di poesia (nonostante tutto)

“È straordinario l’appeal di cui il genere letterario poesia continua ancora a godere tra i giovani, malgrado i vari sbertucciamenti che prende da tutte le parti. Fino a Montale e a Luzi i senatori a vita venivano scelti anche tra i poeti. Oggi è ormai impensabile: dopo che Fernanda Pivano ha dichiarato che i veri poeti sono De André e Jovanotti, è evidente che i mass-media stanno seguendo quella linea. Negletta è quindi la poesia dei ragazzi che scrivono oggi per i Quaderni rispetto ai tempi miei, che già erano negletti rispetto ai tempi precedenti. Non c’è stata diminuzione qualitativa, ci tengo a ripeterlo: c’è stata invece una crescita della disattenzione, anche da parte della classe media, di quei notai e quei dentisti che fino a qualche generazione fa credevano di dover conoscere i nomi di almeno due, tre poeti viventi, e che oggi li ignorano bellamente a vantaggio dei cantautori. Pur essendo diventata la poesia sempre più un fenomeno autoreferenziale e di nicchia, è però straordinaria la pervicacia dei giovani nel continuare a praticarla, e a vedere nell’immagine di sé come poeta una forma di realizzazione o almeno di definizione.”
[…]
Recentemente in un incontro a Roma con Mazzoni, Cortellessa, Ostuni, Ottonieri e Giovenale, si discuteva amabilmente della sparizione dell’io in poesia. E c’erano diversi giovani che ascoltavano assai attenti, molto interessati al tema. A tale proposito mi trovai a dire che il problema non è quello di sottolineare liricamente o cancellare sperimentalmente l’io in poesia: il problema è invece quello del soggetto, che cosa tu vuoi dire in poesia, dove e come ti “detta dentro”. […] È il soggetto – quello che “mi detta dentro” – a far sì che si possa scrivere in modi tanto diversi. Personalmente non sono né un fautore della sparizione dell’io […], né un fautore della presenza dell’io […]. Che cosa è allora davvero importante? Non tanto l’esercitarsi a scrivere poesia con o senza l’io, ma decidere bene di che cosa vogliamo parlare, qual è il progetto che abbiamo in mente, che cosa – anceschianamente – vogliamo ottenere con un libro di poesia. Tutto il resto è ancillare, è orpello.
Stiamo tanto a parlare di un pronome, di qualche cosa che sta al posto di qualche altra cosa: ma non ce ne può importare di meno!
[…]
“Mi trovo a invidiare chi scrive poesia in lingua inglese e può pubblicare poesia sulla prima pagina di un giornale. Tony Harrison, per citare un amico, per anni è stato sulle prime pagine dei quotidiani inglesi scrivendo sui fatti del giorno, ma in poesia. È evidente che noi, con un percorso storico che viene da Bembo, e con la lingua che ci troviamo, non possiamo permettercelo.”
(leggi tutta l’intervista a Franco Buffoni qui)

“urgenza” (un lemma di Valerio Magrelli)

«Preferisco questa parola rispetto a quella, più usurata, di “ispirazione”. “Urgenza” indica un moto, una pressione che spinge il poeta a scrivere in un dato momento piuttosto che in un altro. Forse a qualcuno il termine potrà sembrare inadatto, perché troppo vicino all’universo corporeo (la coppia digestione-evacuazione). Viceversa, il vocabolo si raccomanda appunto per tale vicinanza, come molti scrittori hanno osservato.

L’analogia fra la poesia e le feci compare naturalmente nelle avanguardie, votate al sabotaggio e alla mescolanza dei codici, ma molto più sorprendente è ritrovarla in un autore post-simbolista come Paul Valéry. Una sua prosa intitolata Elementi fisici, solleva infatti questa strana domanda: per quale ragione ciò che esce dal corpo dovrebbe essere più sporco di ciò che vi è entrato? Al contrario, ribatte Valéry, quel che buttiamo fuori andrebbe considerato come il purissimo, raffinato, sapiente prodotto di una complicata lavorazione.
Ed ecco la sua sconcertante tesi: “O corpo glorioso, qualche santo dovrebbe provare amore per la tua merda! Mentre sta ancora all’interno, essa è sacra come fosse una parte dell’Io, e quando dico ‘io’ lei vi è compresa. Poi si distingue dentro di me, e si fa imperiosa. Uno straniero da espellere. E tuttavia resta la MIA creatura, la mia opera più importante”.
Ho tradotto con “merda” la parola francese “fiente”, perché gli altri sinonimi italiani sono tutti al plurale (feci, escrementi) e non rendono la singolarità della produzione organica che l’autore intende sottolineare (la MIA creatura, la mia opera), scegliendo oltretutto il genere femminile. Mai nessuno, probabilmente, si è spinto tanto in là da paragonare il prodotto poetico a quello scatologico, l’oggetto più sublime a quello più volgare. E tutto ciò nel segno dell’urgenza, ossia nell’improvviso reclamo di una materia che scappa, preme e chiede prepotentemente di venire alla luce.

