come d’arbor cadendo un picciol pomo

Gli uomini sono esseri simbolici. Cercano nelle cose un senso, che va oltre la contingenza immediata.
Ciò è vero sempre, per i credenti come per i non credenti, per i colti come per gli analfabeti. Togli a un uomo il senso e otterrai un bruto, una macchina, come avevano ben capito i nazisti ad Auschwitz.
La ragione ci dice che un terremoto è un movimento di faglie tettoniche, un cadavere è un organismo in cui sono cessate le funzioni biologiche e una basilica crollata è un ammasso di pietre che ha cambiato conformazione geometrica.
Però non possiamo fare a meno di pensare che un terremoto sia una forza oscura e minacciosa, che un cadavere sia anche la persona viva che era fino a poco prima e che un’antica chiesa distrutta sia un pezzettino di ordine e bellezza (o, se si è credenti, un monumento eretto a maggior gloria di Dio) riconsegnato al caos, una permanenza del passato cancellata.

Ci pensavo perché, da un lato, provo sollievo al sapere che queste ultime scosse di terremoto abbiano causato solo danni materiali e nessuna vittima. Dall’altro lato, vedere il paesaggio devastato, le chiese pencolanti, le case a brandelli mi mette profonda tristezza.
Ci pensavo soprattutto vedendo l’abbazia di Sant’Eutizio a Preci – luogo al quale mi legano parecchie memorie – ferita, con il rosone sfondato da un tronco d’albero e i muri invasi dalla terra.
Si può ricostruire, ma ciò che è perduto è perduto.

Annunci

Γυναίκα στο λαβύρινθο

C’è una donna che cammina.
Io la guardo.
Sono abituato a vederla incedere, facendo leva sulle caviglie con energia imperiosa.
Ora invece avanza a piedi nudi su un terreno di scisti, che ad ogni passo le lacerano la pelle. Si lascia dietro un alfabeto di gocce color rosso vivo, che in lontananza si fanno brune, quasi avesse seminato una scia di foglie autunnali.
Io la guardo, ma non posso parlarle. Non sento la sua voce, ormai da mesi, da anni; eppure so che mi vede. Sa che sono lì e che la sto guardando.
Ogni tanto si porta una mano al petto e stringe, fino a farlo scricchiolare. Allora si vede, sotto la pelle resa diafana dalla stretta, il cuore.
Io allungo la mano ma, per quanto le arrivi vicino, non riesco a sfiorarla. Resta una cuticola d’aria fra le mie dita e il suo cuore; aria dura e acuminata, come fatta di galaverna.
Ma io so che le vede la mia mano, a pochi centimetri dalle sue costole. E sorride, come se davvero l’avessi accarezzata.
Non è solo il terreno a farla sanguinare. Sono, tutto attorno, pareti di spine che le si serrano addosso, le lacerano i palmi mentre cerca di spingerle via, le strozzano il respiro in un pianto che non trova mai la via della gola.
Ora mi guarda, dritto negli occhi. E i suoi occhi sono enormi, nerissimi, sono due schegge d’ossidiana che conservano, incastonati, la luce e il calore di antichissimi vulcani.
Io non le posso parlare; ma se potessi, le direi che è bella. Che il suo cuore è un boccone di pane e il suo sorriso una mandorla.
Se potessi toccarla, la avvolgerei in una coperta di parole, le presterei le braccia per difenderla, le insegnerei a coltivare la felicità come una foglia di basilico.
Il suo corpo è uno stelo ancora verde, la sua voce le brilla tra i denti come mica.
Ma continua ad affondare le dita, finché la pelle cede e il cuore smette, solo per un attimo, di battere.
Il suo grido allora è il mio grido; e sono entrambi muti. Il dolore la circonda come un volo improvviso di uccelli spaventati.
Io lo raccolgo sulle mani e annuso il suo odore di piume e d’acqua salata.
Io porto alla bocca il suo dolore e lo accetto come un’ostia.

Streptopelia turtur

La minuscola mente di Lorenzo fa attrito con l’idea della morte.
“Morirò anch’io?”, chiede, “Anche se prego tanto tanto Gesù?”. “Avrò tempo di fare tutte le cose nella mia vita?”. “Che si nasce a fare, se dopo muori?”. E ancora: “Nascerà mai un altro me?”.
Gli risulta impossibile accettare che la sua piccola fiammella di identità possa un giorno spegnersi, arrendersi all’indifferenziato e buio nulla.
Inutile anche spiegargli che tutto muore, anche gli animali e le piante, insomma tutti gli elementi della natura. “Ma noi non facciamo parte della natura!”, obietta.
Per mesi, in un angolo del piccolo parco di fronte alla palestra, è rimasto il cadavere di una tortora. Pian piano se lo sono mangiato le formiche; ora tutto ciò che ne resta è un ciuffo di piume scolorite, ridotte quasi al solo calamo, e qualche osso grigio e semisbriciolato.
“Gesù non ha un corpo?”, insiste. “Ma allora ha solo la testa? Ma se non ha la carne che cos’ha, solo le ossa? È uno spirito? Ma uno spirito, come i fantasmi che ti spaventano la notte?”.
Gli sembra strano, soprattutto, che Gesù esista, ma non si possa vedere. “Ma non c’è neanche un film? Un DVD? Almeno una foto!”

sogno

Raramente, anzi quasi mai, ricordo i sogni che faccio. Ma questo mi è rimasto impresso perché mi sono svegliato di soprassalto.

