ogni tanto qualche verso

Mi aspettano al rientro gli inquilini segreti
sulla porta del garage – bloccati nel fascio di luce
due grosse blatte una limaccia
sul vaso di surfinie una chiocciola
che scollo a fatica e proietto nel buio
e in alto sul pianerottolo un millepiedi
(il giorno dopo è ancora lì
avvolto a spirale – poco cerimoniosamente
lo scacco a colpi di scopa – in attesa
del prossimo assedio).

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sabbia

Più passa il tempo, più il mondo mi pare fatto di sabbia. Uno sfarinio di fatti atomici, particellari, che non trovano una forma stabile. O, se la trovano, è un’architettura filiforme, asimmetrica, simile a quelle che costruivo sulla spiaggia facendo colare la sabbia umida dalla mano a imbuto, e che duravano finche il sole non le seccava restituendole alla fluidità.

Penso agli insetti – vespe, mosche, scarabei – che mi divertivo a seppellire sotto una manciata di sabbia, per aspettare che riemergessero, lottando contro la materia cedevole che li circondava. Oppure ai formicaleoni (da quanto tempo non ne vedo uno?) acquattati in fondo alle loro microscopiche doline di sabbia, in attesa che la formica vi scivolasse dentro, precipitando verso le mandibole acuminate pronte a squarciarla.

Come la sabbia, il mondo mi appare il risultato di un’erosione lentissima, che ha disgregato le rocce, ha avuto la meglio sulla compattezza, l’ha sbriciolata fino a una dimensione granulare, un brulicare incalcolabile, uno smottamento senza fine.

si intervista me (o forse un altro, chissà)

Agata Spinelli* mi ha intervistato su Facebook.
Per chi non ha Facebook, ecco qui sotto l’intervista.

(* Voi non sapete chi sia Agata Spinelli perché si rifiuta di pubblicare le cose – secondo me molto belle, da quel che ho letto – che scrive.)

 

* * *

 

Sergio Pasquandrea, tu chi sei?
Chi sono per chi?, sarebbe la domanda giusta da fare. Perché, a seconda dell’occasione, della compagnia, del giorno e dell’ora, io sono un professore di lettere, un critico musicale, un pianista dilettante, uno a cui ogni tanto capita di scrivere poesie (“poeta” mi pare un parolone), un papà, un marito, uno che si diverte a disegnare, un ex-ricercatore universitario… e potrei andare avanti a lungo. Si potrebbe dire che coltivo una sana forma di schizofrenia con personalità multiple. Oppure che, come ogni essere umano, sono un aggregato di identità diverse, la cui convivenza si regge su equilibri precari, sempre pronti a slittare e a mescidarsi.
Se poi vuoi una descrizione oggettiva: 43 anni, maschio, pugliese di nascita, umbro d’adozione ormai da un quarto di secolo, 1 metro e 89 per 95 chili, occhi e capelli color castano scuro; segni particolari: fossetta sul mento. Professione: insegnante, stato civile: coniugato. Potrei aggiungere codice fiscale, indirizzo e numero di carta d’identità, volendo. L’oggettività si ferma qui.

 

E la soggettività? Ne esiste ancora una? La tua dove si è annidata? C’è un comune denominatore in tutta questa molteplicità?
“Je est un autre”, diceva Rimbaud. Il Buddha affermava che non esiste alcun Sé, alcuna personalità, perché si tratta semplicemente di interazione tra fenomeni effimeri, di equilibri dinamici. Non credo che ci sia un comune denominatore, ci sono solo infinite contraddizioni che coesistono.
“Io” chi sono? La mia mente, che può partorire pensieri opposti? La mia coscienza, che è solo una minima parte della mia mente? I miei ricordi, che sono più effimeri dei sogni? Il mio corpo, che muta nel tempo? Nessuna di queste cose. E allora:
“Sono Nessuno! E tu? / Nessuno – anche tu? / Allora siamo in due! / Non dirlo! Spargerebbero la voce! // Com’è banale – essere Qualcuno! / Volgare – come una Rana – / Che dice il proprio nome – per tutto Giugno – / A un pantano di ammiratori!” (Emily Dickinson)

 

Da quello che dici a me sembra – e spero di non sbagliare – che lo spazio dell’esistenza è praticamente quello della relazione. E quindi della comunicazione. Quanta fiducia hai ancora nel linguaggio?
Io ho fiducia nel silenzio. Anche perché il mio scopo, il mio desiderio segreto, non è esistere, ma sparire. Lathe biosas. Vivere a bassa intensità. Fare meno rumore possibile. Parlare solo se è strettamente necessario e non dire una parola in più dell’indispensabile.

