paesaggi (traduzione da Wallace Stevens)

I
Un vecchio siede
sotto l’ombra di un pino
in Cina.
Vede i delfinium,
azzurri e bianchi,
sul bordo dell’acqua,
muoversi al vento.
La sua barba si muove al vento.
I pini si muovono al vento.
Così l’acqua scorre
sulle gramaglie.

II
La notte ha il colore
d’un braccio di donna:
notte, la femmina,
oscura,
fragrante e agile,
si nasconde.
Splende uno stagno,
come un bracciale
scosso nella danza.

III
Misuro me stesso
contro un albero alto.
Trovo che sono molto più alto
perché arrivo fino al sole,
coi miei occhi;
e arrivo fino alla riva del mare
con le orecchie.
Eppure, non mi piace
come le formiche strisciano
dentro e fuori la mia ombra.

IV
Quando il mio sogno era presso la luna,
la falda bianca della sua veste
si riempì di luce gialla.
Le piante dei piedi
si arrossarono
i capelli si riempirono
di cristallizzazioni azzurre
dalle stelle,
non lontano.

V
Tutti i coltelli dei lampioni,
e i ceselli delle lunghe strade
e i mazzuoli delle cupole
e delle alte torri,
non riescono a incidere
ciò che una stella incide,
quando brilla tra i pampini.

VI
Razionalisti, con cappelli quadri,
in stanze quadre, pensano
fissando il pavimento,
fissando il soffitto.
Si limitano soltanto
ai triangoli rettangoli.
Se tentassero romboidi,
coni, serpentine, ellissi –
l’ellisse, per esempio, di una mezzaluna –
indosserebbero sombreri.

Wallace Stevens
“Six Significant Landscapes” (da Harmonium, 1916)

(traduzione mia)

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quattro poesie di Heinz Kahlau

Un gioco

I bimbi giocano a fare gli sposi
con entusiasmo.
Perché la sposa si può agghindare
e la festa fa allegria.
E i bimbi sanno bene
com’è che ci si addobba.

Lo sposo ha preso un vecchio cappello
se l’è calcato sulla fronte.
Cammina come fa uno sposo,
con le ginocchia tutte dritte.
La sposa ha addosso un accappatoio
e un asciugamano, ha l’aria intimidita.
Un terzo bimbo le regge lo strascico,
perché ai bimbi piacciono gli strascichi.

Perché poi i grandi si bacino sempre,
e siano tristi e debbano sbronzarsi,
questo i bambini non sanno capirlo:
eppure, per il gioco, lo vorrebbero
tanto sapere.

* * *

Star seduti insieme

Questo star seduti insieme
mi fa bene, fa allegria,
sono quieto, stando insieme,
come mai in vita mia.

Niente gesti, né parole:
dalla fretta noi scappiamo,
qui seduti, stiamo zitti
ed insieme riposiamo.

Siamo insieme, siamo uno,
quieto e amico è ogni sguardo,
poi ridiamo e ci gettiamo
nella fretta d’ogni giorno.

* * *

Paura mattutina

Anche una grande città può essere vuota come una chiesa.
Quando il mattino si piega alle finestre
e solo gli uccelli gridano nei cortili.
Allora spesso mi chiedo se ancora ci sia
quella mia autocosciente sicurezza.
Allora certe volte arrivo al punto
che posso spaventarmi ancora come un bambino
che nelle notti piange per la mamma,
perché tutto intorno è estraneo e pieno d’orrore.

* * *

Il vecchio muratore

Johannes, il vecchio muratore, è morto.
Come la malta,
con cui impilava pietra su pietra,
è il suo volto.
E anche le mani.

Il giovane,
che ieri ha dovuto sgridare
per la sua sbadataggine,
ha avuto la sua cazzuola.

Dal camino,
che è stato il suo ultimo,
stamattina si è levato
il primo fumo.

Seppellitelo senza bugie.