Ps. In italiano esiste un altro vocabolo, di origine toscana, per indicare lo sterco della selvaggina e in genere degli animali: la “fatta”. Ebbene, se seguiamo Valéry, come resistere alla tentazione di accostare questa parola al verbo greco “poiein”, da cui deriva il termine “poesia” e il cui etimo significa “fare”? Una proposta simile (paragonare la poesia a una “fatta” umana) potrà sembrare rivoltante o scandalosa, eppure tradisce una profonda pietas per le creature viventi, amate in ogni aspetto, anche il più umile, della loro indifesa, trepida fragilità».
Valerio Magrelli, da  Che cos’è la poesia?
La poesia raccontata ai ragazzi in ventuno voci,
Luca Sossella Editore, Roma, 2005

esercizi di autoesegesi

La poesia “Alba a Fonte Avellana”, che ho postato qualche giorno fa, in realtà era nata in una forma un po’ diversa.
Questa:

Tutto
fosse così semplice
come è pulito l’orlo delle foglie
aggredite dal vento
come è spaziosa la luce
sul diapason dei tronchi.
Dov’è la fame?
Si è fermato il sangue
l’indaco ha invaso la roccia.
Dove era la voce ha gemmato
il silenzio.

Le differenze non sembrano sostanziali, ma in realtà rileggere le due versioni mi chiarisce molte cose che sto cercando di inseguire negli ultimi tempi.

Innanzi tutto, la poesia è nata da una sensazione acustica: svegliarmi una mattina presto, nel bellissimo luogo citato dal titolo, e sentire il vento tra le fronde degli alberi. Quel che mi ha colpito, in particolare, è stato il suono in sé, così diverso da quello a cui sono abituato.
In città, il vento è sempre incanalato tra due pareti verticali, più o meno alte. La compressione gli conferisce una tonalità acuta, petulante, a volte quasi isterica. Qui, invece, si trattava di un’enorme massa d’aria, che scendeva dritta dai fianchi del monte Catria e andava ad investire un vasto fronte di boschi, mettendolo in risonanza come uno smisurato diapason. Il risultato era potente, maestoso, simile a un colossale bordone d’organo che si estendeva dal grave all’acuto, senza soluzione di continuità.
Allo stesso tempo, mi colpiva la nudità monastica del luogo, il silenzio su cui quel suono si installava. Tutte sensazioni nuove, o perlomeno dimenticate da lungo tempo. Sono partito da questa associazione di idee e la poesia è venuta fuori come la vedete nell’originale, in versi liberi.

Però, c’era qualcosa che non andava.
Innanzi tutto, il primo e l’ultimo verso, con quegli enjambement così ostentati, quasi civettuoli, quelle parole isolate nel verso. No, proprio non ci siamo.
Poi, a ben guardare i versi sono liberi fino a un certo punto. “Com’è pulito l’orlo delle foglie” è un endecasillabo perfettamente canonico; “aggredite dal vento” e “sul diapason dei tronchi” sono settenari; “dove era la voce ha gemmato” è un novenario, per di più con due evidenti ricordi pascoliani (“Dov’era la luna? Ché il cielo / notava in un’alba di perla”, da L’assiuolo, e “Gemmea l’aria, il sole così chiaro”, da Novembre). Per non parlare di “Dov’è la fame? / Si è fermato il sangue”, che è un altro endecasillabo, sebbene spezzato in due emistichi.
Insomma, c’era una tensione non risolta tra verso libero e forme regolari.

Allora ho riorganizzato la poesia. Ho tolto i due enjambement, all’inizio e alla fine, e ho riarrangiato i versi in due quartine precedute da un verso introduttivo. Oltretutto, ora entrambe le strofe presentano una simmetria interna: la prima con l’anafora del “come”, la seconda con i tre versi dalla sintassi parallela (“si è fermato”, “ha invaso”, “ha gemmato”), del tutto conclusi in sé stessi. Ho anche eliminato la ripetizione del “dove”, lasciando solo il primo dei due.
Ora il tutto mi sembra più solido, più strutturato. Più classico, in un certo senso. E anche più rispondente al tema, che è un’esperienza di quiete, bellezza, oserei dire di misticismo.
Ordine, regolarità, struttura, sono idee che ritornano in vario modo nelle cose che ho scritto ultimamente. Il misticismo in effetti no, ma chissà.

