humour latino

Bononiensis Rufa Rufulum fellat,
uxor Meneni, saepe quam in sepulcretis
vidistis ipso rapere de rogo cenam,
cum devolutum ex igne prosequens panem
ab semiraso tunderetur ustore.

La bolognese Rufa fa i pompini a Rufolo,
la moglie di Menenio, quella che sovente
al cimitero hai visto rubare la cena sui roghi,
mentre inseguendo un pane rotolato dal fuoco
se la sbatteva il crematore semirasato.

(Catullo, Carmina, LIX)

Nota
Rufolo è un personaggio non meglio identificato, mentre il nome del marito di Rufa, Menenio, richiama una delle più antiche gentes aristocratiche romane, rendendo più grottesca la degradazione della donna.
Nei versi finali, l’allusione è alle offerte di cibo che si lasciavano sui roghi dei defunti; alle cremazioni in genere era addetto uno schiavo, che qui per di più ha la testa “semirasata” per punizione.

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contro la malinconia_di Warsan Shire

Warsan vs Malinconia
(I sette stadi dello stare soli)

* * *

l’insostenibile peso del restare (la fine della relazione)

non so quando l’amore è diventato sfuggente
ma so che non conosco nessuno che ce l’abbia
le braccia di mio padre attorno al collo di mia madre
frutto troppo maturo da mangiare, una porta mezza aperta
quando il tuo nome è solo una mano che non posso tenere
tutto ciò in cui ho sempre creduto diventa magia

penso agli amanti come a degli alberi, che crescono
da e verso l’un l’altro in cerca della stessa luce,
la risata di mia madre nella stanza buia,
una foto che ingrigisce al mio tocco,
è tutto ciò che so fare, portare in giro la perdita finché
comincio a somigliare a tutti i brutti ricordi,
tutte le terribili paure,
tutti gli incubi che ognuno abbia mai avuto.

ti chiedo mi hai mai amato?
mi dici certo, certo talmente in fretta
che mi sembri qualcun altro
ti chiedo sei fatto d’acciaio? sei fatto di ferro?
tu urli al telefono, mi fa male lo stomaco

ti lascio andare, ho bisogno di qualcuno che sa come restare.

* * *

cara luna (la distrazione)

ti incolpiamo per le piene
i flussi di sangue
gli uomini che sono anche lupi
e anche se potresti tirare
la marea per i capelli
diciamo alla gente che ti abbiamo
camminato sopra
ti incolpiamo per la notte
il buio
i fantasmi
cosa fredda e inimmaginabile
che ci segui a casa,
ti usiamo
per vederci l’un l’altro i fragili
corpi nudi sotto la tua luce azzurra,
ti lasciamo guardare; tu
gonfia contro il vetro
soffia un’alone di vapore
mentre andiamo l’uno contro l’altro
umidi disperati
come pesci sotto
un cielo allagato.

* * *

come portare il rossetto di tua madre (la disperazione)

devi portarlo come lei porta sulla faccia la delusione
devi nascondere la sorpresa di assaggiare altri uomini sulle labbra
tua madre è una donna e le donne come lei non si possono contenere.

trovi il tubo nero nel suo beauty case, dove tiene
le vecchie lettere di tuo padre dal carcere,
vuoi disperatamente somigliarle
bellezza da cinema, ti tieni una mano contro la gola
tua madre era bellissima quand’era stesa sul pavimento
mezza nuda e sanguinante.

vai in bagno a mettere il rossetto,
un posto in cui nessuno ti trovi
i tuoi denti appaiono fragili contro quel rosso profondo scivoloso
sorridi come un neonato, la tua bocca è una ferita
non somigli affatto a tua madre
sei identica a tua madre.

chiami il tuo ex fidanzato, siedi sul water e ascolti
il telefono che squilla, quando risponde dici lentamente il suo nome
lui dice pensavo di averti detto di smettere di chiamarmi
ti lecchi le labbra, hai il sapore d’anni di solitudine.

* * *

domande per la donna che ero ieri sera (la conversazione onesta)

quanto sei andata lontano per uomini che non hanno mai tenuto in grembo i tuoi piedi?
quanto spesso hai barattato ossa, solo per farti disprezzare?
perché sei così attratta da ciò che non puoi avere?
da dov’è iniziato?
che cos’è andato male?
e chi ti ha fatto sentire così inutile?
se ti volevano, perché non ti hanno scelta?
tutto questo tempo, hai mendicato amore in silenzio, pensando che non ti sentissero, ma te lo annusavano addosso,
avresti dovuto saperlo che ti assaggiavano la disperazione sulla pelle
e quegli altri che avrebbero fatto di tutto per te, perché hai fatto sì che ti amassero finché non ne potevi più?
come mai sei entrambe queste donne, quella volubile e quella indispensabile?
dove l’hai imparato, a volere ciò che non ti vuole?
dove l’hai imparato, a lasciare quelli che vogliono restare?

* * *

penso di aver capito che cosa abbiamo sbagliato (la consapevolezza)

ci amavamo come due
che non conoscevano dio.
(come se non avessimo usato
ogni preghiera
ogni sura
ogni ayah
per chiedere a dio
qualcosa del genere)
subhanallah,
che vergogna.

