mappature

Avete presente quel racconto di Borges, in cui un imperatore decide di far disegnare una mappa del suo impero che sia il più fedele possibile, e finisce per realizzare una mappa grande quanto l’impero stesso?
Ecco, se io – che mi considero un lettore piuttosto forte di poesia – dovessi provare a mappare la poesia degli ultimi trenta o quarant’anni, finirei per fare la stessa cosa: una mappa grande quanto il proprio oggetto. Perché, come ben sa chi se ne occupa, la poesia contemporanea è esplosa in una miriade di esperienze che non sembrano più avere un centro.
A scuola, quando studiamo il decadentismo o l’ermetismo, i ragazzi mi chiedono spesso: “Prof, e oggi? Che movimento c’è? Qual è la scuola poetica contemporanea?” E io, lo confesso, non so mai che cosa rispondere.

Pure, c’è chi queste mappature prova a farle. Per esempio, è appena uscito un libro di Maria Borio, che si occupa proprio di tracciare le linee di quanto è successo nella poesia italiana tra gli anni Settanta e gli anni Novanta, seguendo i percorsi individuali di alcuni autori attraverso la lettura dei loro testi.

Qui sotto c’è un piccolo estratto; uno più lungo lo trovate su “Le parole e le cose”; però il libro vi consiglio di comprarvelo tutto.

“Con la crisi delle ideologie e la complessità senza conflitto del postmoderno, l’io non ha più un orizzonte umanistico di valori cui fare riferimento. La conoscenza che può portare dipende dal limite della sua esperienza. Prendere coscienza di questo limite diventa essenziale: ridimensiona un paradigma ingenuo di valori assoluti, ma supera anche l’espressivismo che non si pone affatto il problema di valori assoluti e che si esaurisce in una voce confessionale, oppure deflagra in un narcisismo nichilista. La lirica che cerca la conoscenza, che combina l’epifania con il saggio, ha invece ben presente che lirica non vuol dire solo espressività, ma consapevolezza etica di un limite individuale. […] Questa soggettività non si rappresenta più in modo individualista oppure esistenzialista. Si colloca, come se fosse un campo osmotico di relazioni, dentro il divenire e le contraddizioni dell’esperienza, dentro l’autentica fenomenologia dell’esperienza, come già suggeriva l’apertura della poesia di Sereni al flusso multiforme e multiprospettico dell’esperienza vissuta. La consapevolezza del limite della propria esperienza fa da barriera contro la riduzione egocentrica e vede l’io in una condizione fluida, un essere in situazione prima che essere situato. La singolarità è aperta alla pluralità. […]

Se non è più plausibile la centralità di un individuo in rapporto a un sistema universale di valori, se appare vuota la fiducia nella centralità della sua espressione che non si pone il problema di un orizzonte di valori oppure si proietta in un nichilismo narcisista, diventa importante abbassare l’ideale umanistico o, meglio, farlo entrare nella complessità dell’esperienza. L’ideale umanistico non è più un esempio che ci sovrasta, che ispira dall’alto la vita civile e artistica, ma un esempio che viene dalla precarietà dell’esperienza, trasformata in testimonianza.”

(da “Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000“, Marsilio, 2018)

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quattro inediti di Antonio Bux

dalla raccolta inedita “Sasso, carta e forbici” (2017)

Carta

II

Ti ho trovata morta sulle scale.
Era ferragosto, nella fretta di vedermi
sei inciampata nell’ultimo scalino
e cadendo all’indietro così
come sei nata, in un salto di luce
sei andata via, con i vicini accanto
mormorando sul tuo corpo mezzo rotto.
È stata l’ultima volta che ho pianto,
poi c’è stato un muro, specie quando
ti ho vista rialzarti dal marmo
della camera ardente venirmi contro
a dire: sei tu che stai sognando
la mia morte; così te ne sei tornata
sdraiata a dormire. Fu dopo quella notte
che tu attraversasti il portone
ogni maledetto giorno: a casa ti vedevo
salire le scale con me, mentre raccontavi
la tua giornata all’ospedale, tra un paziente
e una palpata del primario, e io geloso,
col tuo bisturi gli avrei tagliato via tutto;
ma tu mi frenavi, dicevi: è solo lavoro,
non è niente, torniamo a casa, amore,
è per il bene di nostro figlio. Di quale figlio
tu parlassi non mi era proprio chiaro,
ma lì per lì feci finta di avercelo un bambino
per non deluderti, almeno da morta. Sono passati
dieci anni e ogni giorno facciamo quelle scale,
questa volta senza inciampare, e ogni giorno
provo sempre a fare finta di non vedere, chissà
uno scalino, o il passamano per venirmene con te
a passeggiare là in alto, dove forse abbiamo un figlio.

