cinque poesie di Michael S. Harper

DOV’È ADESSO LA MIA DONNA: per Billie Holiday

i pioppi piegati all’indietro
più verdi e più radi
sul lato sopravento
dov’è adesso la mia donna
nella pioviggine del nord
perde le foglie deboli
e la corteccia invernale
le piogge fino ai pendii
i papaveri avviliti
ci sono passeri sui declivi
si bagnano come pecore
nel fango di primavera
dov’è adesso la mia donna

* * *

IL BLUES DEL VILLAGGIO
(da un racconto di John O. Stewart)

Gli uccelli schizzano
nelle palme azzurre
i tagliatori di canna aspettano,
l’uomo indugia
sei metri più in alto;
aspettano il prete.
Le mosche cavalcano la carcassa
che come un turacciolo ondeggia in cerchi.
La luce dell’est la spinge verso ovest.
Arriva il prete, un uomo
affondato nel rum,
la faccia scartavetrata
in un belletto di crepe
e capillari rotti.
Ha il dovere di tagliare
questo frutto
di questo tranquillo villaggio
e mentre arriva barcolla lentamente.

* * *

IL CANCELLO

Più vero del fioco
trapassare del tuo sospiro
io scruto sperando nella quiete.
La luce sta svanendo,
i miei occhi si abituano
al traffico, denso
nel suo moto folle.
Mentre scende il buio,
mi perdo nelle meccaniche
del suo sconfinare.
Se ne fossi capace
non lo tratterrei.
Donna, tu sostieni
di essere aperta
alla sfida che ti offro,
che la notte è nera come
il tuo più scuro grandioso desiderio,
e che tu canti
nella speranza eccezionale
che io sia il tuo compimento.

* * *

ATTERRAGGIO NEL MAINE

Mai prima d’ora,
e due volte in una settimana,
ho guardato fuori
nell’oblio e nella rabbia,
sonori e puntuali,
della vicina base aerea.
Bruciano il carburante
in eccesso, con rigore
di cecchini;
gli olmi stanno morendo
per qualche virus virulento;
eppure è metà marzo
la neve è arretrata
e ritornata,
e non c’è niente
nel vento; niente musica.

* * *

ECHI: DUE

Per cinque ore i due stampi
del tuo viso non spariranno.
Sento la forma della tua testa,
la superficie scura, le linee sottili
che gonfiano la nuca;
per quelle linee il tuo sorriso è un porto.
Amare è imparare a memoria l’amata,
fermarsi un momento spaventati
dal quel ricordo, non scordare
nulla di quel ricordo
di cui sono persi i dettagli.

(da “Dear John, Dear Coltrane”, 1970 – traduzioni mie)

quattro poesie di Jamie McKendrick

Giallo cromo

I tuoi tre coraggiosi girasoli sono pronti a cadere.
Ritti in una brocca d’acqua stantia
quasi tutti hanno raggiunto la parte scoscesa
nella curva del declino. Le loro teste di fiamma
dagli occhi scuri si fanno d’ocra in punta e si chiudono
poi, flosce come poltiglia o gramaglie, penzolano
sugli spessi peduncoli. Quell’olandese pazzo
che si riempì la bocca del giallo cromo
di cui consumava i tubetti per dipingerli
fece piombo tossico del suo oro commestibile.
Con il giallo ora piombo, i girasoli si voltano
verso il sole nero della terra.
Il loro tempo è passato, le grandi foglie drappeggiate
e scurite attorno a sé come un campo di corvi.

* * *

Sei personaggi in cerca di qualcosa

Un mio amico ha conosciuto il figlio di un uomo
che pare fosse stato mangiato da un orso polare
in Islanda dove l’orso era sbarcato dalla Groenlandia
trascinato su una zattera di ghiaccio.

Il padre dell’uomo che ha conosciuto il mio amico
vide l’orso che lo avrebbe mangiato aggirarsi
a riva e si affrettò e incontrò un altro uomo
che camminava in senso opposto verso l’orso.

Diede all’altro uomo il suo bastone da passeggio
ma nel frattempo l’orso era tornato indietro
e riapparve sulla strada di fronte
all’uomo che adesso era indifeso.

Potrebbe esserci una morale in questa storia
per l’uomo, suo figlio, l’uomo da lui incontrato,
per il mio amico, per me, persino per l’orso,
ma se c’è è meglio lasciarla inespressa.

* * *

Oltre

Ho parlato tutta la mattina al bar con uno
appena sopravvissuto a un incidente d’auto.
Avevano tagliato le lamiere per estrarlo, le gambe
spezzate ancora non guarite – il petto una mappa
di un qualche paese abbandonato e inabitabile,
visto dall’alto, ed è lì che era stato lui in quel momento,
o almeno lì si sentiva – guardava in basso al suo
corpo riconosciuto in un anello di luce anche se all’inizio
non c’era proprio luce soltanto una strada buia.
Cercava di spiegarmi quel senso di pace che aveva
provato, che ancora non l’aveva abbandonato,
ma l’aveva fatto quando aveva scelto (sembra che gli fosse
stata offerta una scelta) di rientrare nel proprio corpo,
stavolta in un’ambulanza. Era diventato dolore,
il dolore un intero orizzonte di fili roventi,
finché gli infermieri l’avevano riempito di morfina.

