voci di donne dall’India

Femminilità

Ho pensato a lungo a quella ragazza
che raccoglieva sterco di vacca in un’ampia cesta rotonda
lungo la strada principale che passava da casa nostra
e dal tempio Radhavallabh a Maninagar.
Ho pensato a lungo al modo in cui lei
muoveva le mani e i fianchi
e all’odore di sterco e di polvere di strada e di gigli di canna umidi,
l’odore di fiato di scimmia e di abiti appena lavati
e la polvere dalle ali dei corvi che ha un odore diverso
ed ancora l’odore di sterco mentre la ragazza lo raccoglie
tutti questi odori che mi circondavano separatamente
e simultaneamente. L’ho pensata a lungo,
ma non volevo usarla per una metafora,
per una bella immagine, ma soprattutto non volevo
dimenticarla o spiegare a chiunque la grandezza
e la forza che rilucevano dai suoi zigomi
ogni volta che trovava un mucchio di sterco
particolarmente promettente.

Sujata Bhatt

* * *

A una poesia non ancora nata

Davanti a un tè ci domandiamo perché scriviamo poesie.
Dieci persone le leggono, in ogni caso.
A tre non piacciono
per partito preso.
Tre provano un vago struggimento
ma devono pensare ai rubinetti che perdono
e al traffico cittadino.
A due piacciono
e non avrebbero problemi a dirtelo,
ma non sanno come.
Un’altra è tutta presa a preparare domande
sulle facili ironie
e sulla politica dell’identità.
La decima si chiede
se porti le lenti a contatto.
E noi
corrotti come chiunque altro
da un mondo assuefatto
ai carboidrati
e alle parole,
brancoliamo ancora
fra tramonti, metrica e
schegge di speranza
per un istante
liberi
dal terribile contagio
dell’abitudine.

Arundhathi Subramaniam

(Qui e qui i testi originali in inglese)

Da:  L’India dell’anima – Antologia di poesia femminile indiana 
contemporanea in lingua inglese (Le Lettere, 2006)
traduzioni di Andrea Sirotti

per il giorno dei morti – 1

Charles Baudelaire, dai Fiori del male

LXIX.

La serva dal gran cuore di cui eri gelosa
sta dormendo il suo sonno sotto un umile prato?
Da tempo dovevamo portarle qualche fiore.
I morti, i poveri morti hanno dei gran dolori
e quando ottobre soffia, a pelare i vecchi alberi,
un vento malinconico attorno alle lapidi,
certo dovran trovare che i vivi sono ingrati
a dormire, come fanno, nel caldo delle coperte,
mentre loro, divorati da cupe fantasie,
senza compagni di letto, senza una buona parola,
vecchi scheletri gelidi rosicchiati dai vermi,
sentono sgocciolare le nevi dell’inverno
e fuggire l’eternità, senza amici né famiglia
a rimpiazzare i cenci appesi alla loro grata.

Se una sera, quando il ciocco fischia e canta, la vedessi
calma, ritornare a sedersi sulla poltrona,
se in una notte azzurra e fredda di dicembre
la trovassi accucciata in un angolo della mia camera,
grave, giunta dal fondo del suo giaciglio eterno,
covare con l’occhio materno il bimbo ormai cresciuto,
cosa potrei rispondere a quell’anima pia
vedendo cadere lacrime dalle orbite vuote?

* * *

La servante au grand cœur dont vous étiez jalouse
— Dort-elle son sommeil sous une humble pelouse ? —
Nous aurions déjà dû lui porter quelques fleurs.
Les morts, les pauvres morts ont de grandes douleurs,
Et quand Octobre souffle, émondeur des vieux arbres,
Son vent mélancolique à l’entour de leurs marbres,
Certe, ils doivent trouver les vivants bien ingrats,
À dormir, comme ils font, chaudement dans leurs draps,
Tandis que, dévorés de noires songeries,
Sans compagnon de lit, sans bonnes causeries,
Vieux squelettes gelés travaillés par le ver,
Ils sentent s’égoutter les neiges de l’hiver,
Et l’éternié fuir sans qu’amis ni famille
Remplacent les lambeaux qui pendent à leur grille.

