tre poesie di Stefania Onidi

Sogno

Ho sognato che ti nutrivi al mio seno
ma non crescevi tu e non crescevo io.
Rimanevi eterno bambino tra le mie braccia
troppo bianche per contenere le tue future metamorfosi.
Ho sognato che ti baciavo gli occhi.
Ho sognato quel corpo che noi due inventammo
ancora prima di essere.

* * *

Vertigine

Mi svegliai su un campo di papaveri.
Albe di rosso fin dentro la pupilla.
In gola mi soffocava un sogno.
Sentivo l’odore della terra, mio unico abito,
sentivo le tue mani risalire il ventre, calde
ali, girandole di desiderio.
Ti guardai. Eravamo proprio io e te,
stretti, sul filo della lama di un tempo esatto e accolto
finalmente.
Tra i capelli un vento.
Nel suo abbraccio raggiro di sensi,
suono di parole, le tue.
– Ti ho assaggiato sillabe di miele direttamente
dalla bocca.
Amarti è un gioco (d’azzardo).

* * *

Identità

Resto donna di scogliera
fiore di cisto selvatico
nel taglio del vento
nel segno del sale.
Aperta agli azzurri senza nome
alla ruota del sole
alla gioia lenta della terra.

(da Quadro imperfetto, Bertoni Editore, 2017)

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in tema con la giornata

Natività

La neve sarà già alta la mattina,
nessuno di loro guarderà il nero dei rami che taglia
il cielo dell’inverno, il cielo che si specchia nella neve
la neve che si specchia dentro il cielo,
sfileranno dalle cassettiere i pantaloni migliori, la gonna giusta
la giacca che era del padre quando si sono sposati
annoderanno la cravatta con dita imprecise
e sapranno di acqua di rose e naftalina
perché sarà il giorno che accoglie la devozione
e ferma il tempo degli abiti sudici, dei tagli sulle mani;
si troveranno tutti nella chiesa troppo grande
per il paese piccolo e daranno al Natale la forma
delle loro giacche sformate, del loro stare vicini,
del vapore dei loro aliti, lo faranno per loro
e perché è la festa, e per tornare alle case
se non conciliati meno pesanti nel buio del giorno corto,
lo faranno allora, lo faranno oggi, lo faranno domani
lo faranno finché starà fermo il palo drizzato
nel mezzo del ricordare di chi li ricorda e la neve,
nel freddo, sarà già alta la mattina.

(Pierluigi Cappello, da “Stato di quiete. Poesie 200-2016”, Rizzoli)

andiamo nel sonno

Piano piano si staccano
i tocchi
da un orologio e nuotano
fra pioggia, vento e vetri di finestre.
Le terrazze tamburellano
come teli da tenda
e il grido dei fanciulli: “Aea!” si perde
nelle vie
come per corridoi
di un castello assediato.

Inverno assediatore,
vecchiaia dell’anno,
mette angoscia nei sensi,
chiude il domani.

Ma lasciamo un momento questa città.
Andiamo nel sonno,
andiamo a vedere che succede.

Vittorio Bodini (da “La luna dei Borboni”)

quattro poesie di Maria Borio

 (i testi vengono da qui)

Isola

Nella notte il vetro dei grattacieli di Isola
sembra una faglia sull’orizzonte,
il semicerchio della struttura che dice
il potere di rendere solida l’acqua
e liquefarsi al momento
che hai finito di circoscrivere.

Qui le ore distinguono
il silenzio netto, il rullio dei treni,
le gocce nell’aria, le fibre –
ma l’alba ci ha fermato in un suono contorto:

le curve del tempo vuoto
la fuga nel sottopassaggio
l’elettricità aperta tra gli ascensori e il cibo decongelato
gli artefici di questa pulizia di vetro
o una prova molto umana per fermare un azzurro fragilissimo.

Seduti al limite della fontana
ecco il sorpasso: il freddo incorruttibile
si restringe e una folla normale
scala i tratti del volto. Al bar mi dici
che è metafora del mondo
oggi trattenendo il cibo nella bocca
il grande vetro di questi edifici
e il cibo profondo negli organi:

meccanica e carne invisibili
e la loro imperfezione avvolge al puro e all’impuro
entrando uscendo dal grande vetro
come l’arte afona e oscura di Duchamp
taglia a sezioni.

Nel caso premi la mano, può frangersi

o resistere come l’etere resiste,

e lì coscienti o da noi separati

puro e impuro,

il grande schermo di Isola

o un continente.