(Poi, quale delle due versioni sia la più riuscita, lo lascio al giudizio del lettore).

poesie in bottiglia

Segnalo questa iniziativa dal blog “Blanque de ta nuque” di Stefano Guglielmin.
Marco Scarpa, appassionato di poesia e poeta egli stesso, ha iniziato una mailing list poetica. Iscrivendosi, si riceve, ogni dieci giorni circa, una mail dedicata a un poeta italiano contemporaneo, con una breve presentazione e alcuni testi. Si chiama “Poesia condivisa”.
Il tutto, senza alcuna spesa e senza altra fatica che di scrivere una mail. Qui tutti i dettagli e le informazioni per iscriversi (leggere nei commenti al post).
Non so, a me sembra una bella cosa. Piccola, ma bella.

all’inferno, può darsi

Una volta chiesero a Thelonious Monk dove stesse andando il jazz. E lui, che matto era matto, ma scemo no, rispose: “Non lo so. Può darsi che vada dritto all’inferno. Non si può fare andare qualcosa da qualche parte. Semplicemente accade”.
Ripensavo alle parole di Monk, guardando quattro antologie di poesia italiana contemporanea, che stanno da un po’ sulla mia scrivania.
Le antologie mi attraggono e mi repellono, allo stesso tempo. Mi attraggono perché cercano di far ordine nel caos, tanto più in un caos turbolento, pulviscolare, browniano, com’è quello della poesia recente e recentissima. Mi repellono per lo stesso motivo: perché sono costrette, inevitabilmente, a tagliare con l’accetta, a cercare per forza un ordine dove l’ordine non c’è, né può esserci.
La generazione entrante raccoglie, ad opera di Matteo Fantuzzi, quindici poeti, introdotti da altrettanti prefatori. Il criterio è esplicitato nel sottotitolo: “Poeti nati negli anni Ottanta”. Nella postfazione, l’editore Giuliano Ladolfi azzarda un’identità collettiva: questa generazione non ha più padri, è venuta meno la spinta collettiva, non esistono più poesie generazionali, ogni opera vive per sé. I poeti sono Dina Basso, Marco Bini, Carlo Carabba, Giuseppe Caracchia, Tommaso Di Dio, Francesco Iannone, Domenico Ingenito, Franca Mancinelli, Lorenzo Mari, Davide Nota, Anna Ruotolo, Giulia Rusconi, Sarah Tardino, Francesco Terzago e Matteo Zattoni, ognuno rappresentato con una breve scelta di testi recenziori.
Poeti degli anni Zero. Gli esordienti del primo decennio, a cura di Vincenzo Ostuni, sceglie, invece del criterio generazionale, quello dell’esordio editoriale. I tredici poeti scelti sono nati fra il 1964 e il 1978, ma hanno pubblicato la loro opera prima fra il 2000 e il 2010 : si tratta di Gian Maria Annovi, Elisa Biagini, Gherardo Bortolotti, Maria Grazia Calandrone, Giovanna Frene, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Giulio Marzaioli, Laura Pugno, Lidia Riviello, Massimo Sannelli, Sara Ventroni, Michele Zaffarano. Il curatore definisce questi poeti una “famiglia allargata”, cercando di delinearne i tratti comuni: il “lirismo astratto, asoggettivo o collettivo, lontano da ogni tirannide epistemica ed espressiva dell’autore reale, […] l’aprirsi alle infuenze internazionali molto più che la generazione precedente; la fiducia profonda nel loro mezzo, attraverso cui sanno di poter esprimere in maniera complessa e convincente i conflitti fondamentali dei nostri tempi”.

Il Decimo quaderno italiano, curato da di Franco Buffoni, rinuncia a criteri cronologici precisi, limitandosi a parlare di “giovani autori”, e ne limita il numero a sette: Corrado Benigni, Andrea Breda Minello, Francesca Matteoni, Luigi Nacci, Gilda Policastro, Laura Pugno, Italo Testa. Di ognuno, presenta una breve silloge completa.

Infine, i dodici Nuovi poeti italiani, scelti da Giovanna Rosadini, sono tutte donne: Alida Airaghi, Daniela Attanasio, Antonella Bukovaz, Maria Grazia Calandrone, Chandra Livia Candiani, Gabriela Fantato, Giovanna Frene, Isabella Leardini, Laura Liberale, Franca Mancinelli, Laura Pugno, Rossella Tempesta. “Voci emergenti di grande interesse e di sicuro valore”, le definisce la fascetta sul retro di copertina; anche se “emergenti” è un termine relativo, perché le date di nascita spaziano dal 1947 di Daniela Attanasio al 1981 di Franca Mancinelli.