Lorsque la bûche siffle et chante, si le soir,
Calme, dans le fauteuil elle venait s’asseoir,
Si par une nuit bleue et froide de décembre,
Je la trouvais tapie en un coin de ma chambre,
Grave, et venant du fond de son lit éternel
Couver l’enfant grandi de son œil maternel,
Que pourais-je répondre à cette âme pieuse
Voyant tomber des pleurs de sa paupière creuse ?

(traduzione mia)

che cos’è la musica?

È vero, amica, tutto cancellato
qualcosa resta. Le dita toccano
all’unisono corde, nell’invisibile.
I ricordi, i desideri le destano.

Che cos’è la musica? L’imminenza
di quest’isola che è e non esiste.
La non-trovabile, errante nello spirito,
e all’improvviso apparsa, quasi a riva.

Ella dice: sono il vostro altro mondo,
tutta la notte avrò cura di voi,
all’alba, nuda, andrò di stanza in stanza.

Io sono, io non sono. Dal non essere
fiorisce che io resti accanti a voi.
Voi dormirete: io sono in voi, io veglio.

* * *

Et c’est vrai, mon amie, quand tout s’efface
Quelque chose demeure. Nos doigts touchent
Conjointemente des cordes, dans l’invisible.
Nos souvenirs, nos désirs les éveillent.

Qu’est-ce que la musique? L’imminence
De cette île que est et n’existe pas.
La non-trouvable, errante dans l’esprit,
Et soudain l’aperçue, presque la rive.

Elle nous dit, je suis votre autre monde,
Je prenderai soin de vous toute la nuit,
À l’aube j’irai nue de salle en salle.

Je suis, je ne suis pas. De ne pas être
Fleurit que je demeure auprès de vous.
Vous dormirez, je suis en vous, je veille.

Yves Bonnefoy

da “Ensemble ancore suivi de Perambulans in noctem”,
Mercure de France, Paris, 2016

(traduzione mia)

piccolo infinito_una poesia (erotica) di Pablo Neruda

Sonetto XII

Donna completa, mela carnale, luna calda,
denso aroma d’alghe, fango e luce pestati,
quale oscura chiarità s’apre tra le tue colonne?
Quale antica notte tocca l’uomo con i suoi sensi?

Ahi, amare è un viaggio con acqua e con stelle,
con aria soffocata e brusche tempeste di farina:
amare è un combattimento di lampi
e due corpi da un solo miele sconfitti.

Bacio a bacio percorro il tuo piccolo infinito,
i tuoi margini, i tuoi fiumi, i tuoi villaggi minuscoli,
e il fuoco genitale trasformato in delizia

corre per i sottili cammini del sangue
fino a precipitarsi come un garofano notturno,
fino a essere e non essere che un lampo nell’ombra.

* * *

Plena mujer, manzana carnal, luna caliente,
espeso aroma de algas, lodo y luz machacados,
qué oscura claridad se abre entre tus columnas?
Qué antigua noche el hombre toca con sus sentidos?

Ay, amar es un viaje con agua y con estrellas,
con aire ahogado y bruscas tempestades de harina:
amar es un combate de relámpagos
y dos cuerpos por una sola miel derrotados.

Beso a beso recorro tu pequeño infinito,
tus márgenes, tus ríos, tus pueblos diminutos,
y el fuego genital transformado en delicia

corre por los delgados caminos de la sangre
hasta precipitarse como un clavel nocturno,
hasta ser y no ser sino un rayo en la sombra.

Pablo Neruda
(da “Cento sonetti d’amore”)

cinque poesie di Luis Alberto de Cuenca

La colazione

Mi piaci quando dici una sciocchezza,
quando combini un guaio, quando menti,
quando vai a fare shopping con tua madre
e arrivo tardi al cinema per colpa tua.
Mi piaci di più quand’è il mio compleanno
e mi copri di baci e di torte
o quando sei felice e lo si vede,
o quando riesci a condensare tutto
in una frase geniale, o quando ridi
(la tua risata è una docca nell’inferno)
o mi perdoni una dimenticanza.
Però mi piaci anche di più, tanto che quasi
non so resistere da quanto mi piaci,
quando, piena di vita, ti risvegli
e come prima cosa mi sussurri:
“Ho una fame feroce stamattina.
Inizierò con te la colazione”.