(Il luogo di Isola è l’omonimo quartiere di Milano, 2015-2016)

*

Atmosfera

Ogni respiro è una piccola morte
o forse come dire le mani sulla pancia
vuota di una donna che dentro vuole

un figlio. Ogni respiro si ferma quando
pensiamo al futuro di una generazione
in stanze condivise, contratti condivisi

le mani sul diaframma alto e basso,
se alto dire “saremo”, se basso dire
la pancia esile a cui nessuno fa caso,

quanto sia vera, quanto il desiderio
sia “posto” come quello del palazzo
piantato da anni vicino al fiume,

appartamento che tiene vite multiple,
o quello sulla riva dei platani tranquilli
della famiglia delle anatre che sceglie

libera dove farsi la casa. Noi ascoltiamo
il ritmo di un respiro, la pancia
che si alza, si abbassa, si tende

mentre la tocchi come non dovesse
rapprendersi mai, non è l’arancia vecchia
che in cucina abbiamo dimenticato.

Pensiamo alla massa giovane dei bianchi
di cultura bianca e la loro vita appena adulta
in stanze, contratti, questa pancia

tutta occhi che riconosce, classifica, scrive
sopra il cervello dell’intestino. Sono nati
gli anatroccoli perché è maggio, la famiglia

migra all’argine vicino al parco. Avete visto
la traccia del nido strappato, una cortina
di ruggine. Così l’appartamento quando è vuoto

come se tutti si fossero spostati lasciando
i giocattoli filamentosi, i vestiti industriali,
contraccettivi, scatole d’aria.

Seguiamo la corrente, sentiamo altre forme:
sotto le case fondamenta, sotto la riva radici.
Il cono dell’atmosfera vuoto su tutti, azzurro.

Torino, maggio 2017

*

Distanza

Fermati e ritaglia la regola delle due parti,
i piedi come sono lontani dagli occhi:

in ogni persona fissa questa distanza.
Il corpo di tutti è unità di misura,

ma nessuno uguale – la distanza che sempre
trema dai capelli ai talloni dei bambini

adesso è il contatto tra il caldo a morsa dell’estate
e la pioggia grigia quando iniziano ad abitarsi.

L’aria è ferma, arsa, lenta come una bestia.
La distanza tra piedi e occhi asciuga.

Sul fondo della valle siamo rimasti schiacciati,
non più reali – noi e le macchine, i covoni pressati,

i cavalli calmi. L’aria preme lo stomaco: a volte toglieva
colore ai cespugli del lauro, lo fissava negli occhi

e credevamo che l’atmosfera diminuisse,
che avessimo respirato solo pensando

al colore. Salivamo – mi guardavi come se tutte le luci
del fondo fossero occhi e potessero guardarci.

La distanza tra i capelli e i piedi trema selvatica
fra il punto più alto di questa collina e a est

la gemella, una forma pulita e la schiena
di un cavallo che dorme. La luna è alta in fretta.

Restiamo vuoti a guardarla senza saperle dare un nome
le teste senza meta che la cercano.

Perugia-Assisi, agosto 2017

*

Nord

Sapersi avvicinare.
Così vediamo l’enigma della distanza
dal posto in cui si addensano i luoghi che ci hanno abitato.
Inizio chiamando le isole d’erica e ghiaccio
l’alba atlantica
un aereo al decollo
versi crudi di gabbiani come sottili catene.

Chiedete nudità. Le scogliere si aprono
più a sud in un prato piatto
e gli animali sono immobili
come una sinfonia che si avvolge su se stessa:
pensavo alla loro bicromia
stordita di sidro trovando in qualche angolo
della lingua il barniolino
mele acide, bacche rosse
la pianura emiliana premuta dalla nebbia
che si incastra nei movimenti.

Affacciati, dall’alto sul mare,
ripeti la vertigine
nel basso della pianura
in contrappeso.

Mi sono affacciata ed era spazio più ampio
una meridiana arsa di capperi e lava
tesa a lande calcaree, dorsali.
Gli uomini sdraiati sul fondo dell’Europa
forse mi hanno guardato, e chiedo
sarete intrecciati nei posti che ho visto
in uno solo breve come poter dire
cosa sono i miei anni minuscoli
attraverso lo scontro di sud e nord.

Ogni luogo appartiene ad altri.
Li appoggio senza genealogia,
gli do odore, ricevo umido e arido.
Ci bagnano o uccidono.

Ero nel punto più alto della scogliera
nel vento del nord affilato, lunare.

Voi li abitate adesso. Avvicinatevi.
Mi affaccio, salto –
da roccia a roccia sopra un resto.

Roma-Londra, 2016
Maria Borio è nata a Perugia nel 1985. È dottore di ricerca in Letteratura italiana. Una raccolta di sue poesie, Vite unite, è presente nel XII Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2015); nel 2017 è uscita la sua prima silloge, intitolata L’altro limite (Lietocolle). Cura la sezione poesia di “Nuovi Argomenti”. Ha scritto i saggi “Satura”. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (in uscita per Marsilio).

cinque poesie di Pierluigi Cappello

 Pierluigi Cappello è morto oggi, a cinquant’anni.

* * *

Elementare

E c’è che vorrei il cielo elementare
azzurro come i mari degli atlanti
la tersità di un indice che dica
questa è la terra, il blu che vedi è mare.