* * *

per le donne difficili da amare (l’affermazione)

sei un cavallo che corre da solo
e lui cerca di domarti
ti paragona a un’autostrada impossibile
a una casa in fiamme
dice che lo accechi
che non può lasciarti
dimenticarti
volere altro se non te
gli dai le vertigini, sei insopportabile
ogni donna prima o dopo di te
è inzuppata del tuo nome
gli riempi la bocca
i denti gli dolgono con memorie di sapori
il suo corpo una lunga ombra in cerca del tuo
ma tu sei sempre troppo intensa
spaventosa nel modo in cui lo desideri
spudorata e sacrificale
ti dice che nessun uomo può essere all’altezza di quello
che abita nella tua testa
e tu hai cercato di cambiare vero?
sei stata più a bocca chiusa
hai cercato di essere più dolce
più carina
meno irascibile, meno sveglia
ma anche nel sonno sentivi
che nei suoi sogni si allontanava da te
e che cosa volevi fare amore
aprirgli la testa?
non puoi trasformare un essere umano in casa
avrebbero dovuto averti già avvertito
e se vuole andarsene
lascialo andare
sei spaventosa
e strana e bella
qualcosa che non tutti sanno come amare.

* * *

(la preghiera)

ya allah,
se manterrà soffice il mio cuore,
spezza il mio cuore ogni giorno.

(traduzioni mie)

Qui i testi originali…

…e qui le poesie recitate dall’autrice

(per Ele,
perché torni presto
a sorridere)

humour latino – 2

Salve, ragazza dal naso non piccolo,
dal piede non bello e dagli occhi non neri,
le dita non lunghe e la bocca non netta,
la lingua davvero non proprio elegante,
amica del bancarottiere di Formia.
Ti dicono forse in provincia: “Sei bella”?
Ti si paragona forse alla mia Lesbia?
Che gente ignorante e priva di spirito!

Catullo, Carmina, XLIII
(traduzione mia)

fiaccole

Perché porti, Phileros, la fiaccola? A nulla ci serve.
Andremo così, ché già basta la fiamma che abbiamo nel petto.
Perché quella può spegnerla la forza crudele del vento
o la pioggia lucente che dal cielo precipita;
ma questo è fuoco di Venere e, tranne Venere stessa,
altra forza non c’è, che mai lo possa estinguere.

(Valerio Edituo, II sec. a.C.)

 

Quid faculam praefers, Phileros, quae nil opus nobis?
ibimus, sic, lucet pectore flamma satis.
istam nam potis est vis saeva extinguere venti
aut imber caelo candidus praecipitans;
at contra hunc ignem Veneris, nisi si Venus ipsa,
nulla est quae possit vis alia opprimere.

dilemmi amorosi

Il cuore mi è scappato. Come al solito
sarà da Teotimo (già, è lì che si rifugia).
Che guaio, se non gli avessi intimato
di non lasciarlo entrare, quel fuggiasco, di scacciarlo.
Ora vado a riprenderlo. Ma ho paura
di rimanere io stesso prigioniero. Che fare?
Venere, aiutami!

* * *

Aufugit mi animus; credo, ut solet, ad Theotimum
devenit. Sic est, perfugium illud habet.
Quid, si non interdixem, ne illunc fugitivum
mitteret ad se intro, sed magis eiceret?
Ibimus quaesitum. Verum, ne ipsi teneamur
formido. Quid ago? Da, Venus, consilium.

(Quinto Lutazio Catulo, II-I sec. a.C. – traduzione mia)

quattro traduzioni da Orazio

Odi, I, 23

Quando mi sfuggi, Cloe, sembri un cerbiatto
che per monti e dirupi va cercando
la madre, e sobbalza se il vento
soffia per il bosco;

(se viene primavera e abbrividiscono
le foglie leggere, o se una verde
lucertola smuove un arbusto,
gli tremano cuore e ginocchia).

Ma io non ti inseguo per sbranarti
come un leone africano o una tigre spietata.
Stàccati da tua madre: ormai è tempo
di prendere marito.

* * *

Odi, I, 38

Odio, ragazzo, il lusso dei Persiani
e le corone intrecciate di tiglio.
Non cercare la rosa che si attarda
fuori stagione.

Ti chiedo solo del semplice mirto.
Non ti affannare: il mirto non disdice
a te che mesci il vino o a me che, sotto
la folta vite, bevo.

* * *

Odi, I, 9

Guarda il Soratte carico di neve
e i rami stremati sotto il peso
e i fiumi rappresi
per il freddo pungente.

Sciogli le membra gelate, getta legna
sul fuoco, e dall’anfora sabina
mesci in abbondanza, Taliarco,
il vino invecchiato per quattro anni.

Il resto, lascialo agli dei. Ecco, si placa
la rissa dei venti sul mare che ribolle,
i cipressi e i vecchi orni
non si muovono più.

Che cosa avverrà, non chiederlo:
tutto ciò che la sorte ci assegna è guadagnato.
Sei giovane: danza, fa’ l’amore
senza rimorsi,

finché è verde l’età ed è lontano
l’astio della vecchiaia. Cerca le piazze,
le parole bisbigliate nella notte
all’ora stabilita,

il riso traditore che ti svela
la fanciulla nascosta, e dalle dita
che giocano a sfuggire
strappale il pegno d’amore.

* * *

Odi, I, 25

Sempre più rari alle finestre chiuse
battono colpi i giovani sfrontati,
non ti rubano più il sonno, e resta ferma
sulla soglia la porta

che prima così spesso si muoveva
sui cardini. Ormai non senti quasi più:
“Io che son tuo consumo lunghe notti,
Lidia, e tu dormi?”.

Sarai tu a supplicare un adultero arrogante,
vecchia e disprezzata, in un vicolo solitario,
mentre il vento di Tracia impazza nelle notti
di luna nuova

e l’amore e la foia ti bruceranno
come infuriano le madri dei cavalli
e ti morderanno il fegato piagato
e piangerai

perché la lieta gioventù ama l’edera
verde e lo scuro mirto
e abbandona al vento invernale
le fronde inaridite.