* * *

Una spora da Cernobil

I

Sassi, fibre, forze della terra,

anni che non sono più uomini

vicini a come si perde un volto.

Sono stati qui, erano tanti,

abitavano stanze, senza sapere,

lavoravano a fare vita.

Ma ora è vita e non è mai, vita

ora che è qui, a lavorare,

a far da sola,

sola il tempo e sola la solitaria

roccia che nell’acqua piange,

e piange tutti i ricordi.

I cassonetti sono caduti, colonie

di insetti e bisce, cicorie

qui a fare casa e spazio;

e il manto stradale che era i semafori

accesi per sempre e la luna

come a dividere ancora,

come si andasse da un’altra parte,

da un’altra parte a cercare facce

nuove, per poter restare.

Ma il segnale dice che non si può,

no, dice che la terra è morta

come i morti dicono cos’era

essere tempo, senza mai vivere.

E gli aerei che pure passano sopra

vedono una croce

al di là della chiesa e ombre

piene muovere il prato.

(Che sarebbero uomini e invece sassi,

donne coi loro figli e sono pietre,

fibre come pietre e forze della terra).

* * *

Forbici

I

Il gioco era chiedere, dire montagne,
fare onde coi passi, chiari sulle acque

– e le onde respingevano future –

ma fate disegni calmi, diceva la scuola,
più calmi disegnate le onde: così uno
diventava bambino, con l’acqua

sporca, come il corpo addosso,
con la poca acqua caduta dai sogni
che ora è corpo e cenere, o fuoco,

o è corpo che si chiede esistere,
o resistere se è gioco quel sasso
a tirare, o a esser tirato, e creare

un disegno per bucare e dire carta,
o per tagliare con le forbici
a mani piene, pietre immaginarie.

(E questo gioco era montagne
alte, immaginarie erano vite
così piene che si era bambini
da soli, a disegnare le onde).

Non che sia abitare questo
prima di vivere, non che sia
più gioco o vanità la foresta

che si placa con gli anni, o uno
a sé davanti che gioca, e perde,
o solamente si trova schierato.

XI

Ero nato, ne sono sicuro. Ma non

nei fogli, più dentro l’acqua genitale

di mia madre, quella innaturale,

e mi ha fatto così, come la neve,

che cade solo se accolta.

Ero nato, in un Nord del Sud,

o in Sud del Nord, di sicuro al centro

dopo l’estate, quando Ottobre era caldo

e il magnete della terra premeva

verso il caldo destinale, del suo globo.

E così fui nato, ma senza prospettiva

di diventare un bel divoratore

di piante, di maiali, di urine bianche

trasformate. È così che sono nato,

dentro uno stivale, dalla pelle bucata,

e sono nato povero, ma con forma regale,

mi sono comprato una fede, una sposa,

una frase che è mia. E dentro la mia città

ho creduto le città come gabbie, come nidi

ma non solo di gabbie, anche di aurore.

Ed è anche per questo che sono nato,

per veder scritto dove è niente, per sapere

se quel niente può essere fatto, come un volto

che dice sono Dio, ma è solo il volto

di un io allo specchio. E così me ne vado

nello specchio di tutti i volti, e nelle montagne

che sono solo mie, e nei venti e nei mari,

e nei fiumi, quelli miei e di tutti, perché è lì

che dovremo annegare. È così che si nasce

e si muore, come insieme, uniti

allo stare del mondo. Allora nasceremo

di nuovo forse, nasceremo più forti, più chiari,

e leggeremo altrove i nostri volti, scolpiti,

e le nostre mani, magari scriveranno meno,

e forse faremo grandi i cieli

di lotte, e grandi sorrisi sì, sicuro

qualcosa faremo. Perché si nasce

per questo, per fare. E io ho fatto presto,

ho scritto questa poesia.

Antonio Bux (Foggia, 1982) ha pubblicato vari libri, sia in italiano, tra i quali Trilogia dello zero (finalista premio Lorenzo Montano, vincitore premio Minturnae), Kevlar (vincitore premio Alinari), Naturario (selezione premio Viareggio), che in spagnolo (23 – fragmentos de alguien, El hombre comido, Saga familiar de un lobo estepario). Suoi lavori sono stati tradotti in varie lingue e antologizzati in opere collettive come InVerse: Italian poets in translation, a cura della John Cabot University. Ha tradotto numerosi autori di lingua spagnola, su tutti Leopoldo María Panero. Ha fondato e dirige il blog Disgrafie, oltre che una collana per la casa editrice RPlibri e due collane per le Marco Saya Edizioni.

tre poesie di Stefania Onidi

Sogno

Ho sognato che ti nutrivi al mio seno
ma non crescevi tu e non crescevo io.
Rimanevi eterno bambino tra le mie braccia
troppo bianche per contenere le tue future metamorfosi.
Ho sognato che ti baciavo gli occhi.
Ho sognato quel corpo che noi due inventammo
ancora prima di essere.

