autunno

In mezzo ai doppi vetri
ronza una vespa.
Vento d’autunno già appanna la finestra.

Sempre la prigioniera
torna all’assalto,
sempre ritorna.

Perchè il calore
della stanza le allunga la vita
moltiplica le forze.

Heinz Kahlau (1931 – 2012)
(traduzione mia)

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paesaggi (traduzione da Wallace Stevens)

I
Un vecchio siede
sotto l’ombra di un pino
in Cina.
Vede i delfinium,
azzurri e bianchi,
sul bordo dell’acqua,
muoversi al vento.
La sua barba si muove al vento.
I pini si muovono al vento.
Così l’acqua scorre
sulle gramaglie.

II
La notte ha il colore
d’un braccio di donna:
notte, la femmina,
oscura,
fragrante e agile,
si nasconde.
Splende uno stagno,
come un bracciale
scosso nella danza.

III
Misuro me stesso
contro un albero alto.
Trovo che sono molto più alto
perché arrivo fino al sole,
coi miei occhi;
e arrivo fino alla riva del mare
con le orecchie.
Eppure, non mi piace
come le formiche strisciano
dentro e fuori la mia ombra.

IV
Quando il mio sogno era presso la luna,
la falda bianca della sua veste
si riempì di luce gialla.
Le piante dei piedi
si arrossarono
i capelli si riempirono
di cristallizzazioni azzurre
dalle stelle,
non lontano.

V
Tutti i coltelli dei lampioni,
e i ceselli delle lunghe strade
e i mazzuoli delle cupole
e delle alte torri,
non riescono a incidere
ciò che una stella incide,
quando brilla tra i pampini.

VI
Razionalisti, con cappelli quadri,
in stanze quadre, pensano
fissando il pavimento,
fissando il soffitto.
Si limitano soltanto
ai triangoli rettangoli.
Se tentassero romboidi,
coni, serpentine, ellissi –
l’ellisse, per esempio, di una mezzaluna –
indosserebbero sombreri.

Wallace Stevens
“Six Significant Landscapes” (da Harmonium, 1916)

(traduzione mia)

quattro poesie di Heinz Kahlau

Un gioco

I bimbi giocano a fare gli sposi
con entusiasmo.
Perché la sposa si può agghindare
e la festa fa allegria.
E i bimbi sanno bene
com’è che ci si addobba.

Lo sposo ha preso un vecchio cappello
se l’è calcato sulla fronte.
Cammina come fa uno sposo,
con le ginocchia tutte dritte.
La sposa ha addosso un accappatoio
e un asciugamano, ha l’aria intimidita.
Un terzo bimbo le regge lo strascico,
perché ai bimbi piacciono gli strascichi.

Perché poi i grandi si bacino sempre,
e siano tristi e debbano sbronzarsi,
questo i bambini non sanno capirlo:
eppure, per il gioco, lo vorrebbero
tanto sapere.

* * *

Star seduti insieme

Questo star seduti insieme
mi fa bene, fa allegria,
sono quieto, stando insieme,
come mai in vita mia.

Niente gesti, né parole:
dalla fretta noi scappiamo,
qui seduti, stiamo zitti
ed insieme riposiamo.

Siamo insieme, siamo uno,
quieto e amico è ogni sguardo,
poi ridiamo e ci gettiamo
nella fretta d’ogni giorno.

* * *

Paura mattutina

Anche una grande città può essere vuota come una chiesa.
Quando il mattino si piega alle finestre
e solo gli uccelli gridano nei cortili.
Allora spesso mi chiedo se ancora ci sia
quella mia autocosciente sicurezza.
Allora certe volte arrivo al punto
che posso spaventarmi ancora come un bambino
che nelle notti piange per la mamma,
perché tutto intorno è estraneo e pieno d’orrore.

* * *

Il vecchio muratore

Johannes, il vecchio muratore, è morto.
Come la malta,
con cui impilava pietra su pietra,
è il suo volto.
E anche le mani.

Il giovane,
che ieri ha dovuto sgridare
per la sua sbadataggine,
ha avuto la sua cazzuola.

Dal camino,
che è stato il suo ultimo,
stamattina si è levato
il primo fumo.

Seppellitelo senza bugie.

