una traduzione da Philil Larkin

Il signor Bleaney

“Questa era la sua stanza. Ci ha abitato
finché era all’assemblaggio, dopo l’hanno
trasferito”. Tendine sfilacciate,
a fiori, troppo lunghe di una spanna,

dalla finestra lotti edificabili,
rifiuti, erbacce. “Coltivava l’orto,
era un brav’uomo, uno così affidabile”.
Letto, sedia, sessanta watt, la porta

senza gruccia, né armadi, né ripiani…
“La prendo”. E così eccomi a dormire
dove dormiva Bleaney, i mozziconi
schiacciati nel suo stesso posacenere,

l’ovatta nelle orecchie, a soffocare
il chiacchiericcio della radio (lui
era stato, a fargliela comprare).
Conosco i suoi orari, so i suoi gusti

in fatto di cucina, le schedine,
le abitudini fisse: ogni estate
la vacanza, ospitato in casa Frinton,
e il Natale a casa dei cognati.

Ma se stesse a guardare il vento gelido
che arruffava le nubi e, sul suo letto
ammuffito, dicesse con un brivido
“questa è casa”, e ghignasse, col sospetto

terribile che il modo in cui si vive
misuri il nostro essere, e che un box
in affitto sia ciò che meritava,
e nient’altro: no, questo non lo so.

Philip Larkin (traduzione mia)

* * *

Mr Bleaney

‘This was Mr Bleaney’s room. He stayed
The whole time he was at the Bodies, till
They moved him.’ Flowered curtains, thin and frayed,
Fall to within five inches of the sill,

Whose window shows a strip of building land,
Tussocky, littered. ‘Mr Bleaney took
My bit of garden properly in hand.’
Bed, upright chair, sixty-watt bulb, no hook

Behind the door, no room for books or bags —
‘I’ll take it.’ So it happens that I lie
Where Mr Bleaney lay, and stub my fags
On the same saucer-souvenir, and try

Stuffing my ears with cotton-wool, to drown
The jabbering set he egged her on to buy.
I know his habits — what time he came down,
His preference for sauce to gravy, why

He kept on plugging at the four aways —
Likewise their yearly frame: the Frinton folk
Who put him up for summer holidays,
And Christmas at his sister’s house in Stoke.

But if he stood and watched the frigid wind
Tousling the clouds, lay on the fusty bed
Telling himself that this was home, and grinned,
And shivered, without shaking off the dread

That how we live measures our own nature,
And at his age having no more to show
Than one hired box should make him pretty sure
He warranted no better, I don’t know.

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congedo e buon anno

San Silvestro 1917

Inerme è affondato l’anno scorso
e il nuovo sorge, con il cuore in mano.
I bei tempi son dunque così infami?
Nessun pudore può frenarne il corso?

Timorosi ascoltiamo da lontano:
di tanto in tanto ha un tremito la terra.
Ma i nuovi tempi avanzano, imperterriti,
su questo sogno colmo di peccato.

Corrono i tempi con i calendari,
le usate attività continuando.
Gli assassini si stanno congedando.
con un buon anno ai profanatori.

Karl Kraus – traduzione mia

paesaggi (traduzione da Wallace Stevens)

I
Un vecchio siede
sotto l’ombra di un pino
in Cina.
Vede i delfinium,
azzurri e bianchi,
sul bordo dell’acqua,
muoversi al vento.
La sua barba si muove al vento.
I pini si muovono al vento.
Così l’acqua scorre
sulle gramaglie.

II
La notte ha il colore
d’un braccio di donna:
notte, la femmina,
oscura,
fragrante e agile,
si nasconde.
Splende uno stagno,
come un bracciale
scosso nella danza.

III
Misuro me stesso
contro un albero alto.
Trovo che sono molto più alto
perché arrivo fino al sole,
coi miei occhi;
e arrivo fino alla riva del mare
con le orecchie.
Eppure, non mi piace
come le formiche strisciano
dentro e fuori la mia ombra.

IV
Quando il mio sogno era presso la luna,
la falda bianca della sua veste
si riempì di luce gialla.
Le piante dei piedi
si arrossarono
i capelli si riempirono
di cristallizzazioni azzurre
dalle stelle,
non lontano.

V
Tutti i coltelli dei lampioni,
e i ceselli delle lunghe strade
e i mazzuoli delle cupole
e delle alte torri,
non riescono a incidere
ciò che una stella incide,
quando brilla tra i pampini.

VI
Razionalisti, con cappelli quadri,
in stanze quadre, pensano
fissando il pavimento,
fissando il soffitto.
Si limitano soltanto
ai triangoli rettangoli.
Se tentassero romboidi,
coni, serpentine, ellissi –
l’ellisse, per esempio, di una mezzaluna –
indosserebbero sombreri.

Wallace Stevens
“Six Significant Landscapes” (da Harmonium, 1916)

(traduzione mia)

quattro poesie di Heinz Kahlau

Un gioco

I bimbi giocano a fare gli sposi
con entusiasmo.
Perché la sposa si può agghindare
e la festa fa allegria.
E i bimbi sanno bene
com’è che ci si addobba.

Lo sposo ha preso un vecchio cappello
se l’è calcato sulla fronte.
Cammina come fa uno sposo,
con le ginocchia tutte dritte.
La sposa ha addosso un accappatoio
e un asciugamano, ha l’aria intimidita.
Un terzo bimbo le regge lo strascico,
perché ai bimbi piacciono gli strascichi.