Gli ho raccontato del tuo incidente, Lee,
a che velocità andavi, nemmeno sessanta all’ora,
la strada, il muretto a secco, di fronte il piazzale
della stazione di servizio, la data, il cielo sereno,
come il fagiano si alzò in volo dal bordo erboso
verso la tua visiera o il tuo torace, come se li avessi visti io,
come se li avessi visti dall’alto o da un oltre.
Ho elencato le tue ferite e ho menzionato l’uomo
che ti aveva messo l’orologio, ancora ticchettante, dentro
il guanto nero a coste, ti aveva avvolto in un plaid
e aveva chiamato aiuto con il cellulare mentre ti teneva
forte la mano… Volevo sentire
come oltre il momento che ha macchiato le nostre vite
e lasciato delle parti di noi incagliate su quel bordo,
oltre il fatale luccicante torso d’insetto della bici
tu fossi stato sollevato in ciò che l’uomo descriveva.

* * *

Necessario

La cosa necessaria manca dal giorno
ma tutti vanno avanti come fosse normale:
come quando aspettammo l’usignolo
e sentimmo soltanto il poligono di tiro militare;

o quando lo sposo non riusciva a trovare l’anello
frugava nel fondo basso della tasca
finché il prete arrischiò uno scambio di parole:
senza questo anello vi unisco comunque in matrimonio;

o quando la corona ferrea di Monza
con il suo unico chiodo della vera croce
non era disponibile per l’incoronazione di Enrico
perché era in qualche banco di pegni a Milano.

Jamie McKendrick (traduzioni mie)

gli originali sono qui

humour latino

Bononiensis Rufa Rufulum fellat,
uxor Meneni, saepe quam in sepulcretis
vidistis ipso rapere de rogo cenam,
cum devolutum ex igne prosequens panem
ab semiraso tunderetur ustore.

La bolognese Rufa fa i pompini a Rufolo,
la moglie di Menenio, quella che sovente
al cimitero hai visto rubare la cena sui roghi,
mentre inseguendo un pane rotolato dal fuoco
se la sbatteva il crematore semirasato.

(Catullo, Carmina, LIX)

Nota
Rufolo è un personaggio non meglio identificato, mentre il nome del marito di Rufa, Menenio, richiama una delle più antiche gentes aristocratiche romane, rendendo più grottesca la degradazione della donna.
Nei versi finali, l’allusione è alle offerte di cibo che si lasciavano sui roghi dei defunti; alle cremazioni in genere era addetto uno schiavo, che qui per di più ha la testa “semirasata” per punizione.

ciò che disse il dottore

Disse non ha un bell’aspetto
disse in effetti è brutto proprio brutto
disse ne ho contati trentadue in un solo polmone prima
di smettere di contarli
dissi mi fa piacere non avrei voluto
sapere che ce n’erano più di quelli
disse lei è credente si inginocchia
nelle foreste e si consente di chiedere aiuto
quando arriva a una cascata
mentre il vapore le soffia sul viso e sulle braccia
si ferma e chiede comprensione in quei momenti
dissi non ancora ma ho intenzione di cominciare oggi
disse mi dispiace tanto disse
avrei voluto poterle dare altre notizie
dissi Amen e lui disse qualcos’altro
che non afferrai e non sapendo che cos’altro fare
e non volendo che lui fosse costretto a ripeterlo
e io a digerirlo del tutto
mi limitai a guardarlo
per un minuto e lui ricambiò lo sguardo fu allora
che saltai su e strinsi la mano a quell’uomo che mi aveva appena dato
qualcosa che nessun altro al mondo mi aveva mai dato
avrei potuto persino ringraziarlo tanto forte è l’abitudine

Raymond Carver

* * *

What the Doctor Said

He said it doesn’t look good
he said it looks bad in fact real bad
he said I counted thirty-two of them on one lung before
I quit counting them
I said I’m glad I wouldn’t want to know
about any more being there than that
he said are you a religious man do you kneel down
in forest groves and let yourself ask for help
when you come to a waterfall
mist blowing against your face and arms
do you stop and ask for understanding at those moments
I said not yet but I intend to start today
he said I’m real sorry he said
I wish I had some other kind of news to give you
I said Amen and he said something else
I didn’t catch and not knowing what else to do
and not wanting him to have to repeat it
and me to have to fully digest it
I just looked at him
for a minute and he looked back it was then
I jumped up and shook hands with this man who’d just given me
something no one else on earth had ever given me
I may have even thanked him habit being so strong

per il giorno dei morti – 2

William Shakespeare, Macbeth, V, 5, 16-28

SEYTON
La regina è morta, mio signore.