 

Cosa ritieni indispensabile che vuoi dire, che vuoi far sapere, che vuoi sia chiaro?
Indispensabile è il contrario di banale, risaputo, già sentito. Per esempio: non scrivo nulla da mesi, perché mi sono accorto che tutto ciò che scrivevo in realtà l’avevo già scritto, quindi perché ripetersi?
Quando sono in compagnia sto quasi sempre zitto, perché sono totalmente inadatto alla comunicazione fàtica, non riesco a pronunciare frasi di circostanza, complimenti, flatus vocis. Mi pare di sprecare fiato. Dico qualcosa solo se davvero lo penso e se sono sicuro di averci pensato bene, a lungo. È una regola d’igiene. Anche a costo di sembrare antipatico, o scontroso.

 

C’è più esattezza in quello che si può esprimere con la musica o con i colori rispetto al linguaggio verbale oppure no?
Sono linguaggi totalmente diversi, non comparabili l’uno con l’altro. Io li frequento tutti e tre, ma tendo a tenerli separati; anzi, per meglio dire: ho difficoltà ad unirli.
Per rispondere alla tua domanda: bisognerebbe prima intendersi su che cosa significhi “esattezza”. Una parola non è mai perfettamente esatta perché è, per sua natura, frutto di convenzioni, in quanto unione arbitraria di segno e significato: e quindi rimarrà sempre un margine di indeterminatezza, che però è anche la sua forza. Un’immagine è forse più immediata, e quindi in questo senso più “esatta”, perché dà l’impressione di essere più vicina al suo oggetto; ma anche qui andrei cauto, perché anche le immagini sono soggette a codifiche culturali, quindi diranno cose diverse a diversi spettatori (noi non vediamo un’icona bizantina con gli stessi occhi con cui la guardava un uomo del Medioevo; tutta la nostra nozione di prospettiva è in realtà una convenzione; e così via). La musica non ha, per sua natura, un referente esterno a sé stessa, quindi non credo le si possa applicare la nozione di “esattezza” (a meno che non la si intenda in modo radicalmente diverso: la musica di Bach, ad esempio, per me è “esatta” in quanto risponde a una perfezione di tipo matematico, quasi mistico, a una sua necessità interna).
Insomma: “esatto” rispetto a cosa? Rispetto a ciò che si voleva esprimere? Ma i libri li fanno i lettori, non gli autori, così come le immagini le fanno gli spettatori e le musiche gli ascotatori. L’autore è padrone della sua opera solo finché non la pubblica, poi appartiene al mondo. “Esatto” rispetto a un canone, a una norma imposta? Oppure “esatto” perché – come capita spesso con i capolavori – dà l’impressione di non poterne cambiare un singolo elemento senza che tutto crolli?
A seconda di come si considera la domanda, cambia la risposta.
Se poi vogliamo metterla sul soggettivo, direi che quanto a “esattezza” rispetto ai risultati che mi attendo, il medium con cui ho più difficoltà, al momento, è proprio quello linguistico, in particolare la poesia, che infatti sto frequentando sempre meno, sia come autore che come lettore.

consigli di lettura_fantascienza e litomanzia

Mario Soldati, Lo smeraldo, Club degli Editori, 1975 (370 pp., 3600 lire)

