tre poesie di Piera Badoni (1912 – 1989)

Non voglio fare al traforo
piccoli duomi, cornici,
gabbie per canarini.
Fatelo voi vecchi sordi
chiusi nel buio tinello.
Io corro via come l’acqua
densa di rapide e gorghi.

* * *

Sul Ponte Vecchio quanti gioielli
chiusi nelle vetrine.
Son come la mia gioia
che non posso toccare.
E so che non vale se cerco
di rompere col pugno chiuso
il cristallo.
È sempre, è solo il mio sangue
che verso.

* * *

È subito detto un anno
ma un anno è fatto di mesi
e i mesi son fatti di giorni
e i giorni son lunghi da vivere
son faticosi da vivere
uno per uno
senza nemmeno un tuo segno
felicità, che pure esisti.

(da “Felicità, che pure esisti”, 1948)

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tre poesie di Paolo Castronuovo

l’amore passa sempre dalle scale
bagna la riva della tua porta
scappa dopo aver suonato
i capelli un vestito corto e le infradito
s’affacciano alla tromba
il suono ruzzolante della mia corsa è già via
nel mio appartamento sbatto il portone
il portiere alza lo sguardo e tu pronta
a imbucare la veste fiorata tra le cosce
fin quando non si rintani nel gabbiotto
l’amore viaggia sempre su più piani
ma lo travesto da scherzo
purché tu muova due passi verso me

* * *

hai fatto la ceretta oggi
l’ho notato dalle gocce
che correvano libere
senza inciampare ai pori irti
dove il pelo comincia
il giorno dopo a fare capolino
lungo le strade avvallate all’inguine
la mia barba di ha affannato
stupita al buio vaporizzato di un abatjour
a mo’ di fuoco artificiale
sei esplosa dalle gambe fino al seno

* * *

il ciliegio perde scaglie di smalto
con l’arrivo dell’autunno
il mio fiato caldo balbetta
aumenta di frequenza ai morsi
il tuo respiro
mi guarda dalla torre delle voglie
costellazioni di nèi mi cadono addosso
esaudiscono i desideri nelle scie dei sussurri
che ci amalgamano nella fine.

(da “Labiali”, Pietre Vive 2016)

quattro poesie di Gian Mario Villalta

La casa vecchia

La gru andava via con un giro lento dietro i nocciòli.
Era settembre. La casa era quasi finita
e sarebbe rimasta così per sempre,
con i ferri ricurvi in terrazza,
la malta grezza ai lati della scala.

Il rampicante rischiara la parete,
ricopre il muro, la rete dell’orto.
Lo zio era un ragazzo quando è morto.
Poi altre estati calcinarono le vertebre,
inverni gelarono i nervi del grande corpo contorto
di lobie, stalle, tettoie.

Le automobili dalla statale
proiettano a lampi sopra il letto
il negativo delle persiane
prima di addormentarmi.

Inizio sempre da qui, lo sguardo fisso
nel buio: ricostruisco la casa vecchia.
E mi inabisso
con i visi e le mani che si pensano,
proprio quando è il momento di riunire
tutti in cucina, con le voci che feriscono
per proteggere, mentono per salvare.

* * *

Da madre a figlio

Le palpebre chiuse, piano, senza stringerle,
che si perda la memoria della luce.
Adesso apri e non guardare niente.
Lentamente trova l’ombra (ce n’è sempre),
trova una linea, un contorno sullo sfondo.
Adesso guardati le mani. Se le vedi,
calcola la distanza che separa
la loro forma dalle sagome più scure:
ora trasforma il vuoto in volume.

Avrei voluto insegnarti un bene grande,
l’acqua che nasce, le nuvole selvagge
sopra i campi profumati dai sambuchi.
Avrei voluto il tempo di conoscere
il mio cuore che ti aiutava a crescere.

Ma non c’è tempo. Lentamente, trova l’ombra,
trova una linea, trasforma in orizzonte
la distanza tra un’ombra nera e il fondo.
Posso insegnarti a vedere al buio.
Non c’è mai tempo, prova adesso, prova.