 

Heinz Kahlau (1931 – 2012)
(traduzioni mie)

voci di donne dall’India

Femminilità

Ho pensato a lungo a quella ragazza
che raccoglieva sterco di vacca in un’ampia cesta rotonda
lungo la strada principale che passava da casa nostra
e dal tempio Radhavallabh a Maninagar.
Ho pensato a lungo al modo in cui lei
muoveva le mani e i fianchi
e all’odore di sterco e di polvere di strada e di gigli di canna umidi,
l’odore di fiato di scimmia e di abiti appena lavati
e la polvere dalle ali dei corvi che ha un odore diverso
ed ancora l’odore di sterco mentre la ragazza lo raccoglie
tutti questi odori che mi circondavano separatamente
e simultaneamente. L’ho pensata a lungo,
ma non volevo usarla per una metafora,
per una bella immagine, ma soprattutto non volevo
dimenticarla o spiegare a chiunque la grandezza
e la forza che rilucevano dai suoi zigomi
ogni volta che trovava un mucchio di sterco
particolarmente promettente.

Sujata Bhatt

* * *

A una poesia non ancora nata

Davanti a un tè ci domandiamo perché scriviamo poesie.
Dieci persone le leggono, in ogni caso.
A tre non piacciono
per partito preso.
Tre provano un vago struggimento
ma devono pensare ai rubinetti che perdono
e al traffico cittadino.
A due piacciono
e non avrebbero problemi a dirtelo,
ma non sanno come.
Un’altra è tutta presa a preparare domande
sulle facili ironie
e sulla politica dell’identità.
La decima si chiede
se porti le lenti a contatto.
E noi
corrotti come chiunque altro
da un mondo assuefatto
ai carboidrati
e alle parole,
brancoliamo ancora
fra tramonti, metrica e
schegge di speranza
per un istante
liberi
dal terribile contagio
dell’abitudine.

Arundhathi Subramaniam

(Qui e qui i testi originali in inglese)

Da:  L’India dell’anima – Antologia di poesia femminile indiana 
contemporanea in lingua inglese (Le Lettere, 2006)
traduzioni di Andrea Sirotti

per il giorno dei morti – 1

Charles Baudelaire, dai Fiori del male

LXIX.

La serva dal gran cuore di cui eri gelosa
sta dormendo il suo sonno sotto un umile prato?
Da tempo dovevamo portarle qualche fiore.
I morti, i poveri morti hanno dei gran dolori
e quando ottobre soffia, a pelare i vecchi alberi,
un vento malinconico attorno alle lapidi,
certo dovran trovare che i vivi sono ingrati
a dormire, come fanno, nel caldo delle coperte,
mentre loro, divorati da cupe fantasie,
senza compagni di letto, senza una buona parola,
vecchi scheletri gelidi rosicchiati dai vermi,
sentono sgocciolare le nevi dell’inverno
e fuggire l’eternità, senza amici né famiglia
a rimpiazzare i cenci appesi alla loro grata.

Se una sera, quando il ciocco fischia e canta, la vedessi
calma, ritornare a sedersi sulla poltrona,
se in una notte azzurra e fredda di dicembre
la trovassi accucciata in un angolo della mia camera,
grave, giunta dal fondo del suo giaciglio eterno,
covare con l’occhio materno il bimbo ormai cresciuto,
cosa potrei rispondere a quell’anima pia
vedendo cadere lacrime dalle orbite vuote?

* * *

La servante au grand cœur dont vous étiez jalouse
— Dort-elle son sommeil sous une humble pelouse ? —
Nous aurions déjà dû lui porter quelques fleurs.
Les morts, les pauvres morts ont de grandes douleurs,
Et quand Octobre souffle, émondeur des vieux arbres,
Son vent mélancolique à l’entour de leurs marbres,
Certe, ils doivent trouver les vivants bien ingrats,
À dormir, comme ils font, chaudement dans leurs draps,
Tandis que, dévorés de noires songeries,
Sans compagnon de lit, sans bonnes causeries,
Vieux squelettes gelés travaillés par le ver,
Ils sentent s’égoutter les neiges de l’hiver,
Et l’éternié fuir sans qu’amis ni famille
Remplacent les lambeaux qui pendent à leur grille.