* * *

Nausicaa

Il mare di Omero ride per te,
che ti appoggi nuda al parapetto
in cerca d’aria fresca, con la coppa
di nettare in mano, mentre d’intorno
vanno e vengono gli ospiti alla festa
che hai dato nel palazzo di tuo madre.
L’aria pura inonda i tuoi polmoni
e il nettare ti sale alla testa
ed ecco arrivare alla terrazza
l’uomo della tua vita. Unisce in sé
nobilmente la forza e la sapienza.
Ulisse è il suo nome. Tu non ignori
che non si tratterà. Già tante volte
sognasti il suo disprezzo… Tuttavia,
lo scintillare dei tuoi occhi insinua:
“Non mi sazio di vederti”. E le tue orecchie
reclaman: “Parlami, dammi parole
per vivere”. E con il sesso dici:
“Padrone fai di me ciò che ti piace”.
Tutto è abbandono in te, dolce Nausicaa.
Ma lui è annoiato dalla festa,
perso dietro al ricordo della patria,
e non considera te, né quel tuo corpo
di dea crivellato di messaggi
che non arriveranno mai a destinazione.

* * *

Elena: Palinodia

No, non è vera, amore, quella storia.
Non arrivò a sedurti quel demente
dai ricci profumati. Non fuggisti
precipitosamente dalla festa
del nostro anniversario, con lo sguardo
inchiodato sul pacco ch’emergeva
tra le sue gambe, e le narici sature
di droga. Non salisti a bordo
del suo lussuoso yacht con quanto avevi
indosso (quasi niente), mentre io
ti cercavo per strada come un pazzo,
temendo che ti fosse successo chissà cosa.
Non sei scomparsa dalla mia vita
come una meteora e per sempre.
Non può essere vera quella storia.

* * *

Bèvitela

Di’ cose belle alla tua fidanzata:
“Hai un corpo da clessidra
e un’anima da film di Hawks”.
Diglielo a voce bassa, le tue labbra
attaccate al suo orecchio, e che nessuno
possa ascoltare ciò che stai dicendo
(ossia che le sue gambe sono razzi
diretti verso il centro della terra,
o che i suoi seni sono il nascondiglio
di un gambero di mare, o che la sua schiena
è argento vivo). E quando si convince
e inizia a sciogliersi tra le tue braccia,
non indugiare un attimo:
bèvitela

* * *

La notte madrilena

Ricordi nella notte madrilena, in agosto,
quanto tutti erano via per le vacanze,
e non c’erano messaggi nella segreteria
né lettere da parte di nessuno (neppure
opuscoli pubblicitari), e il calore invadeva
la tua casa come un germe di cancro incurabile
(ancora non avevi l’aria condizionata),
e lei viaggiava con un altro al sud o al nord
(non ti ha mai detto dove), e tutt’a un tratto uscivi
a camminare, senza meta, per le vie deserte
con voglia di morire, pensando che la vita
era un racconto di Kafka o di Edgar Allan Poe
(almeno), ed ecco, senza sapere come,
vedevi oltre i negozi chiusi e i bar
uno spettro di luce che ti veniva incontro
e, una volta vicino, ti diceva: “Ragazzo,
sono il tuo angelo custode. Dio vuole che ti dica
che t’invidia: tu solo, e Madrid, e in agosto,
senza morosa e senza amici, con il caldo e senza lettere,
non dovresti ringraziare il Re dei Re
per tanta fortuna tutta insieme?”, e scompariva,
e appariva di nuovo la notte seguente,
dicendoti le stesse cose, e tu eri sul punto
di morire dal ridere, e una volta di più la notte
madrilena riusciva a liberare il tuo cervello
da stupide ansietà.

Luis Alberto de Cuenca (Madrid, 1950)
da “Senza paura né speranza”, 2002

Traduzioni di Stefano Belardinelli
da Poesia, XXIX, 317, Luglio/Agosto 2016

una poesia di Kuno Raeber

Cicala

Un giorno resterà
di me solo la voce.
Per tutte le stanze
mi cercherai,
per le scale, per i lunghi
corridoi, nei giardini,
mi cercherai in cantina,
mi cercherai sotto le scale.
Un giorno mi cercherai.
E ovunque sentirai la mia voce
soltanto, la mia alta monotona
voce che canta. Ovunque
ti raggiungerà, ovunque
ti befferà, in tutte
le stanze, per le scale, per i lunghi
corridoi, nei giardini, in cantina,
sotto le scale. Un giorno
mi cercherai. Un giorno
resterà di me solo la voce.