* * *

Vertigine

Mi svegliai su un campo di papaveri.
Albe di rosso fin dentro la pupilla.
In gola mi soffocava un sogno.
Sentivo l’odore della terra, mio unico abito,
sentivo le tue mani risalire il ventre, calde
ali, girandole di desiderio.
Ti guardai. Eravamo proprio io e te,
stretti, sul filo della lama di un tempo esatto e accolto
finalmente.
Tra i capelli un vento.
Nel suo abbraccio raggiro di sensi,
suono di parole, le tue.
– Ti ho assaggiato sillabe di miele direttamente
dalla bocca.
Amarti è un gioco (d’azzardo).

* * *

Identità

Resto donna di scogliera
fiore di cisto selvatico
nel taglio del vento
nel segno del sale.
Aperta agli azzurri senza nome
alla ruota del sole
alla gioia lenta della terra.

(da Quadro imperfetto, Bertoni Editore, 2017)

in tema con la giornata

Natività

La neve sarà già alta la mattina,
nessuno di loro guarderà il nero dei rami che taglia
il cielo dell’inverno, il cielo che si specchia nella neve
la neve che si specchia dentro il cielo,
sfileranno dalle cassettiere i pantaloni migliori, la gonna giusta
la giacca che era del padre quando si sono sposati
annoderanno la cravatta con dita imprecise
e sapranno di acqua di rose e naftalina
perché sarà il giorno che accoglie la devozione
e ferma il tempo degli abiti sudici, dei tagli sulle mani;
si troveranno tutti nella chiesa troppo grande
per il paese piccolo e daranno al Natale la forma
delle loro giacche sformate, del loro stare vicini,
del vapore dei loro aliti, lo faranno per loro
e perché è la festa, e per tornare alle case
se non conciliati meno pesanti nel buio del giorno corto,
lo faranno allora, lo faranno oggi, lo faranno domani
lo faranno finché starà fermo il palo drizzato
nel mezzo del ricordare di chi li ricorda e la neve,
nel freddo, sarà già alta la mattina.

(Pierluigi Cappello, da “Stato di quiete. Poesie 200-2016”, Rizzoli)

andiamo nel sonno

Piano piano si staccano
i tocchi
da un orologio e nuotano
fra pioggia, vento e vetri di finestre.
Le terrazze tamburellano
come teli da tenda
e il grido dei fanciulli: “Aea!” si perde
nelle vie
come per corridoi
di un castello assediato.

Inverno assediatore,
vecchiaia dell’anno,
mette angoscia nei sensi,
chiude il domani.

Ma lasciamo un momento questa città.
Andiamo nel sonno,
andiamo a vedere che succede.

Vittorio Bodini (da “La luna dei Borboni”)

quattro poesie di Maria Borio

 (i testi vengono da qui)

Isola

Nella notte il vetro dei grattacieli di Isola
sembra una faglia sull’orizzonte,
il semicerchio della struttura che dice
il potere di rendere solida l’acqua
e liquefarsi al momento
che hai finito di circoscrivere.

Qui le ore distinguono
il silenzio netto, il rullio dei treni,
le gocce nell’aria, le fibre –
ma l’alba ci ha fermato in un suono contorto:

le curve del tempo vuoto
la fuga nel sottopassaggio
l’elettricità aperta tra gli ascensori e il cibo decongelato
gli artefici di questa pulizia di vetro
o una prova molto umana per fermare un azzurro fragilissimo.

Seduti al limite della fontana
ecco il sorpasso: il freddo incorruttibile
si restringe e una folla normale
scala i tratti del volto. Al bar mi dici
che è metafora del mondo
oggi trattenendo il cibo nella bocca
il grande vetro di questi edifici
e il cibo profondo negli organi:

meccanica e carne invisibili
e la loro imperfezione avvolge al puro e all’impuro
entrando uscendo dal grande vetro
come l’arte afona e oscura di Duchamp
taglia a sezioni.

Nel caso premi la mano, può frangersi

o resistere come l’etere resiste,

e lì coscienti o da noi separati

puro e impuro,

il grande schermo di Isola

o un continente.