 

Heinz Kahlau (1931 – 2012)
(traduzioni mie)

ah, Chico, Chico…

Ti voglio dare l’ex-voto di Bonfim
Non mi è servito
Ma mi tengo il disco di Pixinguinha, va bene?
Il resto è tuo
Tagliamo corto, puoi conservare
Le ombre di tutto ciò che chiamano casa
Le ombre di tutto ciò che siamo stati
I segni dell’amore sulle lenzuola
I nostri ricordi migliori

La speranza che tutto s’aggiusti
Puoi dimenticarla
L’anello lo puoi impegnare
Oppure farlo fondere
Ma devo dirti che non ti voglio dare
L’enorme piacere di vedermi piangere
Non ti chiederò il risarcimento per i danni
Il mio petto così lacerato

Comunque
Fatti aiutare dal prossimo amore
Per l’affitto
Ridammi il Neruda che mi hai portato
E non ho mai letto
Sbatto la porta senza far rumore
Mi porto la carta d’identità
Un ultimo bicchiere, tanta malinconia
E la lieve impressione che me ne vada tardi

cinque poesie di Michael S. Harper

DOV’È ADESSO LA MIA DONNA: per Billie Holiday

i pioppi piegati all’indietro
più verdi e più radi
sul lato sopravento
dov’è adesso la mia donna
nella pioviggine del nord
perde le foglie deboli
e la corteccia invernale
le piogge fino ai pendii
i papaveri avviliti
ci sono passeri sui declivi
si bagnano come pecore
nel fango di primavera
dov’è adesso la mia donna

* * *

IL BLUES DEL VILLAGGIO
(da un racconto di John O. Stewart)

Gli uccelli schizzano
nelle palme azzurre
i tagliatori di canna aspettano,
l’uomo indugia
sei metri più in alto;
aspettano il prete.
Le mosche cavalcano la carcassa
che come un turacciolo ondeggia in cerchi.
La luce dell’est la spinge verso ovest.
Arriva il prete, un uomo
affondato nel rum,
la faccia scartavetrata
in un belletto di crepe
e capillari rotti.
Ha il dovere di tagliare
questo frutto
di questo tranquillo villaggio
e mentre arriva barcolla lentamente.

* * *

IL CANCELLO

Più vero del fioco
trapassare del tuo sospiro
io scruto sperando nella quiete.
La luce sta svanendo,
i miei occhi si abituano
al traffico, denso
nel suo moto folle.
Mentre scende il buio,
mi perdo nelle meccaniche
del suo sconfinare.
Se ne fossi capace
non lo tratterrei.
Donna, tu sostieni
di essere aperta
alla sfida che ti offro,
che la notte è nera come
il tuo più scuro grandioso desiderio,
e che tu canti
nella speranza eccezionale
che io sia il tuo compimento.

* * *

ATTERRAGGIO NEL MAINE

Mai prima d’ora,
e due volte in una settimana,
ho guardato fuori
nell’oblio e nella rabbia,
sonori e puntuali,
della vicina base aerea.
Bruciano il carburante
in eccesso, con rigore
di cecchini;
gli olmi stanno morendo
per qualche virus virulento;
eppure è metà marzo
la neve è arretrata
e ritornata,
e non c’è niente
nel vento; niente musica.

* * *

ECHI: DUE

Per cinque ore i due stampi
del tuo viso non spariranno.
Sento la forma della tua testa,
la superficie scura, le linee sottili
che gonfiano la nuca;
per quelle linee il tuo sorriso è un porto.
Amare è imparare a memoria l’amata,
fermarsi un momento spaventati
dal quel ricordo, non scordare
nulla di quel ricordo
di cui sono persi i dettagli.

(da “Dear John, Dear Coltrane”, 1970 – traduzioni mie)

quattro poesie di Jamie McKendrick

Giallo cromo

I tuoi tre coraggiosi girasoli sono pronti a cadere.
Ritti in una brocca d’acqua stantia
quasi tutti hanno raggiunto la parte scoscesa
nella curva del declino. Le loro teste di fiamma
dagli occhi scuri si fanno d’ocra in punta e si chiudono
poi, flosce come poltiglia o gramaglie, penzolano
sugli spessi peduncoli. Quell’olandese pazzo
che si riempì la bocca del giallo cromo
di cui consumava i tubetti per dipingerli
fece piombo tossico del suo oro commestibile.
Con il giallo ora piombo, i girasoli si voltano
verso il sole nero della terra.
Il loro tempo è passato, le grandi foglie drappeggiate
e scurite attorno a sé come un campo di corvi.