Kuno Raeber
(traduzione mia)

il corpo e la casa_quattro poesie di Warsan Shire

Warsan Shire è nata nel 1988 in Kenya da genitori somali, emigrati in Gran Bretagna l’anno successivo. Ha pubblicato due libri di poesie: “Teaching My Mother How to Give Birth” (flipped eye, 2011) e “Her Blue Body” (flipped eye, 2015), ma è salita alla ribalta quando, quest’anno, la cantante Beyoncé l’ha chiamata a collaborare per i testi del suo disco “Lemonade”.
Nel 2013 ha ricevuto l’African Poetry Prize dalla Brunel University e nello stesso anno è stata nominata Young Poet Laureate di Londra. Nel 2014, è stata “poet in residence” presso l’università australiana del Queensland.
Quelle qui sotto sono traduzioni mie di testi trovati online.

* * *

All’indietro

                per Saaid Shire

La poesia può cominciare con lui che cammina all’indietro in una stanza.
Si toglie il giubbotto e si siede per il resto della sua vita;
è così che riportiamo indietro papà.
Posso farmi scorrere il sangue all’indietro su per il naso, far correre le formiche in un buco.
Diventiamo più piccoli nel corpo, i miei seni scompaiono,
le tue guance si fanno più soffici, i denti riaffondano nelle gengive.
Posso far sì che siamo amati, basta dire la parola.
Dar loro monconi al posto delle mani se anche una sola volta ci hanno toccato senza permesso,
posso scrivere la poesia e farla sparire.
Il patrigno risputa il liquore nel bicchiere,
il corpo della mamma rotola su per le scale, le ossa tornano al loro posto,
forse terrà il bambino.
Forse va tutto bene, ragazzi?
Riscriverò per intero questa vita e stavolta ci sarà tanto amore,
non riuscirai a vederci attraverso.

Non riuscirai a vederci attraverso,
riscriverò per intero questa vita e stavolta ci sarà tanto amore.
Forse va tutto bene ragazzi,
forse terrà il bambino.
Il corpo della mamma rotola su per le scale, le ossa tornano al loro posto,
il patrigno risputa il liquore nel bicchiere.
Posso scrivere la poesia e farla sparire,
dar loro monconi al posto delle mani se anche una sola volta ci hanno toccato senza permesso,
posso far sì che siamo amati, basta dire la parola.
Le tue guance si fanno più soffici, i denti riaffondano nelle gengive
diventiamo più piccoli nel corpo, i miei seni scompaiono.
Posso farmi scorrere il sangue all’indietro su per il naso, far correre le formiche in un buco,
è così che riportiamo indietro papà.
Si toglie il giubbotto e si siede per il resto della sua vita.
La poesia può cominciare con lui che cammina all’indietro in una stanza.

* * *

La casa

i

Mamma dice che ci sono stanze chiuse in ogni donna; cucine di desiderio,
camere da letto di dolore, stanze da bagno d’apatia.
A volte arrivano gli uomini, con le chiavi,
e a volte arrivano gli uomini, con i martelli.

ii

Nin soo joog laga waayo, soo jiifso aa laga helaa,
ho detto Fermo, ho detto No e non mi ha ascoltata.

iii

Forse lei ha un piano, forse lo riporterà indietro
solo perché lui si svegli dopo ore in una vasca piena di ghiaccio,
con la bocca secca, a guardarsi, laggiù, la sua nuova, linda chirurgia.

iv

Indico il mio corpo e dico Oh questa cosa vecchia? No, me la sono solo buttata addosso.

v

Ma vuoi mangiare quella roba? Dico a mia madre, indicando mio padre che giace sul tavolo della sala da pranzo, una mela rossa infilata in bocca.

