poeti e zanzare

Mentre in grembo a la madre Amore un giorno
dolcemente dormiva,
una zanzara zufolava intorno
per quella dolce riva;
disse allor, desto a quel sussurro, Amore:
«Da sì picciola forma
com’esce sì gran voce e tal rumore
che sveglia ogun che dorma?»
Con maniere vezzose
lusingandogli il sonno col suo canto
Venere gli rispose:
«E tu picciolo sei,
ma pur gli uomini in terra col tuo pianto
e ‘n ciel desti gli dèi».

* * *

Questa lieve zanzara
quanto ha sorte migliore
de la farfalla che s’infiamma e more!
L’una di chiaro foco,
di gentil sangue è vaga
l’altra che vive di sì bella piaga.
Oh fortunato loco
tra ‘l mento e ‘l casto petto!
Altrove non fu mai maggior diletto.

* * *

Invidia la morte di una zanzara

Tu moristi in quel seno,
piccioletta zanzara,
dov’è si gran fortuna il venir meno.
Quando fin più beato
o ver tomba più cara
fu mai concessa da benigno fato?
Felice te, felice
più che nel rogo oriental Fenice!

(Torquato Tasso, Madrigali)

con lieve moto

“…A queste piagge
Venga colui che d’esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
È il gener nostro in cura
All’amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell’uman seme,
Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto…”

a proposito di Lorenzo Stecchetti

Quando fu pubblicato, nel 1877, Postuma fece un successo strepitoso, tanto da battere – per dire – le Odi barbare di Carducci.
Sottotitolato Canzoniere di Lorenzo Stecchetti “Mercutio” edito a cura degli amici (e noto anche come Canto dell’odio, dalla sua poesia più celebre), veniva presentato come l’opera di uno sconosciuto poeta, morto giovane e – ovviamente – tisico, pubblicata ora dal cugino Olindo Guerrini. Sempre a nome di Stecchetti, uscirono nel 1878 altri due volumi, Polemica e Nova polemica.
Si trattava, in realtà, di apocrifi confezionati dallo stesso Olindo Guerrini (1845-1916), personaggio a dir poco bizzarro: poeta, erudito, bibliofilo, nonché appassionato di pseudonimi e di parodie. Fra le sue opere, figurano uno studio su Vita e opere di Giulio Cesare Croce (il primo studio filologicamente accurato sull’autore di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno), una dotta dissertazione su La tavola e la cucina nei secoli XIV e XV, ma anche un trattato su L’arte di utilizzare gli avanzi della mensa e versi comici, sia in dialetto romagnolo e veneto, sia in italiano, tra i quali le Rime di Argìa Sbolenfi, che descrivono gli insaziabili desideri sessuali di una zitella e per i quali Guerrini inventò il sonetto sbolenfio, con un complicato schema di rime al mezzo.
In Postuma, Guerrini/Stecchetti si diverte a ricalcare i modi della più svenevole poesia romantica, ma anche a rifare il verso alla Scapigliatura, con le sue tematiche macabre e maledettistiche, alternando qua e là poesie di vena satirica e anticlericale. Il fascino del libro sta nel fatto che la mimesi è talmente sottile da non lasciare, spesso, distinguere il confine tra adesione e parodia.
Guerrini, comunque, è dotato di una indubbia facilità di versificazione, tanto che molti suoi versi divennero proverbiali (fu lui a inventare il celebre “Armiamoci e partite”).
Qui di seguito, una scelta di poesie da Postuma.
(Se vi interessa, su Wikisource c’è il testo integrale.)

* * *

XIX.

Questa notte allungai la passeggiata
Sino al balcon della fanciulla mia.
E vidi un’ombra bianca ed agitata
Accennar di lassù verso la via.

Un brivido mi corse sotto ai panni:
«È un’ora che ci amiamo e già m’inganni!

Perchè, perchè questa finzione orrenda?
Amor mio, che t’ho fatto…?» — Era la tenda.

* * *

XX.

Quando tu sarai vecchia e leggerai
Questi poveri versi accanto al fuoco,
Rivedrai colla mente a poco a poco,
I giorni in che t’amai.

E ti cadrà sul petto il viso smorto,
Per la memoria del tuo tempo lieto:
A me ripenserai nel tuo segreto,
A me che sarò morto.

E ti parrà d’udir la voce mia
Nel vento che di fuor suscita il verno
E ti parrà d’udir come uno scherno,
Una bieca ironia.

E la voce dirà: «Te ne rammenti,
Te ne rammenti più? Com’eran belli
I tuoi capelli d’oro, i tuoi capelli
Sul bianco sen fluenti!

Oh, come il tempo t’ha mutata! Oh, come
T’ha impresso in viso i suoi pallidi segni!
Dove son dunque i tuoi superbi sdegni
E le tue bionde chiome?

Sola al tuo focolar siedi, piangendo
La giovanil tua morta leggiadria;
Io piango solo nella tomba mia;
Vieni dunque: t’attendo!

Vieni e se in vita mi fallì la speme
Di viver teco i giorni miei sereni,
Ci sposeremo nella tomba. Vieni;
Vi marciremo insieme.»

* * *

XXXVII.

Kennst du das Land…?
(GOETHE)

Conosci tu il paese
Dove non s’è mortali,
Dove alla fin del mese
Non scadon le cambiali?

Quell’Eden ben pasciuto
Pieno di facce grasse
Che non han mai veduto
L’agente delle tasse?

Conosci tu il paese
Che non conosce i preti,
Le bettole, le chiese,
Le ciarle dei poeti?

Dove non c’è soldati,
Dove non c’è catene,
Dove gl’innamorati
Si voglion sempre bene?

