retorica o esperienza?

“Nella mia esperienza di apprezzamento della poesia, ho sempre trovato che, meno sapevo del poeta e della sua opera prima di iniziare a leggere, meglio era. (…) Quantomeno, è meglio essere spronati a crearsi una conoscenza in materia perché si apprezza la poesia, anziché apprezzare la poesia perché si è acquisita una dottrina.” (T. S. Eliot)

…su “Le parole e le cose“, una riflessione sull’insegnamento della poesia.

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in lode delle zeppe

Una sera, alle tre di notte, sul colle dell’Infinito di Recanati, dove stanno scolpite le prime parole di una delle poesie più belle di tutti i tempi, mi sono reso conto che “Sempre caro mi fu quest’ermo colle” è un verso assai banale, che avrebbe potuto essere scritto da qualsiasi poeta minore del romanticismo, e forse di altre epoche e correnti. Che deve essere un colle, in linguaggio “poetico”, se non ermo? Eppure senza quell’inizio scontato la poesia non prenderebbe avvio, e forse occorreva che banale fosse, perché potesse essere avvertito infine il sentimento panico di quel naufragio, poeticamente memorabile.
Oserei dire, sia pure per amor di tesi, che un verso come “Nel mezzo del cammin di nostra vita” ha la cantilenante dignità di una zeppa. Se non ci fosse stata la Divina Commedia dietro non gli avremmo dato molta importanza, forse l’avremmo registrato come un modo di dire.

Umberto Eco, “Il fascino della Venere di Milo.
Parti mancanti, eccessi e zeppe: l’arte delle opere imperfette”
(La Repubblica, 7 luglio 2012, p. 44)

fra le parole “ti” e “amo”

“Paradossalmente in qualche modo la cosa più bella, più forte che un uomo possa dire – ti amo – in campo poetico fa pena, perché non è espressiva di nulla. Mi sono trovato spessissimo di fronte a casi di questo genere, in una sorta di corrispettivo immediato tra intensità/profondità del sentimento e la conseguente legittimazione del testo che ne deriva. Mi ricordo che c’era questa signora siciliana di 65 anni che telefonava in redazione tutti i giorni perché le sue poesie erano belle e dovevano essere pubblicate. Lei era vedova e orfana – curioso perché a 65 anni è abbastanza probabile essere orfani – e ci stava veramente male, ne soffriva. I testi erano però bruttissimi, ed è molto imbarazzante per chi ha a che fare con queste cose, perché non c’è nessun ambito in cui si stabilisca questa corrispondenza immediata, che è veramente drammatica. Dunque una bruttura portata a identificare lo sfogo lirico, lo sfogo umano, lo sfogo esistenziale con un oggetto letterario derivante e collegato a questo, non può che creare cortocircuiti di questo tipo: “Mamma da quando sei morta/La mia vita è diventata tutta storta”. E’ terribile perché comunque capisci che c’è una persona che sta male, le sono successe delle cose orrende, però anche intuitivamente è chiaro che questa non è poesia, o perlomeno secondo certi criteri potrebbe essere poesia comica, ma non lo è negli intenti.”

(Aldo Nove: da qui)

in my end is my beginning

I primi anni Settanta rappresentano un crinale decisivo del Novecento poetico italiano. La pubblicazione, nel 1971, di due opere come Satura e Trasumanar e organizzar è il sintomo non solo di una svolta prosastica e antilirica della nostra poesia, ma di più radicale esaurimento delle sue canoniche tensioni all’assoluto: di un momento in cui “il linguaggio poetico sembra voler uscire dalla propria pelle”.
[…]
“A metà degli anni Settanta diventò chiaro che si stava ricominciando da un grado zero dell’autocoscienza storica (…). Niente più impegno né avanguardia. Cioè niente rapporto dialettico tra poesia e storia, fra evoluzione o mutamento delle forme letterarie e processo storico”.

Posta di fronte alla svolta degli anni Settanta, la maggior parte dei poeti italiani ha risposto sostanzialmente in due modi distinti – ciascuno dei quali responsabile di una varietà di posizioni di poetica e di ricerca stilistica. Non due linee, quindi, e tantomeno due movimenti, ma due diverse reazioni psicologiche al progressivo esaurimento della tradizione postromantica.

a) La prima reazione, forte soprattutto negli anni Settanta, è stata di tipo euforico, ed è consistita nel ripristino a diverso titolo del mito della poesia come emergenza emotiva, comunicazione spontanea antecedente a qualsiasi stilizzazione – idea per cui in poesia è sempre possibile, e anzi si deve, ricominciare ogni volta da capo. La lirica in particolare viene qui intesa come bisogno insopprimibile, istinto primario sottratto al divenire storico. […] In scena spesso un io narcisista e anarchico, che si denuda e si dà fuoco in pubblico (Alda Merini, Attilio Lolini, Patrizia Cavalli, Dario Bellezza). Nella stessa direzione, ma a un più alto livello di anacronismo, c’è chi ha ricominciato a interpretare l’atto del poetare come valore assoluto, sacerdotale. Riprende forma il disegno di una poesia ad alta voce, priva di inibizioni e immune dall’ironia, che punta dritta all’estasi: tentativo ambizioso di liberarsi dei dubbi e delle autocritiche attraverso un atto di fede nelle ragioni occulte e sciamaniche dell’andare a capo. Un tipo di poesia che rifiuta la vergogna e si colloca dalla parte degli archetipi (Conte, Mussapi, Carifi); che accetta e anzi esibisce un’identità elitaria. Una scrittura che si vuole fuori dalla contingenza, ma che ha saputo fornire, in qualche caso, delle fotografie straordinariamente esatte della società che storicamente l’ha prodotta: penso a Somiglianze di Milo De Angelis, forse il miglior ritratto letterario (non solo poetico) degli anni di piombo.

b) La seconda reazione, di tipo disforico, è emersa soprattutto a partire dagli anni Ottanta, e ha contrassegnato a lungo i Novanta. Essa non nega ma al contrario prende atto della frattura intervenuta nella dialettica storica, induce molti poeti ad assumere un atteggiamento ed uno stile ‘postumi’ rispetto alla modernità; a usare la tradizione contro la tradizione, a testimoniare un’angoscia e un lutto. Adoperando metaforicamente il vocabolario della psicanalisi, si potrebbe parlare in questo caso di una specie di nevrosi della fine, incarnata in moduli spesso manieristici, o barocchi, comunque culturalmente sovrassaturi e formalistici, agli antipodi dell’antintellettualismo della posizione precedente. […] E’ un ambito in cui prevalgono colori freddi, malinconici, spesso senili, anche se vi si sono riconosciuti, magari saltuariamente, non solo poeti effettivamente anziani (Giudici, Sanguineti, Zanzotto, Fortini, Raboni), ma anche generazioni più giovani: Valduga, Held, Nove, Frasca; la corrente neometrica del Gruppo 93; fino forse ad autori di più recente esordio come Italo Testa.

[…]

La mia impressione è che mito delle origini e nevrosi della fine insistano ad agire sulla scena letteraria italiana degli anni Zero. Continueranno a farlo, probabilmente, finché non si imporrà un diverso paradigma storico, capace di ripensare la categoria di ‘nuovo’ e ricomporre una efficace, attendibile nozione di progresso nelle arti. Per adesso il quadro delle proposte formali continua ad arricchirsi, ma la dialettica che le alimenta non è sostanzialmente mutata.

(… leggi tutto il contributo di Gianluigi Simonetti su “Le parole e le cose“)