Quasi tutti i nomi presenti sulle quattro antologie, tranne due o tre, sono diversi, e questo già la dice lunga: sulla ricchezza della poesia italiana contemporanea, ma anche sulla sua eterogeneità.
Da un po’ di tempo, le sfoglio e le risfoglio: qualche volta leggo qualche sezione da capo a fondo, altre volte apro a caso e mi concentro su quel che mi capita sott’occhio. Alcune cose mi piacciono, altre no; alcune mi lasciano indifferente, di altre fatico a cogliere il senso e la necessità; alcune sono davvero belle.
C’è anche da dire che io, personalmente, dopo un paio d’anni in cui ho scritto con una certa frequenza e intensità, mi sto prendendo una pausa dalla poesia. Pausa gradita e benvenuta, sia ben chiaro.
Però, davanti a queste poesie, non posso fare a meno di pormi la stessa domanda di Monk: ma perché la poesia deve andare per forza da qualche parte? Veramente la teleologia le aggiungerebbe qualcosa?
E non posso che rispondere con un grande, convintissimo: “Mah…”.

* * *

(a cura di) Matteo Fantuzzi, La generazione entrante. Poeti nati negli Anni Ottanta, Giuliano Ladolfi Editore 2012 (170 pp., € 12)

(a cura di) Vincenzo Ostuni, Poeti degli anni Zero. Gli esordienti del primo decennio, Ponte Sisto 2011 (350 pp., € 18)

(a cura di) Franco Buffoni, Poesia contemporanea. Decimo quaderno italiano, Marcos y Marcos 2010 (280 pp., € 18)
 
(a cura di) Giovanna Rosadini, Nuovi poeti italiani 6, Einaudi 2012 (302 pp., € 16)

e poi dice: perché non si legge poesia

[Il libro X] elogia il terzo, il testimone che non tace più e accede alla coscienza del molteplice. Un terzo che tuttavia è capo, a-capo del verso: l’interlocutore principale e insieme il detentore della parola. Cosa succede in quella cruna è svelato e ri-velato nella scrittura di *** che, con magistrale capacità endoscopica, dipana tutti i fili, uno ad uno – quelli difficili da dividere e quelli che sono sull’orlo di spezzarsi, quelli mischiati alla tattilità del corpo e quelli legati agli indugi dell’Altro. Una parola che scheggia il guscio dell’ordito e ne fa intravedere il senso che poggia sulla polvere, l’intenzione. Non c’è linearità ma esattezza circolare del procedere per domande e definizioni. Le Parche sono sempre lì, a reclamare attenzione e a custodire il cammino prodigioso del capo e della coda. Le maglie scandiscono il tempo che fagocita i fiori per restituirli al coro solitario dell’essere che non si basta e che si rassegna a dirsi in molti modi; il punto è che però quel ti estìè in mano propria seppure apparentemente si chiami con altri nomi.

È il chi infatti – e non il cosa.
Il percorso lento procede in alterco con se stesso ed è in questo stretto passare che chi detiene la parola sem(in)a nelle forme dell’armonia. In questa sua nuova amalgama però (che è ogni volta monito di rara bellezza) sembra che la parola poetica di *** acquisti una rinnovata compiutezza, quasi un sollievo dettato da quell’abisso innato che fa da sfondo e in cui ci si riconosce come soffio. Si accetta il tradimento dell’imprevedibile confessando la necessità dell’erranza: la cifra che mantiene vigili sulla sopraffazione dell’agguato. Sempre nella cartografia crudele del thumos desiderante.
Tutto avviene senza accadere – sì.”

(Giuro che è vera, non me la sono inventata io:
per conoscere la fonte, bastano un paio di click su Google)

(L’immagine in alto è tratta da “Pompeo” di Andrea Pazienza)

non sanno parlare

A mio avviso, il lettore – voglio essere molto drastico – non deve avere voce in capitolo, come si diceva un tempo nelle abbazie. Durante il capitolo, l’assemblea, il lettore non ha il diritto parlare perché parlano gli specialisti, i competenti. Come si creano queste competenze? Attraverso un sistema di selezione che un tempo funzionava: laurea, biennio, dottorato, ricercatorato, etc. Quando questo non funziona, ci sono comunque altre forme di formazione: conosco varie persone di valore che non sono nell’accademia. Ecco, io proporrei il sistema delle ore di lettura, come i piloti d’aereo. Quando si può pilotare un jumbo? Quando, per ricorrere a un’iperbole, si sono fatte 8000 ore di volo. Quando puoi scrivere il tuo parere su un libro? Quando hai letto 8000 libri di teoria, di narrativa, di poesia; altrimenti non puoi parlare. Io non voglio sapere i pareri dei lettori, non mi interessano: deve essere vietato al lettore di parlare. Ma parto dalla grande idea di Borges per cui io vado molto più fiero del mio lavoro di lettore che di quello di scrittore. Essere lettori è una cosa importantissima. Questa specie di todos caballeros, questa gara a diventare tutti critici è insensata perché il lettore ha di per sé un’enorme, un’immensa dignità. I blog hanno questo rischio, trasformano i lettori in studiosi: questo non è possibile.

 

(…leggi qui tutta l’intervista a Valerio Magrelli)