Ivi nessun ha detto
Che donna dice danno,
Perchè lassù l’affetto
Esse scontar non sanno.

Oh, chi trovar sapesse
Un’anima cortese
Qualunque, che potesse
Mandarti a quel paese?

* * *

XXXVIII.

MEMORIE BOLOGNESI

[…]

Fu all’ombra de’ tuoi viali, o San Michele,
Ch’io la trovai, la donna del mio core,
La giovinetta che mi fu fedele
Quasi ventiquattr’ore!

Coi gomiti sul ponte ella volgea,
Come una santa al ciel le luci belle,
Ed io, poichè l’amor già mi tenea,
Chiesi — guarda le stelle? —

Ella chinando gli occhi di colomba,
Gli occhioni di colomba innamorata,
Rispose — no; sto qui a sentir la tromba
Suonar la ritirata. —

Era bionda e pareva un’angioletta,
Una cosa di ciel che non ha nome
E come un casto odor di mammoletta
Uscia dalle sue chiome.

Io le dissi — fanciulla, Iddio ci sente:
La gran parola in faccia a lui diciamo!
Di’, giovinetta bionda ed innocente,
Di’, vuoi tu amarmi? Io t’amo. —

Ella rispose — come sei gentile!
Stiamo in Sant’Isaia, numero tale,
La porticina in fondo del cortile,
Su due rami di scale —

[…]

* * *

LIII.

Emma, ti lascio a tavola
Ed io ritorno a casa a prender fiato.
Bevi, bevi a tuo comodo,
Sta pur tranquilla, il conto è già pagato.

Son diventato pallido?
Ci son avvezzo: non è nulla, taci:
M’han guastato lo stomaco
Le polpette dell’oste ed i tuoi baci.

* * *

LXI.

T’ho fatto il precettore,
Ragazza, e ne son stanco;
Non t’ha fatta migliore
La scuola e me nemmanco.

Io mi volea l’amore
Non la lussuria al fianco,
Io ci voleva un core
Sotto al tuo seno bianco,

Ma tu la poesia
La cerchi nei conviti
Grassi alla trattoria.

Dunque finiam le liti:
Scappa ragazza mia:
Noi non ci siam capiti.

dubbi

E pur mi sento nel cervello anch’io
Qualche cosa che vive e che lavora,
E pur quest’aura che il mio volto sfiora
L’alito par dell’agitante Iddio!

Talor cedendo a’ sogni miei m’avvio
Pe’ floridi sentier che il mondo ignora;
Salgono i canti alle mie labbra allora
E spero e credo nell’ingegno mio.

Ma quando il dubbio mi risveglia, quando
Via per la nebbia del mattin tranquille
Sfuman le larve che seguii sognando,

Colle man mi fo velo alle pupille,
E mi guardo nel core e mi domando:
Sono un poeta o sono un imbecille?

Lorenzo Stecchetti (Olindo Guerrini), “Postuma”, VII

riflessioni per il sabato santo

Er cimiterio de la Morte

Come tornai da la Madon-dell’-Orto
co cquer pizzicarolo de la scesta,
agnede poi cor mannataro storto
ar Cimiterio suo che cc’è la festa.

Ner guardà cqueli schertri io me sò accorto
d’una gran cosa, e sta gran cosa è cquesta:
che ll’omo vivo come ll’omo morto
ha una testa de morto in de la testa.

E ho scuperto accusí cche o bbelli, o bbrutti,
o ppréncipi, o vvassalli, o mmonziggnori,
sta testa che ddich’io sce ll’hanno tutti.

Duncue, ar monno, e li bboni e li cattivi,
li matti, li somari e li dottori
sò stati morti prima d’èsse vivi.

Roma, 10 dicembre 1832

(Giuseppe Gioacchino Belli)

cinque poesie di Sandro Penna

Deserto è il fiume. E tu lo sai che basta
ora con le solari prodezze di ieri.
Bacio nelle tue ascelle, umidi, fieri,
gli odori di un’estate che si guasta.

* * *

(a Eugenio Montale)

La festa verso l’imbrunire vado
in direzione opposta della folla
che allegra e svelta sorte dallo stadio.
Io non guardo nessuno e guardo tutti.
Un sorriso raccolgo ogni tanto.
Più raramente un festoso saluto.

Ed io non mi ricordo più chi sono.
Allora di morire mi dispiace.
Di morire mi pare troppo ingiusto.
Anche se non ricordo più chi sono.

* * *

Sempre fanciulli nelle mie poesie!
Ma io non so parlare d’altre cose.
Le altre cose son tutte noiose
io non posso cantarvi Opere Pie.

* * *

È l’ora in cui si baciano i marmocchi
assonati sui caldi ginocchi.
Ma io, per lunghe strade, coi miei occhi
inutilmente. Io, mostro da niente.

* * *

È pur dolce il ritrovarsi
per contrada sconosciuta.
Un ragazzo con la tuta
ora passa accanto a te.

Tu ne pensi alla sua vita
– a quel desco che l’aspetta.
E la stanca bicicletta
ch’egli posa accanto a sé.

Ma tu resti sulla strada
sconosciuta ed infinita.
Tu non chiedi alla tua vita
che restare ormai com’è.

i ponteggi

I muratori, quando alzano un edificio,
collaudano con cura i ponteggi,

si accertano che le assi non scivolino nei punti critici,
fissano tutte le scale, stringono i bulloni nei giunti.

Eppure tutto sarà smontato a fine lavoro
lasciando in vista muri di pietra stabile e sicura.

Perciò, mia cara, se qualche volta sembra
che fra me e te i vecchi ponti scricchiolino

niente paura. Possiamo lasciar cadere le impalcature
sicuri di aver costruito il nostro muro.

(Seamus Heaney – traduzione mia)