* * *

Lascio la camera com’era quando era nei tuoi occhi,
incontrarti è il sapore che trattengo nel sorso di caffè.

Tra il piacere e quel che resta del piacere
il mio corpo sta come un posto dove si piange
perché non c’è nessuno.

Un giorno settembre era limpido e ventoso
il silenzio ammutoliva, la terra tornava al cielo.

* * *

Piove

Piove, e se piovesse per sempre
sarebbe questa tua carezza lunga
che si ferma sul petto, le tempie;
eccoci, luccicante sorella,
nel cerchio del tempo buono, nell’ora
indovinata
stiamo noi, due sguardi versati in un corpo,
uno stare senza dimora
che ci fa intangibili, sottili come un sentiero
di matita
da me a te né dopo né dove, amore,
nello scorrere
quando mi dici guardami bene, guarda:
l’albero è capovolto, la radice è nell’aria.

* * *

Parole povere

Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo
l’altro mette il portafoglio nero
nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro.

Una sarchia la terra magra di un orto in salita
la vestaglia a fiori tenui
la sottoveste che si vede quando si piega.

Uno impugna la motosega
e sa di segatura e stelle.

Uno rompe l’aria con il suo grido
perché un tronco gli ha schiacciato il braccio
ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato
e io c’ero, ero piccolino.

Uno cade dalla bicicletta legata
e quando si alza ha la manica della giacca strappata
e prova a rincorrerci.

Uno manda via i bambini e le cornacchie
con il fucile caricato a sale.

Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera
Isolina portami un caffé, dice.

Uno bussa la mattina di Natale
con una scatola di scarpe sottobraccio
aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato
zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando.

Una esce di casa coprendosi un occhio con il palmo
mentre con l’occhio scoperto piange.

Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti
anche l’altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti.

Una scrive su un involto da salumiere
sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.

Uno prepara un cartello
da mettere sulla sua catasta nel bosco
non toccarli fatica a farli, c’è scritto in vernice rossa.

Uno prepara una saponetta al tritolo
da mettere sotto la catasta e il cartello di prima
ma io non l’ho visto.

Una dà un calcio a un gatto
e perde la pantofola nel farlo.

Una perde la testa quando viene la sera
dopo una bottiglia di Vov.

Una ha la gobba grande
e trova sempre le monete per strada.

Uno è stato trovato
una notte freddissima d’inverno
le scarpe nella neve
i disegni della neve sul suo petto.

Uno dice qui la notte viene con le montagne all’improvviso
ma d’inverno è bello quando si confondono
l’alto con il basso, il bianco con il blu.

Uno con parole proprie
mette su lì per lì uno sciopero destinato alla disfatta
voi dicete sempre di livorare
ma non dicete mai di venir a tirar paga
ingegnere, ha detto. Ed è già
il ricordo di un ricordare.

Uno legge Topolino
gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio
e si è fatto in casa una canoa troppo grande
che non passa per la porta.

Uno l’ho ricordato adesso adesso
in questo fioco di luce premuta dal buio
ma non ricordo che faccia abbia.

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
la parola amen
perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu.

E io dico che mi piace la parola amen
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
e di pietà dentro il silenzio
ma io non la metterei la parola amen
perché non ho nessuna pietà di voi
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
e l’allegria dei vinti e una tristezza grande.

* * *

Gattino

Se tu lo prendi in mano
è tutto peli ed ossa,
ma l’occhio è sveglio e sano
guardingo ad ogni mossa;
lasciato sul cuscino
si libera nel gioco
il piccolo felino
lampo d’astuzia e fuoco;
si lancia e caprioleggia
nel cuore della vita
la zampa che dardeggia
insegue le tue dita
e dopo, con ardore,
lui sfreccia per il letto
e ti conquista il cuore
quando ti salta in petto
e allora ti incatena
più dolce, l’infedele,
di una scodella piena
di latte con il miele.

 (Pierluigi Cappello, 1967 – 2017)

tre poesie di Piera Badoni (1912 – 1989)

Non voglio fare al traforo
piccoli duomi, cornici,
gabbie per canarini.
Fatelo voi vecchi sordi
chiusi nel buio tinello.
Io corro via come l’acqua
densa di rapide e gorghi.

* * *

Sul Ponte Vecchio quanti gioielli
chiusi nelle vetrine.
Son come la mia gioia
che non posso toccare.
E so che non vale se cerco
di rompere col pugno chiuso
il cristallo.
È sempre, è solo il mio sangue
che verso.

* * *

È subito detto un anno
ma un anno è fatto di mesi
e i mesi son fatti di giorni
e i giorni son lunghi da vivere
son faticosi da vivere
uno per uno
senza nemmeno un tuo segno
felicità, che pure esisti.

(da “Felicità, che pure esisti”, 1948)