Perché poi i grandi si bacino sempre,
e siano tristi e debbano sbronzarsi,
questo i bambini non sanno capirlo:
eppure, per il gioco, lo vorrebbero
tanto sapere.

* * *

Star seduti insieme

Questo star seduti insieme
mi fa bene, fa allegria,
sono quieto, stando insieme,
come mai in vita mia.

Niente gesti, né parole:
dalla fretta noi scappiamo,
qui seduti, stiamo zitti
ed insieme riposiamo.

Siamo insieme, siamo uno,
quieto e amico è ogni sguardo,
poi ridiamo e ci gettiamo
nella fretta d’ogni giorno.

* * *

Paura mattutina

Anche una grande città può essere vuota come una chiesa.
Quando il mattino si piega alle finestre
e solo gli uccelli gridano nei cortili.
Allora spesso mi chiedo se ancora ci sia
quella mia autocosciente sicurezza.
Allora certe volte arrivo al punto
che posso spaventarmi ancora come un bambino
che nelle notti piange per la mamma,
perché tutto intorno è estraneo e pieno d’orrore.

* * *

Il vecchio muratore

Johannes, il vecchio muratore, è morto.
Come la malta,
con cui impilava pietra su pietra,
è il suo volto.
E anche le mani.

Il giovane,
che ieri ha dovuto sgridare
per la sua sbadataggine,
ha avuto la sua cazzuola.

Dal camino,
che è stato il suo ultimo,
stamattina si è levato
il primo fumo.

Seppellitelo senza bugie.

 

Heinz Kahlau (1931 – 2012)
(traduzioni mie)

ah, Chico, Chico…

Ti voglio dare l’ex-voto di Bonfim
Non mi è servito
Ma mi tengo il disco di Pixinguinha, va bene?
Il resto è tuo
Tagliamo corto, puoi conservare
Le ombre di tutto ciò che chiamano casa
Le ombre di tutto ciò che siamo stati
I segni dell’amore sulle lenzuola
I nostri ricordi migliori

La speranza che tutto s’aggiusti
Puoi dimenticarla
L’anello lo puoi impegnare
Oppure farlo fondere
Ma devo dirti che non ti voglio dare
L’enorme piacere di vedermi piangere
Non ti chiederò il risarcimento per i danni
Il mio petto così lacerato

Comunque
Fatti aiutare dal prossimo amore
Per l’affitto
Ridammi il Neruda che mi hai portato
E non ho mai letto
Sbatto la porta senza far rumore
Mi porto la carta d’identità
Un ultimo bicchiere, tanta malinconia
E la lieve impressione che me ne vada tardi

cinque poesie di Michael S. Harper

DOV’È ADESSO LA MIA DONNA: per Billie Holiday

i pioppi piegati all’indietro
più verdi e più radi
sul lato sopravento
dov’è adesso la mia donna
nella pioviggine del nord
perde le foglie deboli
e la corteccia invernale
le piogge fino ai pendii
i papaveri avviliti
ci sono passeri sui declivi
si bagnano come pecore
nel fango di primavera
dov’è adesso la mia donna

* * *

IL BLUES DEL VILLAGGIO
(da un racconto di John O. Stewart)

Gli uccelli schizzano
nelle palme azzurre
i tagliatori di canna aspettano,
l’uomo indugia
sei metri più in alto;
aspettano il prete.
Le mosche cavalcano la carcassa
che come un turacciolo ondeggia in cerchi.
La luce dell’est la spinge verso ovest.
Arriva il prete, un uomo
affondato nel rum,
la faccia scartavetrata
in un belletto di crepe
e capillari rotti.
Ha il dovere di tagliare
questo frutto
di questo tranquillo villaggio
e mentre arriva barcolla lentamente.

* * *

IL CANCELLO

Più vero del fioco
trapassare del tuo sospiro
io scruto sperando nella quiete.
La luce sta svanendo,
i miei occhi si abituano
al traffico, denso
nel suo moto folle.
Mentre scende il buio,
mi perdo nelle meccaniche
del suo sconfinare.
Se ne fossi capace
non lo tratterrei.
Donna, tu sostieni
di essere aperta
alla sfida che ti offro,
che la notte è nera come
il tuo più scuro grandioso desiderio,
e che tu canti
nella speranza eccezionale
che io sia il tuo compimento.

* * *

ATTERRAGGIO NEL MAINE

Mai prima d’ora,
e due volte in una settimana,
ho guardato fuori
nell’oblio e nella rabbia,
sonori e puntuali,
della vicina base aerea.
Bruciano il carburante
in eccesso, con rigore
di cecchini;
gli olmi stanno morendo
per qualche virus virulento;
eppure è metà marzo
la neve è arretrata
e ritornata,
e non c’è niente
nel vento; niente musica.

* * *

ECHI: DUE

Per cinque ore i due stampi
del tuo viso non spariranno.
Sento la forma della tua testa,
la superficie scura, le linee sottili
che gonfiano la nuca;
per quelle linee il tuo sorriso è un porto.
Amare è imparare a memoria l’amata,
fermarsi un momento spaventati
dal quel ricordo, non scordare
nulla di quel ricordo
di cui sono persi i dettagli.

(da “Dear John, Dear Coltrane”, 1970 – traduzioni mie)