis advocatur placandis; omnemque vestem illuminat: in triumphali miscetur auro. Quapropter excusata et purpurae sit insania”, Plinio, Nat. Hist., IX, 60). Predatori necrofagi, che forano le conchiglie (“tanto duritia aculeo est”, sempre Plinio) e liquefanno gli inquilini iniettando una secrezione acida.
Tornato all’ombrellone, li disegno a tratteggi incrociati, divertendomi a riprodurre con cura le minime irregolarità della superficie, le spire cuspidate, le spine calcaree, l’elegante rastrematura del sifone. A casa, dovrò lavarli più e più volte per eliminare le incrostazioni e il fango, ma per settimane continueranno ad esalare un fortore salmastro, il cui alone resisterà fino nel cuore dell’inverno.

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