Lorsque la bûche siffle et chante, si le soir,
Calme, dans le fauteuil elle venait s’asseoir,
Si par une nuit bleue et froide de décembre,
Je la trouvais tapie en un coin de ma chambre,
Grave, et venant du fond de son lit éternel
Couver l’enfant grandi de son œil maternel,
Que pourais-je répondre à cette âme pieuse
Voyant tomber des pleurs de sa paupière creuse ?

(traduzione mia)

che cos’è la musica?

È vero, amica, tutto cancellato
qualcosa resta. Le dita toccano
all’unisono corde, nell’invisibile.
I ricordi, i desideri le destano.

Che cos’è la musica? L’imminenza
di quest’isola che è e non esiste.
La non-trovabile, errante nello spirito,
e all’improvviso apparsa, quasi a riva.

Ella dice: sono il vostro altro mondo,
tutta la notte avrò cura di voi,
all’alba, nuda, andrò di stanza in stanza.

Io sono, io non sono. Dal non essere
fiorisce che io resti accanti a voi.
Voi dormirete: io sono in voi, io veglio.

* * *

Et c’est vrai, mon amie, quand tout s’efface
Quelque chose demeure. Nos doigts touchent
Conjointemente des cordes, dans l’invisible.
Nos souvenirs, nos désirs les éveillent.

Qu’est-ce que la musique? L’imminence
De cette île que est et n’existe pas.
La non-trouvable, errante dans l’esprit,
Et soudain l’aperçue, presque la rive.

Elle nous dit, je suis votre autre monde,
Je prenderai soin de vous toute la nuit,
À l’aube j’irai nue de salle en salle.

Je suis, je ne suis pas. De ne pas être
Fleurit que je demeure auprès de vous.
Vous dormirez, je suis en vous, je veille.

Yves Bonnefoy

da “Ensemble ancore suivi de Perambulans in noctem”,
Mercure de France, Paris, 2016

(traduzione mia)

piccolo infinito_una poesia (erotica) di Pablo Neruda

Sonetto XII

Donna completa, mela carnale, luna calda,
denso aroma d’alghe, fango e luce pestati,
quale oscura chiarità s’apre tra le tue colonne?
Quale antica notte tocca l’uomo con i suoi sensi?

Ahi, amare è un viaggio con acqua e con stelle,
con aria soffocata e brusche tempeste di farina:
amare è un combattimento di lampi
e due corpi da un solo miele sconfitti.

Bacio a bacio percorro il tuo piccolo infinito,
i tuoi margini, i tuoi fiumi, i tuoi villaggi minuscoli,
e il fuoco genitale trasformato in delizia

corre per i sottili cammini del sangue
fino a precipitarsi come un garofano notturno,
fino a essere e non essere che un lampo nell’ombra.

* * *

Plena mujer, manzana carnal, luna caliente,
espeso aroma de algas, lodo y luz machacados,
qué oscura claridad se abre entre tus columnas?
Qué antigua noche el hombre toca con sus sentidos?

Ay, amar es un viaje con agua y con estrellas,
con aire ahogado y bruscas tempestades de harina:
amar es un combate de relámpagos
y dos cuerpos por una sola miel derrotados.

Beso a beso recorro tu pequeño infinito,
tus márgenes, tus ríos, tus pueblos diminutos,
y el fuego genital transformado en delicia

corre por los delgados caminos de la sangre
hasta precipitarse como un clavel nocturno,
hasta ser y no ser sino un rayo en la sombra.

Pablo Neruda
(da “Cento sonetti d’amore”)

cinque poesie di Luis Alberto de Cuenca

La colazione

Mi piaci quando dici una sciocchezza,
quando combini un guaio, quando menti,
quando vai a fare shopping con tua madre
e arrivo tardi al cinema per colpa tua.
Mi piaci di più quand’è il mio compleanno
e mi copri di baci e di torte
o quando sei felice e lo si vede,
o quando riesci a condensare tutto
in una frase geniale, o quando ridi
(la tua risata è una docca nell’inferno)
o mi perdoni una dimenticanza.
Però mi piaci anche di più, tanto che quasi
non so resistere da quanto mi piaci,
quando, piena di vita, ti risvegli
e come prima cosa mi sussurri:
“Ho una fame feroce stamattina.
Inizierò con te la colazione”.

