aver capito qualcosa

Ieri, a Perugia, c’era ospite Stefano Dal Bianco, invitato da Umbria Poesia. Dal Bianco ha prima incontrato gli studenti del mio liceo e poi, insieme ad Anna Belozorovich e Tommaso Di Dio, ha parlato di “Poesia e danza”.
Un bel pomeriggio, pieno di idee e di suggestioni.

Durante l’incontro con gli studenti del mio liceo (al quale hanno partecipato anche Maria Borio e Francesca Ippoliti), Stefano Dal Bianco ha detto una cosa che risuona molto con ciò che sto meditando negli ultimi tempi.
Ha detto (riassumo, sperando di rispettare lo spirito, se non la lettera delle sue parole) che una poesia, per quanto ben riuscita formalmente, non può limitarsi al catalogo delle sfighe private dell’autore. E invece è quello che il più delle volte capita: l’autore scrive “oh, quanto sto male”, il lettore ci si riconosce, e morta lì (lo stesso vale anche se l’autore scrive “oh, quanto sto bene”). Rassicurante, certo, ma inutile.
Invece un poeta dovrebbe – parole testuali- “aver capito qualcosa del mondo”. Dovrebbe poterci insegnare qualcosa, dirci perché siamo qui. Insomma, darci delle risposte. La letteratura, in origine, era un’attività sapienziale, e tali erano Dante, Shakespeare o Leopardi.

A quel punto ho capito perché negli ultimi tempi non mi va di scrivere, e infatti sono due o tre mesi che non scrivo praticamente nulla, né ho voglia di farlo.

le jazz a ses raisons…

Pensavo che, forse, la ragione per cui non riesco a scrivere un racconto jazz, o una poesia jazz, è la stessa per cui non sono mai riuscito a suonare il jazz, sebbene ci abbia provato a lungo.
Forse amo il jazz come si amano quelle persone che sono completamente diverse da noi, e la nostra parte razionale continua a dirci che non c’è speranza, nello stesso preciso momento in cui il cuore è già in corsa per inseguirle.

tagli, spigoli

Antonio dice che i miei versi sono “sfuggenti”.
Sono sicuro che lo intendesse come un complimento, però – eterogenesi dei fini – quel commento focalizza alla perfezione un problema.
Il problema è il tono oracolare che certi miei versi avevano assunto (uso il trapassato prossimo, perché nelle ultimissime sto cercando di cambiare rotta). Forse è colpa di troppo Milo De Angelis, chissà, ma sta di fatto che, a rileggerli, trovo un flusso verbale dal quale ogni tanto emergono immagini, oggetti, figure, accostati più per il loro contrasto che per nessi logici precisi. Non che ci sia qualcosa di male in quella maniera, per carità. Però ho bisogno di riprendere in mano la realtà, di recuperare una sintassi logica più consequenziale, insomma di mettere in campo meno Io e più Mondo.
Ho anche bisogno di regolarità, di forma, di metrica. Insomma, di struttura. E questa è un’altra linea d’azione.
Coglie nel segno anche Fernanda, quando nota, in alcune delle mie ultime, qualcosa di tagliente. Ecco, è proprio quello che vorrei: che i miei versi tagliassero, che avessero spigoli e lame.
Mi compilo liste di poeti da (ri)leggere: Umberto Piersanti, Raffaello Baldini, Rocco Scotellaro, Eugenio De Signoribus, Ignazio Buttitta, Simon Armitage, Mark Strand, Charles Simic, Seamus Heaney, Ted Hughes. Oppure, incongruamente (ma neanche tanto) Giuliano Mesa, Giancarlo Majorino, Gabriele Frasca, Franco Scataglini.
Stiamo a vedere che succede.
P.S.: E poi, per inciso, sto leggendo Omero. Prima l’Odissea, poi l’Iliade. Ma questa è un’altra storia.
nell’immagine: York University, 5 luglio 2013 (foto mia)

PVdC

Ci sono cose che si imparano con l’esperienza.

Ad esempio, partecipando negli anni a un po’ di concorsi poetici, qualcuno vincendone, in qualcuno venendo segnalato, in qualcuno serenamente ignorato, ho imparato che esiste una precisa tipologia di poesia: la Poesia-Vincitrice-di-Concorso (PVdC).

(Ora, non è questo il luogo per descrivere il grigio sottobosco dei concorsi letterari: quelli organizzati dagli assessorati alla cultura della Val di Magra o della Comunità Monti della Sila; quelli che ti chiedono 30 euro di iscrizione in cambio di premi che consistono in “libri, diplomi e attestati”, consegnati nella prestigiosa sede di Palazzo Strozzacapponi a Casa del Diavolo; senza interrogarsi – organizzatori e partecipanti inclusi – sul fatto che, per 30 euro e forse persino per meno, posso benissimo andare a comprarmi una bella targa e farci incidere sopra che mi sono classificato primo con menzione d’onore al rinomato Concorso Poetico Colli del Cesenate. Sono cose che bisogna vivere, per capirle).

Ma torniamo alla PVdC.