vi

Più è grande il mio corpo, più stanze chiuse contiene, più arrivano uomini con le chiavi. Anwar non ce l’ha fatta a entrare del tutto, ancora penso a che cosa avrebbe potuto aprire dentro di me. Basil è venuto e ha esitato alla porta per tre anni. Johnny dagli occhi azzurri è arrivato con una borsa d’attrezzi che aveva usato su altre donne: una forcina, una bottiglia di candeggina, un coltello a serramanico e un barattolo di vaselina. Yusuf ha invocato il nome di Dio attraverso la serratura e nessuno ha risposto. Alcuni hanno implorato, alcuni si sono arrampicati sui lati del mio corpo in cerca di una finestra, alcuni hanno detto che erano per strada e poi non sono venuti.

vii

Mostraci sulla bambola dove sei stata toccata, hanno detto.
Ho detto, Non somiglio a una bambola, somiglio a una casa.
Hanno detto Mostraci la casa.

Così: due dita nel barattolo di marmellata
così: un gomito nell’acqua del bagno
così: una mano nel cassetto.

viii

Dovrei raccontarvi del mio primo amore che trovò una botola sotto il mio seno sinistro nove anni fa, ci cadde dentro e da allora è rimasto lì. Ogni tanto sento qualcosa che mi striscia su per la coscia. Dovrebbe farsi vivo, probabilmente lo farei uscire. Spero non sia inciampato negli altri, i ragazzi scomparsi che venivano da piccole città, con madri gradevoli, che hanno fatto brutte cose e si sono smarriti nel labirinto dei miei capelli. Li tratto abbastanza bene, una fetta di pane, se sono fortunati un pezzo di frutta. Tranne Johnny con gli occhi azzurri, che ha raccolto i miei riccioli ed è strisciato dentro. Che sciocco, incatenato nella cantina delle mie paure, suono musica per farlo affogare.

ix

Toc toc.
Chi è?
Nessuno.

x

Alle feste indico il mio corpo e dico È qui che l’amore viene a morire. Benvenuti, entrate, fate come se foste a casa vostra. Tutti ridono, pensano che stia scherzando.

* * *

Brutta

Tua figlia è brutta.
Conosce intimamente la perdita,
si porta nella pancia città intere.

Da bambina, i parenti non la tenevano.
Era schegge di legno e acqua di mare.
Dicevano che faceva venire in mente la guerra.

Al suo quindicesimo compleanno le hai insegnato
come legarsi i capelli in forma di corda
e profumarli nei fumi di olibano.

Le hai fatto fare i gargarismi con acqua di rose
e mentre tossiva, hai detto
le ragazze macaanto come te non devono odorare
di solitudine o di vuoto.

Tu sei sua madre.
Perché non l’hai avvisata,
tenuta come una barca marcita
non le hai detto che gli uomini non l’ameranno
se è coperta di continenti,
se i suoi denti sono piccole colonie,
se il suo stomaco è un’isola,
se le sue cosce sono confini?

Quale uomo desidera sdraiarsi
e guardare il mondo che brucia
in camera da letto?

La faccia di tua figlia è una piccola sommossa,
le sue mani sono una guerra civile,
un campo di rifugiati dietro ciascun orecchio,
il corpo inquinato da cose orrende

ma Santo Cielo,
come lo indossa bene
il mondo.

* * *

Per le donne difficili da amare

sei un cavallo che corre da solo
e lui cerca di domarti
ti paragona a un’autostrada impossibile
a una casa in fiamme
dice che lo accechi
che non può lasciarti
dimenticarti
volere altro se non te
gli dai le vertigini, sei insopportabile
ogni donna prima o dopo di te
è inzuppata del tuo nome
gli riempi la bocca
i denti gli dolgono con memorie di sapori
il suo corpo una lunga ombra in cerca del tuo
ma tu sei sempre troppo intensa
spaventosa nel modo in cui lo desideri
spudorata e sacrificale
ti dice che nessun uomo può essere all’altezza di quello
che abita nella tua testa
e tu hai cercato di cambiare vero?
sei stata più a bocca chiusa
hai cercato di essere più dolce
più carina
meno irascibile, meno sveglia
ma anche nel sonno sentivi
che nei suoi sogni si allontanava da te
e che cosa volevi fare amore
aprirgli la testa?
non puoi trasformare un essere umano in casa
avrebbero dovuto averti già avvertito
e se vuole andarsene
lascialo andare
sei spaventosa
e strana e bella
qualcosa che non tutti sanno come amare