su Poetarum Silva

Alcune poesie di Approssimazioni e Convergenze sono sul blog “Poetarum Silva”.

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presentatio in absentia

Testo inviato da Antonio Lillo per la presentazione perugina di Approssimazioni e convergenze, ieri alla libreria Mannaggia.

Presentare un libro di Sergio è sempre una grandissima rogna, ed è uno dei motivi per cui sono molto felice che stasera lo facciano altri al posto mio.

Primo, perché Sergio è una persona molto intelligente, il che oggi – in un paese in cui la mediocrità diventa quasi una regola non scritta della democrazia – può apparire un titolo di demerito, tanto che mi sono sempre chiesto quanto una persona come Sergio, dotato di una intelligenza viva, per certi versi aristocratica, ma votata a un genere di nicchia come la poesia, si senta solo in un paese come il nostro.

Secondo, perché questa intelligenza si riversa in una scrittura non sempre facile, anzi impegnativa, una scrittura che richiede attenzione, tempo, tutto ciò che in Italia, insomma, non tanto piace.

Ragion per cui persino Sergio che difficilmente, da che lo conosco, tratta temi politici, fa poesia a suo modo politica, a tratti fortemente politica, nel senso che potendo scegliere di scrivere in maniera anche più semplice di come fa, di assecondare i gusti del pubblico, ha preferito invece questa forma di scrittura che io definisco vertiginosa, che cioè si pone molto in alto, in modo da avere la visione più ampia possibile sul mondo intorno, persino quando va al cuore delle cose. Una poesia che ha delle ambizioni per certi versi primonovecentesche, anche quando Sergio stesso, per modestia, abbassa il tiro sul proprio quotidiano.

Insomma, parlare con lui di tutto questo potrebbe rischiare di sfociare in ambiti del discorso poetico che magari lui non aveva nemmeno considerato nei suoi testi. Il che non è necessariamente un male, ma rende tutto parecchio impegnativo, e così si torna al discorso di cui sopra: quando parliamo di poesia, ci va o non ci va di addentrarci in un discorso più impegnativo di quelli che ormai ci siamo abituati a sopportare?

Lo stesso Sergio, a onor del vero, si è accorto con gli anni dei rischi impliciti di seguire una tale ricerca, e nelle ultime raccolte ho notato il tentativo di rendere la materia di cui tratta un pizzico più corporea, senza mai farsi prosaica, mediata da una ironia tutta oraziana. Dove questa ricerca lo porterà, se in un deserto oppure al silenzio, come auspica lui stesso, non sappiamo.

Ma questo libro in particolare, Approssimazioni, che è il primo vero che ha pubblicato a suo nome nei primi mesi del 2014 ed è qui ristampato insieme a Convergenze in un’opera secondo me perfetta, anche a distanza di tre anni pare venire da un luogo assai lontano.

La raccolta, arricchita dai disegni dello stesso Sergio – che si affiancano a quelli originali di Michela Neglia –, mette insieme due opere che vanno in opposta direzione, ma entrambe concentrate intorno al potere evocativo della Parola (il Verbo, si sarebbe detto un tempo), connettendosi con le correnti più sperimentali della nostra ultima ricerca poetica, da De Angelis a Magrelli, in cui la Parola cerca di arrivare al centro del mondo, facendolo scoppiare e poi ricostruendolo da capo. Migliorandolo. È un’impresa titanica, che richiede molta fiducia nelle proprie capacità, e proprio per questo non è una cosa che si possa fare impunemente, a qualsiasi età. Ci sono periodi della propria vita artistica che lo permettono e altri che lo negano, o addirittura rinnegano quanto si è fatto. In tal senso Approssimazioni e Convergenze è un’opera non solo bellissima, ma anche la fotografia di un periodo particolare della vita di un poeta, in cui mezzi espressivi e ambizioni viaggiano sulla stessa linea d’onda.

Qui in basso: Elena Zuccaccia si lillizza per leggere il comunicato dell’Editor Maximus, alla presenza di un raccolto ma inclito pubblico di connoisseurs. Alla mia destra, Costanza Lindi. Sullo sfondo, i disegni che adornano il volumetto.
Di seguito, qualche altro momento della presentazione.

scene di vita quotidiana in casa editrice

C’era un calvo con Calvino:
a Pavese un pavesino
chiese, e disse: “Non c’è male,
dov’è il monte di Montale?

Vi ha rodati già Rodari?
Porta Mari i calamari?
Dov’è nata Natalia?
Pintor è già in tintoria?

Su che prati Pratolini
va a mangiare i brigidini?
Dov’è il foglio di Fenoglio?
Dov’è l’olio di Dall’Oglio?

Piace a Saba la regina?
Pesca Pascoli in piscina?
Levi Strauss i Levi’s leva
che per primo Levi aveva?

Ungaretti ha bei garretti?
E Canetti fa i confetti?
E Quasimodo è ammodo
per compormi un bell’epodo?

Ha un randello Pirandello?
La Bellonci ha un broncio bello?
E se Ariosto arieggia il mosto,
Tasso tassa il tasso arrosto?”

Ma ecco, un dubbio porge Bobbio:
“È Torino qui, o Cernobbio?
Esaudiamo noi gli autori,
o li monda Mondadori?

Se Rizzoli aizza i cani,
quali piani fa Bompiani?
Qual è il sogno di Sonzogno
(solo a dirlo mi vergogno)?

Ci ha bolliti già Bollati?
O Garzanti ingarbugliati?
Giunti ha unti? Oppur la banda
ce la manda tutta Guanda?

Hai sentito che Rusconi
vuol comprarla Berlusconi?
Ha bei gusti de Agostini?
Sono baldi alla Baldini?”

Dice Sciascia: “Ma che angoscia!
La civetta mi si ammoscia!
Siete un cànchero, una noia:
qui ci vuol Toti Scialoja!”