Innanzi tutto, la PVdC deve essere bruttina, ma non talmente brutta da esserlo in maniera plateale: diciamo mediocre.
Poi, dev’essere scritta o in rima (che fa classico), oppure in versicoli pseudo-ungarettiani (che fa moderno).
Deve trattare temi come: i gabbiani al tramonto; la pioggia d’autunno; un bel paesaggio, meglio se campestre; affetti familiari, buoni sentimenti, leziosità assortite; piccole notazioni di realtà quotidiana; un fatto sociale importante, ma sempre canonizzato dalla consuetudine dei titoli di giornale; un viaggio in luoghi esotici, ma non troppo.
Soprattutto, la PVdC deve attenersi rigorosamente al genere tardo-Ottocento/primo-Novecento, con obbligatoria effusione lirica. Insomma, sentimenti sentimenti e ancora sentimenti. Niente realismo, che in poesia certe cose non si dicono; niente sperimentalismi, che sennò poi épatons les bourgeoises; però magari un blando modernismo sì; non oltre Palazzeschi, comunque. Sennò, viene sempre buona qualche cara vecchia figura retorica sopravvissuta dai tempi del liceo: una metafora (non troppo ardita), una sinestesia, uno zeugma. Per i più avventurosi, una prosopopea, un’epanadiplosi, un’ipallage, magari addirittura un cleuasmo. Questo è l’unico campo dove ci si può sbizzarrire.
In buona sostanza, la PVdC deve piacere alle professoresse di lettere (ce n’è sempre una, in ogni giuria di concorso) e non deve dispiacere all’assessore (anche di quelli ce n’è sempre uno: spesso, un ex-alunno della professoressa). Deve titillare la prima là dov’è più sensibile – sull’erudizione libresca – e deve dare al secondo l’impressione di respirare, una volta tanto, l’aria sottile della Cultura. Senza causargli il mal di montagna, però.

La scrittura di una PVdC è un fatto molto meno semplice di quel che sembra. Occorre avere un po’ di scintilla poetica, ma un po’ meno di quel che basta a scrivere poesia per davvero. Fare finta di essere poeti, ma credendoci sul serio. C’è gente che ci ha costruito una carriera.

Le PVdC hanno un loro habitat naturale: le antologie dei premi poetici, che dopo la pubblicazione tendono a migrare per sparpagliarsi nelle librerie di zii, suoceri e amici di famiglia, e lì restare, nella serena attesa del macero.

non sanno parlare

A mio avviso, il lettore – voglio essere molto drastico – non deve avere voce in capitolo, come si diceva un tempo nelle abbazie. Durante il capitolo, l’assemblea, il lettore non ha il diritto parlare perché parlano gli specialisti, i competenti. Come si creano queste competenze? Attraverso un sistema di selezione che un tempo funzionava: laurea, biennio, dottorato, ricercatorato, etc. Quando questo non funziona, ci sono comunque altre forme di formazione: conosco varie persone di valore che non sono nell’accademia. Ecco, io proporrei il sistema delle ore di lettura, come i piloti d’aereo. Quando si può pilotare un jumbo? Quando, per ricorrere a un’iperbole, si sono fatte 8000 ore di volo. Quando puoi scrivere il tuo parere su un libro? Quando hai letto 8000 libri di teoria, di narrativa, di poesia; altrimenti non puoi parlare. Io non voglio sapere i pareri dei lettori, non mi interessano: deve essere vietato al lettore di parlare. Ma parto dalla grande idea di Borges per cui io vado molto più fiero del mio lavoro di lettore che di quello di scrittore. Essere lettori è una cosa importantissima. Questa specie di todos caballeros, questa gara a diventare tutti critici è insensata perché il lettore ha di per sé un’enorme, un’immensa dignità. I blog hanno questo rischio, trasformano i lettori in studiosi: questo non è possibile.

 

(…leggi qui tutta l’intervista a Valerio Magrelli)

silenzi

La morte, sabato scorso, di  Roberto Roversi, è stato solo l’ultimo di una serie di lutti, che hanno colpito il mondo della poesia italiana nel giro di pochi mesi: a marzo di quest’anno ci hanno lasciato, a qualche giorno l’uno dall’altro, Elio Pagliarani e Tonino Guerra, ad agosto Luciano Erba. L’anno scorso aveva visto la scomparsa di Andrea Zanzotto, ad ottobre, e di Giovanni Giudici, a maggio, che aveva seguito, a un anno quasi esatto, quella di Edoardo Sanguineti (maggio 2010).
Volendo andare ancora più indietro, nell’ultimo decennio se ne sono andati Alda Merini (2009), Mario Luzi (2005), Giovanni Raboni (2004), Elio Fiore (2002), Attilio Bertolucci (2000), e può darsi benissimo che mi stia dimenticando qualche nome.
A pensarci bene, sembra inevitabile: si tratta di poeti pressoché coetanei, distribuiti lungo un paio di generazioni nate più o meno fra il secondo e il terzo decennio del Novecento (i più anziani erano Bertolucci e Luzi, del 1911 e 1914, i più giovani Raboni e Fiore, 1932 e 1935). Quasi tutti sono morti in età avanzata, a ottanta o novant’anni, dopo una vita lunga e operosa.
Sembra inevitabile, naturale. Eppure, pensare a queste voci di poeti ormai consegnate alla carta (o al supporto che la seguirà), di cui non si potrà più sentire il suono vivo, mette un bel po’ di tristezza.
Ma il vero problema, forse, è un altro: con loro muore un’idea di poesia, un’idea di letteratura, e in fin dei conti un certo modo di intendere il lavoro intellettuale. Zanzotto, Sanguineti, Roversi, Pagliarani, sono stati – al di là dei giudizi e dell’apprezzamento che si può avere per la loro poesia – forse l’ultima generazione a credere nella possibilità di esercitare un ruolo nella cultura. A credere – diciamo meglio – che la poesia potesse farsi sentire con la sua propria voce, agire con i propri mezzi specifici.
Non mi pare che oggi manchino le grandi voci. Manca, piuttosto, uno spazio in cui possano farsi ascoltare, uno spazio in cui la poesia sia accolta in quanto tale. Oggi, più che mai, i poeti gridano nel deserto. Oppure, più opportunamente, praticano l’arte saggia del silenzio.