* * *

Vero viso

Un viso, nell’opera degli anni, quando si compie?
Uscendo dall’adolescenza, quando pare fermarsi
per la prima volta, dopo tante prove e i tentativi
di assomigliare a un parente, o a un amico, falliti?
Oppure quando passati i quaranta anni,
nel peso delle palpebre, nell’esimersi delle labbra,
nella tensione delle narici, il carattere,
le manie, vengono fuori, i vizi, la memoria
che adesso occupa il suo presente?
O quando, prima della devastazione, vi si imprime
l’ultima forma, semplice, riassumibile in poche linee
essenziali, l’effigie, la caricatura?

* * *

Sera

La luce si alza verso il cielo sopra le luci
e il buio dolce degli edifici
abbraccia a lungo lo sguardo.
La luce si alza con un respiro
e promette a tutti un segreto, quiete profonda, pianto.
Passano una sull’altra
facce nelle auto che incroci,
le guardi, a cosa appartieni questa sera, a chi parli?
La lingua perduta degli stormi
che alti si adunano nella luce.
La lingua dei perduti per una parola non detta,
per una parola distorta pervenuta all’orecchio.
Per una volta non sia la ragione o la colpa,
chiama tu, pronuncia le parole che più non hai detto.
Non c’è vergogna se trovi nel cielo di questa sera
fiducia in qualcosa che non conosci,
e non la vita che si sogna,
ma qualcosa di tuo nella vita che vedi.
Adesso componi il numero, adesso chiedi.

(Da “Vanità della mente”, Mondadori 2011)

poesie di amiche, pubblicate da amici

Su Atelier Poesia, un’anteprima di “Ordine e mutilazione”, di Elena Zuccaccia, in uscita per le edizioni Pietre Vive.

Qui sotto una poesia, il resto lo trovate qui.

* * *

SÅSOM I EN SPEGEL

di vedere questo
corpo nudo non
ne posso più crepare
immagino almeno
lo potessi cuocere
per dire
la carne mi piace
alla brace
certo di te bianca così
come tacchino
più che Canova
che si può fare
(potrei)
imbracarti di spago
a mo’ di involtini
mangiarti a bocconcini
fare nell’olio la
scarpetta col
pane sciapo

per sempre digerire

(Elena Zuccaccia)

 

(Elena

tre poesie di Tiziana Cera Rosco

Raschia la pentola, nonna,
diccelo forte che il pane non è bianco
che non c’è niente di modesto
nel pregare in una cucina di sprechi
un silenzio tenuto a osso.
Sarà che i giochi di prestigio
hanno rotto l’ultimo bicchiere
e non ci stupiamo più dell’arrivo del domani
che ha sempre la violenza di una volpe.
Alle trecce dei miei tre anni
– alle mie, alle tue –
possiamo dare ben più di un saluto
tutto quello che abbiamo saputo
o non saputo tenere
e questa sera ben costruita sulle spalle.
Diccelo forte che il pane non è bianco
che i figli muoiono
che sono pochi gli avanzi
e non ci è rimasto più nulla da sacrificare.

* * *

Ci si sente
bestie sante della terra
in questo stare distesi sull’acqua
guardando da qui la casa
in cui chi mi ha fatto
e chi ho fatto
condivide lo stesso sonno.
L’alba porta sul lago una sana misura di luce
una tela nuda per il disfacimento del mio saio.
Ho seni caldi – fermi
come si pasturasse ancora latte
come ci fosse ancora qualcosa da nutrire.
Deve essere tutta questa vita
tutto questo essere presente
che non distrae
che non disattende
ciò che veramente esiste – qui –
neanche per un nuovo sentimento

neanche per un compito migliore.

* * *

Lavorare a un ordine tutto l’accaduto
è prima di tutto correggere il genere di me
la femmina che non comprende assenze
e pensa al bene come a qualcosa da sfamare.
Ma se credo allo stesso modo dei falchi di stasera
tirando con l’ala un silenzio allo stremo
dove anche la lucidità della preghiera
mi viene sinistra, di taglio
vedo che posso solo con la mia natura neutra
sollevare
distendere anche il movimento delle labbra
parlarti come devo
in uno spazio più alto, senza sonno.
Cerco di essere scientifica
come Democrito scandire
ascoltando la materia in atomi
anche quando ci eravamo messi in tavola
ridendo del pasto e tu mi pesavi
spazzando quella cosa che pensiamo
di me e di te
spezzando
quella cosa che spezziamo.

Tiziana Cera Rosco
da “Il compito”, La Vita Felice, 2008