* * *

Sei personaggi in cerca di qualcosa

Un mio amico ha conosciuto il figlio di un uomo
che pare fosse stato mangiato da un orso polare
in Islanda dove l’orso era sbarcato dalla Groenlandia
trascinato su una zattera di ghiaccio.

Il padre dell’uomo che ha conosciuto il mio amico
vide l’orso che lo avrebbe mangiato aggirarsi
a riva e si affrettò e incontrò un altro uomo
che camminava in senso opposto verso l’orso.

Diede all’altro uomo il suo bastone da passeggio
ma nel frattempo l’orso era tornato indietro
e riapparve sulla strada di fronte
all’uomo che adesso era indifeso.

Potrebbe esserci una morale in questa storia
per l’uomo, suo figlio, l’uomo da lui incontrato,
per il mio amico, per me, persino per l’orso,
ma se c’è è meglio lasciarla inespressa.

* * *

Oltre

Ho parlato tutta la mattina al bar con uno
appena sopravvissuto a un incidente d’auto.
Avevano tagliato le lamiere per estrarlo, le gambe
spezzate ancora non guarite – il petto una mappa
di un qualche paese abbandonato e inabitabile,
visto dall’alto, ed è lì che era stato lui in quel momento,
o almeno lì si sentiva – guardava in basso al suo
corpo riconosciuto in un anello di luce anche se all’inizio
non c’era proprio luce soltanto una strada buia.
Cercava di spiegarmi quel senso di pace che aveva
provato, che ancora non l’aveva abbandonato,
ma l’aveva fatto quando aveva scelto (sembra che gli fosse
stata offerta una scelta) di rientrare nel proprio corpo,
stavolta in un’ambulanza. Era diventato dolore,
il dolore un intero orizzonte di fili roventi,
finché gli infermieri l’avevano riempito di morfina.

Gli ho raccontato del tuo incidente, Lee,
a che velocità andavi, nemmeno sessanta all’ora,
la strada, il muretto a secco, di fronte il piazzale
della stazione di servizio, la data, il cielo sereno,
come il fagiano si alzò in volo dal bordo erboso
verso la tua visiera o il tuo torace, come se li avessi visti io,
come se li avessi visti dall’alto o da un oltre.
Ho elencato le tue ferite e ho menzionato l’uomo
che ti aveva messo l’orologio, ancora ticchettante, dentro
il guanto nero a coste, ti aveva avvolto in un plaid
e aveva chiamato aiuto con il cellulare mentre ti teneva
forte la mano… Volevo sentire
come oltre il momento che ha macchiato le nostre vite
e lasciato delle parti di noi incagliate su quel bordo,
oltre il fatale luccicante torso d’insetto della bici
tu fossi stato sollevato in ciò che l’uomo descriveva.

* * *

Necessario

La cosa necessaria manca dal giorno
ma tutti vanno avanti come fosse normale:
come quando aspettammo l’usignolo
e sentimmo soltanto il poligono di tiro militare;

o quando lo sposo non riusciva a trovare l’anello
frugava nel fondo basso della tasca
finché il prete arrischiò uno scambio di parole:
senza questo anello vi unisco comunque in matrimonio;

o quando la corona ferrea di Monza
con il suo unico chiodo della vera croce
non era disponibile per l’incoronazione di Enrico
perché era in qualche banco di pegni a Milano.

Jamie McKendrick (traduzioni mie)

gli originali sono qui

humour latino

Bononiensis Rufa Rufulum fellat,
uxor Meneni, saepe quam in sepulcretis
vidistis ipso rapere de rogo cenam,
cum devolutum ex igne prosequens panem
ab semiraso tunderetur ustore.

La bolognese Rufa fa i pompini a Rufolo,
la moglie di Menenio, quella che sovente
al cimitero hai visto rubare la cena sui roghi,
mentre inseguendo un pane rotolato dal fuoco
se la sbatteva il crematore semirasato.

(Catullo, Carmina, LIX)

Nota
Rufolo è un personaggio non meglio identificato, mentre il nome del marito di Rufa, Menenio, richiama una delle più antiche gentes aristocratiche romane, rendendo più grottesca la degradazione della donna.
Nei versi finali, l’allusione è alle offerte di cibo che si lasciavano sui roghi dei defunti; alle cremazioni in genere era addetto uno schiavo, che qui per di più ha la testa “semirasata” per punizione.