(Il luogo di Isola è l’omonimo quartiere di Milano, 2015-2016)

*

Atmosfera

Ogni respiro è una piccola morte
o forse come dire le mani sulla pancia
vuota di una donna che dentro vuole

un figlio. Ogni respiro si ferma quando
pensiamo al futuro di una generazione
in stanze condivise, contratti condivisi

le mani sul diaframma alto e basso,
se alto dire “saremo”, se basso dire
la pancia esile a cui nessuno fa caso,

quanto sia vera, quanto il desiderio
sia “posto” come quello del palazzo
piantato da anni vicino al fiume,

appartamento che tiene vite multiple,
o quello sulla riva dei platani tranquilli
della famiglia delle anatre che sceglie

libera dove farsi la casa. Noi ascoltiamo
il ritmo di un respiro, la pancia
che si alza, si abbassa, si tende

mentre la tocchi come non dovesse
rapprendersi mai, non è l’arancia vecchia
che in cucina abbiamo dimenticato.

Pensiamo alla massa giovane dei bianchi
di cultura bianca e la loro vita appena adulta
in stanze, contratti, questa pancia

tutta occhi che riconosce, classifica, scrive
sopra il cervello dell’intestino. Sono nati
gli anatroccoli perché è maggio, la famiglia

migra all’argine vicino al parco. Avete visto
la traccia del nido strappato, una cortina
di ruggine. Così l’appartamento quando è vuoto

come se tutti si fossero spostati lasciando
i giocattoli filamentosi, i vestiti industriali,
contraccettivi, scatole d’aria.

Seguiamo la corrente, sentiamo altre forme:
sotto le case fondamenta, sotto la riva radici.
Il cono dell’atmosfera vuoto su tutti, azzurro.

Torino, maggio 2017

*

Distanza

Fermati e ritaglia la regola delle due parti,
i piedi come sono lontani dagli occhi:

in ogni persona fissa questa distanza.
Il corpo di tutti è unità di misura,

ma nessuno uguale – la distanza che sempre
trema dai capelli ai talloni dei bambini

adesso è il contatto tra il caldo a morsa dell’estate
e la pioggia grigia quando iniziano ad abitarsi.

L’aria è ferma, arsa, lenta come una bestia.
La distanza tra piedi e occhi asciuga.

Sul fondo della valle siamo rimasti schiacciati,
non più reali – noi e le macchine, i covoni pressati,

i cavalli calmi. L’aria preme lo stomaco: a volte toglieva
colore ai cespugli del lauro, lo fissava negli occhi

e credevamo che l’atmosfera diminuisse,
che avessimo respirato solo pensando

al colore. Salivamo – mi guardavi come se tutte le luci
del fondo fossero occhi e potessero guardarci.

La distanza tra i capelli e i piedi trema selvatica
fra il punto più alto di questa collina e a est

la gemella, una forma pulita e la schiena
di un cavallo che dorme. La luna è alta in fretta.

Restiamo vuoti a guardarla senza saperle dare un nome
le teste senza meta che la cercano.

Perugia-Assisi, agosto 2017

*

Nord

Sapersi avvicinare.
Così vediamo l’enigma della distanza
dal posto in cui si addensano i luoghi che ci hanno abitato.
Inizio chiamando le isole d’erica e ghiaccio
l’alba atlantica
un aereo al decollo
versi crudi di gabbiani come sottili catene.

Chiedete nudità. Le scogliere si aprono
più a sud in un prato piatto
e gli animali sono immobili
come una sinfonia che si avvolge su se stessa:
pensavo alla loro bicromia
stordita di sidro trovando in qualche angolo
della lingua il barniolino
mele acide, bacche rosse
la pianura emiliana premuta dalla nebbia
che si incastra nei movimenti.

Affacciati, dall’alto sul mare,
ripeti la vertigine
nel basso della pianura
in contrappeso.

Mi sono affacciata ed era spazio più ampio
una meridiana arsa di capperi e lava
tesa a lande calcaree, dorsali.
Gli uomini sdraiati sul fondo dell’Europa
forse mi hanno guardato, e chiedo
sarete intrecciati nei posti che ho visto
in uno solo breve come poter dire
cosa sono i miei anni minuscoli
attraverso lo scontro di sud e nord.

Ogni luogo appartiene ad altri.
Li appoggio senza genealogia,
gli do odore, ricevo umido e arido.
Ci bagnano o uccidono.

Ero nel punto più alto della scogliera
nel vento del nord affilato, lunare.

Voi li abitate adesso. Avvicinatevi.
Mi affaccio, salto –
da roccia a roccia sopra un resto.