Nella sua multiforme attività di poligrafo (narratore, sceneggiatore, regista, critico d’arte), Mario Soldati scrisse anche questo bizzarro romanzo di fantascienza.
“Bizzarro”, innanzi tutto, perché rispetta poco o nulla le regole canoniche del genere. All’inizio c’è uno scrittore, chiaro alter ego dell’autore (autofiction ante litteram?), il quale a New York, in un giorno del 1974, conosce un ambiguo personaggio che si fa chiamare Count Cagliani e che, attraverso strani riti esoterici, gli fa una predizione: se andrà in un certo posto della Francia e cercherà una certa pietra preziosa – lo smeraldo del titolo – avrà in premio una “rivelazione profetica”.
Lo scrittore obbedisce: va in un paesino della Provenza, nell’albergo indicatogli da Cagliani, e cade in una specie di trance, o sogno, o visione che sia. Si ritrova nei panni, anzi nella pelle di un altro uomo, un pittore di nome André Tellarini, che vive in una distopica Italia del futuro. C’è stata una guerra atomica e il mondo è diviso in due zone: una a nord, amministrata da russi e americani, e una a sud, dove comanda una confederazione di cinesi, africani e musulmani. La zona nord è un’opprimente civiltà tecnocratica, quella a sud è una sorta di teocrazia di matrice islamica, dove però convivono varie etnie e culture. Il controllo delle nascite è ferreo, i figli vengono sottratti alla nascita e cresciuti dallo stato, l’omossessualità è non solo tollerata, ma incoraggiata.
Fra le due zone c’è la Linea, una fascia inquinata dalle radiazioni, dove l’accesso è severamente proibito. L’Italia è tagliata in due: dalla Toscana in su, è nella zona nord, da Napoli in giù in quella sud. Il centro è una landa desolata.
Nel sogno, Tellarini si impossesserà dello smeraldo e lo userà per partire alla ricerca di una donna un tempo amata, Mariolina, in un intreccio sempre più intricato di realtà e allucinazione.
Bizzarro romanzo, dicevo: con una trama piena di elementi irrisolti, un finale stranamente tronco e tanti (troppi?) fili lasciati in sospeso. Comunque, una lettura interessante.

P.S.: Soldati, uno dei grandi dimenticati della nostra letteratura. Infatti questo romanzo, uscito per Mondadori nel 1974, è fuori catalogo da anni (che mi risulti, l’ultima edizione è del 2007, dopo anni di oblio). Io ho recuperato, su internet, un’edizione del 1975.

consigli di lettura

Antonella Giacon, Qualcosa di speciale (Edizioni Corsare, Bastia Umbra, 2017; 207 pagine, € 12,00)

Di un libro di narrativa, la prima cosa che mi colpisce è la voce dell’autore. Che è altra cosa dallo stile: è la capacità di calare il lettore nel mondo narrato, di farglielo sentire e respirare.
“Qualcosa di speciale” quella voce ce l’ha: ed è la voce di Demis, il protagonista-narratore. Un undicenne goffo, sovrappeso, che vive in un paesino della provincia umbra, frequenta la quinta elementare, gioca per strada con i suoi amichetti – italiani, ma anche tanti stranieri –, gira in bicicletta e aiuta i genitori a gestire una pizzeria con i conti sempre in rosso.
Insomma, niente di speciale; tranne una cosa: che Demis ama scrivere, annotando sul proprio diario le storie che gli accadono intorno. Nel diario c’è il suo mondo: c’è Bruno, che è il suo migliore amico ma anche un ragazzo “difficile”, come li chiamano spesso; c’è il vecchio Gino che vive con la compagna ucraina, Ania, e sa riparare qualunque cosa; ci sono i teppistelli che di notte vengono a fare casino sulla piazza e non si riesce a cacciarli; i clienti della pizzeria; i gatti e i cani che sono anch’essi personaggi; i “carrismatici” che tengono i loro strani riti nella chiesa del paese; Aurora, di cui forse è innamorato ma si sa, queste cose son difficili sempre, figuriamoci a undici anni. Insomma, tutto un microcosmo che, attraverso lo sguardo limpido di Demis, vediamo nella sua evidenza, ora comica, ora tragica.
“Qualcosa di speciale” porta l’indicazione di lettura “da 11 anni”, ma non è un “libro per ragazzi” nell’accezione più banale. Contiene scene genuinamente divertenti accanto ad altre serie, malinconiche, drammatiche.
Perché Antonella Giacon – che essendo maestra elementare con i bambini ha a che fare tutti i giorni – sa benissimo che l’infanzia non è affatto l’età della felicità; o almeno non soltanto: è l’età in cui il mondo ci viene addosso con tutto il suo peso soverchiante.
Solo che poi, quando cresciamo, dimentichiamo. Servono i libri per ricordarcelo.