Avevo portato mio figlio in un giardino zoologico (non so perché, nel sogno pensavo fosse quello di Fasano, mentre non gli somigliava affatto).
Entravo a piedi, attraverso una cancellata. Passato un androne, mi trovavo in un grande prato. Scorgevo sagome di belve sdraiate, che riconoscevo come iene.
Più andavo avanti, più mi rendevo conto che tutto era in stato d’abbandono. L’erba era disseminata di enormi escrementi, bestie feroci vagavano libere.
Decidevo di tornare indietro e mi trovavo davanti una lunga fila di felini (leoni, tigri, ghepardi) che avanzavano tutti insieme verso di me, uno accanto all’altro, meccanicamente, tutti allo stesso passo, con lo sguardo fisso in avanti. Mi arrampicavo su un basso muretto che faceva da base a un reticolato arrugginito. Le belve mi passavano accanto, ignorandomi.
Raggiunta l’uscita, incontravo delle persone che, arrabbiate, mi spiegavano di aver segnalato il problema alla questura (anzi, “a due questori”, diceva uno), che però non aveva fatto nulla.
Tornavo verso la macchina, rispondendo in maniera brusca a mio figlio, che non sembrava essersi reso conto di ciò che era avvenuto.

(Qui mi sono svegliato.)

Bolinus brandaris

murici003

Punta Ala. A caccia di granchi (per puri scopi di osservazione scientifica).
Durante la bassa marea, esploriamo gli scogli che separano la spiaggia dalla foce del torrente Alma, che si incassa tra ripide rive orlate di canneti, ai piedi di un alto sperone di roccia coperto di fitta macchia mediterranea e di enormi agavi, con in cima una villa turrita che domina Cala Civette e l’intero Golfo di Follonica.
Cerchiamo tra le basse pozze di marea, rimestiamo la fanghiglia grigiastra, spostiamo i sassi limacciosi. Frotte di granchietti scappano saettando in tutte le direzioni.
Per catturarli, occorre sviluppare due tecniche distinte: l’avvicinamento e la cattura vera e propria. Gli occhi acuti dei granchi, ben alti ai due angoli opposti del corpo, percepiscono il minimo movimento e li fanno scattare fuminei a rifugiarsi negli gli anfratti melmosi, sotto le pietre dalle quali è impossibile snidarli. Occorre quindi tenersi bassi, evitare di stagliarsi contro il cielo, arrivare loro da dietro, protetti da qualche sporgenza o macigno. Quanto alla cattura, inutile tentare di batterli sui riflessi. Dopo numerosi errori, arriviamo a elaborare due tecniche. La prima prevede che, giunti di soppiatto il più vicino possibile alla preda (in silenzio, con movimenti lentissimi, se necessario con lunghe attese, perfettamente immobili, finché l’animaletto si fidi a mettere fuori le chele), si posizioni il retino nella probabile direzione di fuga e si cerchi di spingercelo, usando le mani o un bastoncino raccolto all’uopo. La seconda richiede di calare rapida una mano, bloccandolo contro il sasso, e con l’altra afferrarlo come ho imparato a fare, bambino, osservando mio padre: da dietro, sotto il carapace, dove le chele acuminate non possono arrivare. Quelli che conoscevo io erano granchi di sabbia, giallo-rosati, con l’ultimo paio di zampine a forma di spatola per nascondersi sul fondale; questi invece sono granchi di scoglio, neri (anche se spesso verdastri di fango e alghe), con tutte le zampe acute per aggrapparsi alle rocce.
Uno, bello grosso, mi sfugge di mano lasciandomi per ricordo una zampina rattrappita. Nel retino ne finiscono due, entrambi storpi: a uno mancano entrambe le chele, a un altro due zampe dal lato sinistro. Quando li prendo in mano si agitano ticchettando, mi solleticano i polpastraelli.
Scopriamo infine che i più facili da catturare sono quelli grossi, più lenti e meno capaci di ripararsi negli anfratti. Molto rari, purtroppo; uno ne becchiamo, che passeggia per il fondale fidando nel potere mimetico delle alghe che gli ricoprono il dorso, fino a infilarsi docilmente, quasi senza coercizione, nel retino.
Completata l’esplorazione della sponda meridionale, guadiamo il torrente, saltando sui sassi piatti semisommersi, attenti a evitare la melma nera in cui si affonda come nelle sabbie mobili. L’acqua, che di prima mattina era limpida e verde, ora, via via che si avvicinano le ore più calde, acquista un odore acuto, un misto di chimico e di marciume. Un enorme granchio flotta sul fondo, morto ma ancora integro, le chele brillanti di giallo e di rosso. Ci portiamo verso il mare, dove l’odore si fa decisamente più salino; alghe e patelle si incrostano sotto le pietre rese lucide e affilate dal lavorio delle onde. Piccoli gamberetti grigiastri, quasi trasparenti, si aggirano indaffarati, minuscole bavose scivolano velocissime lungo il fondo, altri pesci che non so identificare manovrano virando in banchi sincronizzati.
Sollevando un grosso masso, le vedo: l’una accanto all’altra, due conchiglie di murice. Li estraggo dalla mota, li sciacquo tra le onde. Sono integri, uno coperto di alghe, l’altro già ripulito. I gusci avvolti in spire rugose, che si allargano in sequenza fibonacciana, decorati da escrescenze corniformi.
Sono i molluschi più preziosi dell’oro, dai quali gli antichi estraevano la porpora, la tinta dei re e degli imperatori (“Distinguit ab equite curiam, diis advocatur placandis; omnemque vestem illuminat: in triumphali miscetur auro. Quapropter excusata et purpurae sit insania”, Plinio, Nat. Hist., IX, 60). Predatori necrofagi, che forano le conchiglie (“tanto duritia aculeo est”, sempre Plinio) e liquefanno gli inquilini iniettando una secrezione acida.
Tornato all’ombrellone, li disegno a tratteggi incrociati, divertendomi a riprodurre con cura le minime irregolarità della superficie, le spire cuspidate, le spine calcaree, l’elegante rastrematura del sifone. A casa, dovrò lavarli più e più volte per eliminare le incrostazioni e il fango, ma per settimane continueranno ad esalare un fortore salmastro, il cui alone resisterà fino nel cuore dell’inverno.