* * *

Nausicaa

Il mare di Omero ride per te,
che ti appoggi nuda al parapetto
in cerca d’aria fresca, con la coppa
di nettare in mano, mentre d’intorno
vanno e vengono gli ospiti alla festa
che hai dato nel palazzo di tuo madre.
L’aria pura inonda i tuoi polmoni
e il nettare ti sale alla testa
ed ecco arrivare alla terrazza
l’uomo della tua vita. Unisce in sé
nobilmente la forza e la sapienza.
Ulisse è il suo nome. Tu non ignori
che non si tratterà. Già tante volte
sognasti il suo disprezzo… Tuttavia,
lo scintillare dei tuoi occhi insinua:
“Non mi sazio di vederti”. E le tue orecchie
reclaman: “Parlami, dammi parole
per vivere”. E con il sesso dici:
“Padrone fai di me ciò che ti piace”.
Tutto è abbandono in te, dolce Nausicaa.
Ma lui è annoiato dalla festa,
perso dietro al ricordo della patria,
e non considera te, né quel tuo corpo
di dea crivellato di messaggi
che non arriveranno mai a destinazione.

* * *

Elena: Palinodia

No, non è vera, amore, quella storia.
Non arrivò a sedurti quel demente
dai ricci profumati. Non fuggisti
precipitosamente dalla festa
del nostro anniversario, con lo sguardo
inchiodato sul pacco ch’emergeva
tra le sue gambe, e le narici sature
di droga. Non salisti a bordo
del suo lussuoso yacht con quanto avevi
indosso (quasi niente), mentre io
ti cercavo per strada come un pazzo,
temendo che ti fosse successo chissà cosa.
Non sei scomparsa dalla mia vita
come una meteora e per sempre.
Non può essere vera quella storia.

* * *

Bèvitela

Di’ cose belle alla tua fidanzata:
“Hai un corpo da clessidra
e un’anima da film di Hawks”.
Diglielo a voce bassa, le tue labbra
attaccate al suo orecchio, e che nessuno
possa ascoltare ciò che stai dicendo
(ossia che le sue gambe sono razzi
diretti verso il centro della terra,
o che i suoi seni sono il nascondiglio
di un gambero di mare, o che la sua schiena
è argento vivo). E quando si convince
e inizia a sciogliersi tra le tue braccia,
non indugiare un attimo:
bèvitela

* * *

La notte madrilena

Ricordi nella notte madrilena, in agosto,
quanto tutti erano via per le vacanze,
e non c’erano messaggi nella segreteria
né lettere da parte di nessuno (neppure
opuscoli pubblicitari), e il calore invadeva
la tua casa come un germe di cancro incurabile
(ancora non avevi l’aria condizionata),
e lei viaggiava con un altro al sud o al nord
(non ti ha mai detto dove), e tutt’a un tratto uscivi
a camminare, senza meta, per le vie deserte
con voglia di morire, pensando che la vita
era un racconto di Kafka o di Edgar Allan Poe
(almeno), ed ecco, senza sapere come,
vedevi oltre i negozi chiusi e i bar
uno spettro di luce che ti veniva incontro
e, una volta vicino, ti diceva: “Ragazzo,
sono il tuo angelo custode. Dio vuole che ti dica
che t’invidia: tu solo, e Madrid, e in agosto,
senza morosa e senza amici, con il caldo e senza lettere,
non dovresti ringraziare il Re dei Re
per tanta fortuna tutta insieme?”, e scompariva,
e appariva di nuovo la notte seguente,
dicendoti le stesse cose, e tu eri sul punto
di morire dal ridere, e una volta di più la notte
madrilena riusciva a liberare il tuo cervello
da stupide ansietà.

Luis Alberto de Cuenca (Madrid, 1950)
da “Senza paura né speranza”, 2002

Traduzioni di Stefano Belardinelli
da Poesia, XXIX, 317, Luglio/Agosto 2016