MACBETH
Doveva pur morire un giorno:
sarebbe arrivato il tempo per questa parola.
Domani, e poi domani, e poi domani,
strisciando a passettini di giorno in giorno,
fino all’ultima sillaba del tempo assegnato;
e i nostri ieri hanno guidato i pazzi
alla morte polverosa. Basta, breve candela!
La vita è un’ombra che cammina, un guitto
che incede e strepita per la sua ora
e poi tace per sempre. È un racconto
narrato da un idiota, tutto urla e furore
privo di ogni senso.

* * *

SEYTON
The queen, my lord, is dead.

MACBETH
She should have died hereafter;
There would have been a time for such a word.
— To-morrow, and to-morrow, and to-morrow,
Creeps in this petty pace from day to day,
To the last syllable of recorded time;
And all our yesterdays have lighted fools
The way to dusty death. Out, out, brief candle!
Life’s but a walking shadow, a poor player
That struts and frets his hour upon the stage
And then is heard no more. It is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury
Signifying nothing.

(traduzione mia)

per il giorno dei morti – 1

Charles Baudelaire, dai Fiori del male

LXIX.

La serva dal gran cuore di cui eri gelosa
sta dormendo il suo sonno sotto un umile prato?
Da tempo dovevamo portarle qualche fiore.
I morti, i poveri morti hanno dei gran dolori
e quando ottobre soffia, a pelare i vecchi alberi,
un vento malinconico attorno alle lapidi,
certo dovran trovare che i vivi sono ingrati
a dormire, come fanno, nel caldo delle coperte,
mentre loro, divorati da cupe fantasie,
senza compagni di letto, senza una buona parola,
vecchi scheletri gelidi rosicchiati dai vermi,
sentono sgocciolare le nevi dell’inverno
e fuggire l’eternità, senza amici né famiglia
a rimpiazzare i cenci appesi alla loro grata.

Se una sera, quando il ciocco fischia e canta, la vedessi
calma, ritornare a sedersi sulla poltrona,
se in una notte azzurra e fredda di dicembre
la trovassi accucciata in un angolo della mia camera,
grave, giunta dal fondo del suo giaciglio eterno,
covare con l’occhio materno il bimbo ormai cresciuto,
cosa potrei rispondere a quell’anima pia
vedendo cadere lacrime dalle orbite vuote?

* * *

La servante au grand cœur dont vous étiez jalouse
— Dort-elle son sommeil sous une humble pelouse ? —
Nous aurions déjà dû lui porter quelques fleurs.
Les morts, les pauvres morts ont de grandes douleurs,
Et quand Octobre souffle, émondeur des vieux arbres,
Son vent mélancolique à l’entour de leurs marbres,
Certe, ils doivent trouver les vivants bien ingrats,
À dormir, comme ils font, chaudement dans leurs draps,
Tandis que, dévorés de noires songeries,
Sans compagnon de lit, sans bonnes causeries,
Vieux squelettes gelés travaillés par le ver,
Ils sentent s’égoutter les neiges de l’hiver,
Et l’éternié fuir sans qu’amis ni famille
Remplacent les lambeaux qui pendent à leur grille.

Lorsque la bûche siffle et chante, si le soir,
Calme, dans le fauteuil elle venait s’asseoir,
Si par une nuit bleue et froide de décembre,
Je la trouvais tapie en un coin de ma chambre,
Grave, et venant du fond de son lit éternel
Couver l’enfant grandi de son œil maternel,
Que pourais-je répondre à cette âme pieuse
Voyant tomber des pleurs de sa paupière creuse ?

(traduzione mia)

che cos’è la musica?

È vero, amica, tutto cancellato
qualcosa resta. Le dita toccano
all’unisono corde, nell’invisibile.
I ricordi, i desideri le destano.

Che cos’è la musica? L’imminenza
di quest’isola che è e non esiste.
La non-trovabile, errante nello spirito,
e all’improvviso apparsa, quasi a riva.

Ella dice: sono il vostro altro mondo,
tutta la notte avrò cura di voi,
all’alba, nuda, andrò di stanza in stanza.

Io sono, io non sono. Dal non essere
fiorisce che io resti accanti a voi.
Voi dormirete: io sono in voi, io veglio.

* * *

Et c’est vrai, mon amie, quand tout s’efface
Quelque chose demeure. Nos doigts touchent
Conjointemente des cordes, dans l’invisible.
Nos souvenirs, nos désirs les éveillent.

Qu’est-ce que la musique? L’imminence
De cette île que est et n’existe pas.
La non-trouvable, errante dans l’esprit,
Et soudain l’aperçue, presque la rive.

Elle nous dit, je suis votre autre monde,
Je prenderai soin de vous toute la nuit,
À l’aube j’irai nue de salle en salle.

Je suis, je ne suis pas. De ne pas être
Fleurit que je demeure auprès de vous.
Vous dormirez, je suis en vous, je veille.

Yves Bonnefoy

da “Ensemble ancore suivi de Perambulans in noctem”,
Mercure de France, Paris, 2016

(traduzione mia)