Roma-Londra, 2016
Maria Borio è nata a Perugia nel 1985. È dottore di ricerca in Letteratura italiana. Una raccolta di sue poesie, Vite unite, è presente nel XII Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2015); nel 2017 è uscita la sua prima silloge, intitolata L’altro limite (Lietocolle). Cura la sezione poesia di “Nuovi Argomenti”. Ha scritto i saggi “Satura”. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (in uscita per Marsilio).

cinque poesie di Pierluigi Cappello

 Pierluigi Cappello è morto oggi, a cinquant’anni.

* * *

Elementare

E c’è che vorrei il cielo elementare
azzurro come i mari degli atlanti
la tersità di un indice che dica
questa è la terra, il blu che vedi è mare.

* * *

Lascio la camera com’era quando era nei tuoi occhi,
incontrarti è il sapore che trattengo nel sorso di caffè.

Tra il piacere e quel che resta del piacere
il mio corpo sta come un posto dove si piange
perché non c’è nessuno.

Un giorno settembre era limpido e ventoso
il silenzio ammutoliva, la terra tornava al cielo.

* * *

Piove

Piove, e se piovesse per sempre
sarebbe questa tua carezza lunga
che si ferma sul petto, le tempie;
eccoci, luccicante sorella,
nel cerchio del tempo buono, nell’ora
indovinata
stiamo noi, due sguardi versati in un corpo,
uno stare senza dimora
che ci fa intangibili, sottili come un sentiero
di matita
da me a te né dopo né dove, amore,
nello scorrere
quando mi dici guardami bene, guarda:
l’albero è capovolto, la radice è nell’aria.

* * *

Parole povere

Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo
l’altro mette il portafoglio nero
nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro.

Una sarchia la terra magra di un orto in salita
la vestaglia a fiori tenui
la sottoveste che si vede quando si piega.

Uno impugna la motosega
e sa di segatura e stelle.

Uno rompe l’aria con il suo grido
perché un tronco gli ha schiacciato il braccio
ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato
e io c’ero, ero piccolino.

Uno cade dalla bicicletta legata
e quando si alza ha la manica della giacca strappata
e prova a rincorrerci.

Uno manda via i bambini e le cornacchie
con il fucile caricato a sale.

Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera
Isolina portami un caffé, dice.

Uno bussa la mattina di Natale
con una scatola di scarpe sottobraccio
aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato
zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando.

Una esce di casa coprendosi un occhio con il palmo
mentre con l’occhio scoperto piange.

Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti
anche l’altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti.

Una scrive su un involto da salumiere
sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.

Uno prepara un cartello
da mettere sulla sua catasta nel bosco
non toccarli fatica a farli, c’è scritto in vernice rossa.

Uno prepara una saponetta al tritolo
da mettere sotto la catasta e il cartello di prima
ma io non l’ho visto.

Una dà un calcio a un gatto
e perde la pantofola nel farlo.

Una perde la testa quando viene la sera
dopo una bottiglia di Vov.

Una ha la gobba grande
e trova sempre le monete per strada.

Uno è stato trovato
una notte freddissima d’inverno
le scarpe nella neve
i disegni della neve sul suo petto.

Uno dice qui la notte viene con le montagne all’improvviso
ma d’inverno è bello quando si confondono
l’alto con il basso, il bianco con il blu.

Uno con parole proprie
mette su lì per lì uno sciopero destinato alla disfatta
voi dicete sempre di livorare
ma non dicete mai di venir a tirar paga
ingegnere, ha detto. Ed è già
il ricordo di un ricordare.

Uno legge Topolino
gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio
e si è fatto in casa una canoa troppo grande
che non passa per la porta.

Uno l’ho ricordato adesso adesso
in questo fioco di luce premuta dal buio
ma non ricordo che faccia abbia.

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
la parola amen
perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu.

E io dico che mi piace la parola amen
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
e di pietà dentro il silenzio
ma io non la metterei la parola amen
perché non ho nessuna pietà di voi
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
e l’allegria dei vinti e una tristezza grande.

* * *

Gattino

Se tu lo prendi in mano
è tutto peli ed ossa,
ma l’occhio è sveglio e sano
guardingo ad ogni mossa;
lasciato sul cuscino
si libera nel gioco
il piccolo felino
lampo d’astuzia e fuoco;
si lancia e caprioleggia
nel cuore della vita
la zampa che dardeggia
insegue le tue dita
e dopo, con ardore,
lui sfreccia per il letto
e ti conquista il cuore
quando ti salta in petto
e allora ti incatena
più dolce, l’infedele,
di una scodella piena
di latte con il miele.

 (Pierluigi Cappello, 1967 – 2017)