il phon e il sangue (una poesia di Valerio Magrelli)

Rumore, fa’ silenzio!

C’è gente che trova figure
nascoste nella carta da parati
o nelle nuvole.
A me succede lo stesso coi rumori.

Per essere più esatti, ho un vecchio phon
che appena si accende comincia a vibrare
e man mano
emette un lamento profondo.
È l’elica difettosa, o i cuscinetti a sfera,
non ne ho idea,
ma so che inizia a intonare una trenodia,
o meglio, a sussurrarla sottovoce.
Prima si avvertono solo suoni indistinti,
una folla che fugge, moto che si avvicinano,
ma facendo attenzione
appaiono via via urla, richiami.

Io mi concentro; una sera, addirittura,
sono arrivato a bruciarmi, tale è lo sforzo
per afferrare il groviglio, il nodo acustico
dell’asciugacapelli.
Perché il suo sferragliare non resta sempre uguale:
più dura, più si sciolgono gli intrecci
del fragore, le voci si distinguono.
Sento dialetti slavi, minacce, spesso spari:
un giorno sono rimasto ad ascoltarlo quasi dieci minuti
per seguire le fasi di un rastrellamento
in un lontano villaggio dei Balcani.

A volte ne esce uno squillo familiare,
credo che sia il telefono, spengo,
vado a rispondere,
ma non c’è mai nessuno: quei segnali,
si vede che provengono da un’altra parte,
sempre.
Se qualcuno ti chiama, non ci credere,
sarà un miraggio uditivo, un’impressione.

La verità è diversa:
mentre mi punto alla tempia quell’attrezzo
che sembra una pistola,
viene fuori il racconto di storie terribili,
fucilazioni, il pianto di bambini.
È come una confessione non richiesta,
una registrazione spedita per errore.
Che c’entro, io, con tutto questo sangue,
io che mi voglio solo asciugare la testa?
Ormai ci penso due volte, prima di adoperarlo,
prima di sprofondare in quell’orrore
e assistere impotente a certe scene.
Meglio bagnato, allora.
Mi verrà il torcicollo? poco male.

Valerio Magrelli
da Il sangue amaro (Einaudi, 2014)

Annunci

acrostico di settembre

Scoppi di tuoni, lampi, temporali
E grandinate: eccoli, in perfetto
Tempismo, ad annunciare che l’estate
Termina qui, adesso, senza scampo.
È settembre, lo dice il calendario,
Ma ancora più lo mostra il pomeriggio
Buio di nuvolaglie, lo scrocchiare
Rigido e ottuso della cervicale
E l’atrabile che mi occlude il petto.

felicità e angurie

“La felicità è come il rosso della polpa di un’anguria, non la puoi vedere se non la spacchi, però la puoi annusare, senza l’odore di una musa un poeta si ammala, ha la tentazione di spaccare l’anguria […]. Non è come gli altri uomini che vedono solo le immagini, lui sente l’odore delle immagini, vuole uscire dal labirinto.”

Andrea Gruccia, “Capelvenere”, Marco Saya Editore, 2016

nuova rubrica

…su Carte sensibili, dove esplorerò i nessi tra parola poetica e musica.

Nella prima puntata, parlo di Chico Buarque (e, incidentalmente, anche di Bob Dylan).

A volte il caso offre soccorsi inaspettati.
Mentre, di fronte allo schermo del mio computer, meditavo su come iniziare questo articolo, mi è arrivato a casa il numero di “Poesia” di marzo. L’ho aperto, ho scorso l’indice e ho trovato ben due articoli sul premio Nobel per la poesia assegnato a Bob Dylan.
[…] Mi sono andato a leggere i due articoli, uno di Nicola Crocetti, l’altro di Alessandro Carrera. […] L’articolo di Carrera dice molte delle cose che avrei voluto dire io in questa prima puntata della mia rubrica. E quindi, cito:

“C’è qualcuno che può negare che la canzone sia una delle forme d’arte cruciali del nostro tempo? E se mi si obietta che il novanta per cento delle canzoni è spazzatura, vi posso assicurare che lo è anche il novanta per cento della poesia (lo dico da giurato in un premio di poesia). E poi la canzone non è nata ieri. Il canto è il medium più antico della poesia. Chiedete a un grecista se la lirica greca veniva scritta per essere letta in religioso silenzio, e si metterà a ridere. […] La pagina come la intendiamo noi è un’invenzione del Rinascimento, coincide con la nascita della stampa a caratteri mobili. La poesia esisteva ben prima della pagina e continuerebbe ad esistere anche se non ci fossero più i libri.”

 

(…continua su Carte sensibili)

consigli per gli acquisti

“Nicola Rubino è entrato in fabbrica” di Francesco Dezio fu pubblicato da Feltrinelli nel 2004. Poi la prima edizione è andata esaurita e il libro è fuori catalogo da anni.
E invece si tratta di uno dei pochi esempi veri e forti, nella letteratura recente, di romanzo operaio: l’odissea tragicomica di un ragazzo pugliese che entra in fabbrica per finire schiacciato da un sistema alienante.

Ora TerraRossa Edizioni, una piccola casa editrice meridionale nata da poco, ripubblica il romanzo. Alla faccia di chi pensa che il romanzo operaio sia morto negli anni Settanta.
(E anche alla faccia dei c.d. “grandi editori”, leggesi: catene di montaggio editoriali.)

Leggetelo: vivamente consigliato.
(E in bocca al lupo all’editore.)

nudo e non nudo

“L’ukiyo-e preferisce una nudità solo accennata ad una esibita: la zona più sensuale del corpo femminile è considerata la nuca, unica parte lasciata scoperta dall’orlo del kimono; intravedere un piede nudo o parte di una gamba era estremamente seducente per il contrasto con il resto della figura che era completamente vestita ed è per questo che le geishe portavano sandali senza calze anche d’inverno. Era infine considerato molto attraente indovinare una sottoveste sotto i lembi del kimono o intuire la recente nudità in una figura femminile appena uscita dal bagno.”

(da qui)

nell’immagine: Kitagawa Utamaro, Donna che si incipria il collo, 1790 circa