Helix adspersa

La chiocciola, sì. Quella bestiolina che, secondo il Giusti, “unisce il merito alla modestia”. Il cui guscio striato e spiraliforme campeggia in tanti libri per bambini.
Però è tutta questione di proporzioni. Vista da vicino, la chiocciola ha una tremenda lingua rasposa, la “radula”. Corteggia le sue simili infilzando loro uno stiletto calcareo nelle mucose. Poi si accoppia, feconda e viene fecondata, perché è ermafrodita.
Capitava di trovarle in letargo, in qualche anfratto del muro, con il guscio tappato da una sottile membrana, che crepitava sotto la punta del dito. Se le si beccava a passeggio, per ucciderle bastava cospargerle di sale finché la pelle, disidratata, si accartocciava.
Le “ciambrachelle” (“ciambracune” se erano grosse), mio padre le raccoglieva nei campi, dove dopo la pioggia uscivano per accalcavarsi sui fusti spinosi dei cardi. Poi le metteva a spurgare in una pentola piena di farina (sollevavo il coperchio per guardare quell’inferno di corpi striscianti, bave ed escrementi) e infine le cucinava stufate con la menta, oppure con il pomodoro.
Con uno stuzzicadenti si estraeva l’animale dal guscio, dove si era rintanato per sfuggire al calore. Veniva fuori tutto rattrappito, ma ancora attaccato ai visceri, avvolti in una spiralina nera che si doveva mordere e sputare via, per mangiare solo la piccola callosità del corpo.

camminare, urinare, defecare

“Non c’è nulla di più difficile da capire della psicologia umana. Non riesco assolutamente a rendermi conto se in questi giorni il mio padrone sia di cattivo umore, se invece sia allegro, o se cerchi parole rassicuranti negli scritti di qualche vecchio filosofo. Non ho la minima idea di cosa gli passi per la mente, se si faccia beffe della società umana o desideri avere rapporti con i suoi simili, se sia irritato per qualche ragione banale o ancora se si tenga al di sopra di ogni preoccupazione mondana. In queste cose noi gatti siamo molto più semplici. Se abbiamo fame mangiamo, se abbiamo sonno dormiamo, quando ci arrabbiamo andiamo su tutte le furie, quando piangiamo lo facciamo con tutta l’anima. Tanto per cominciare, non teniamo cose inutili come un diario. Perché non ne abbiamo bisogno. È probabile che le persone che hanno due facce, come il padrone, sentano la necessità di esternare gli aspetti del proprio carattere che non vogliono mostrare a nessuno scrivendo un diario nell’intimità della loro stanza, ma per quanto concerne noi gatti, le nostre quattro posture fondamentali – camminare, stare fermi, stare seduti e stare sdraiati, oltre a urinare e defecare – costituiscono già in sé un autentico diario, quindi siamo esonerati dalla seccatura di tenerne uno per conservare la nostra identità. Se uno ha il tempo di scrivere un diario, tanto vale che se ne stia a dormire nella veranda.”

Natsume Sōseki, “Io sono un gatto” (1905)

(Ovviamente, quanto sopra rimane valido se si sostituisce a “diario” la parola “blog”…)