nuova rubrica

…su Carte sensibili, dove esplorerò i nessi tra parola poetica e musica.

Nella prima puntata, parlo di Chico Buarque (e, incidentalmente, anche di Bob Dylan).

A volte il caso offre soccorsi inaspettati.
Mentre, di fronte allo schermo del mio computer, meditavo su come iniziare questo articolo, mi è arrivato a casa il numero di “Poesia” di marzo. L’ho aperto, ho scorso l’indice e ho trovato ben due articoli sul premio Nobel per la poesia assegnato a Bob Dylan.
[…] Mi sono andato a leggere i due articoli, uno di Nicola Crocetti, l’altro di Alessandro Carrera. […] L’articolo di Carrera dice molte delle cose che avrei voluto dire io in questa prima puntata della mia rubrica. E quindi, cito:

“C’è qualcuno che può negare che la canzone sia una delle forme d’arte cruciali del nostro tempo? E se mi si obietta che il novanta per cento delle canzoni è spazzatura, vi posso assicurare che lo è anche il novanta per cento della poesia (lo dico da giurato in un premio di poesia). E poi la canzone non è nata ieri. Il canto è il medium più antico della poesia. Chiedete a un grecista se la lirica greca veniva scritta per essere letta in religioso silenzio, e si metterà a ridere. […] La pagina come la intendiamo noi è un’invenzione del Rinascimento, coincide con la nascita della stampa a caratteri mobili. La poesia esisteva ben prima della pagina e continuerebbe ad esistere anche se non ci fossero più i libri.”

 

(…continua su Carte sensibili)

consigli per gli acquisti

“Nicola Rubino è entrato in fabbrica” di Francesco Dezio fu pubblicato da Feltrinelli nel 2004. Poi la prima edizione è andata esaurita e il libro è fuori catalogo da anni.
E invece si tratta di uno dei pochi esempi veri e forti, nella letteratura recente, di romanzo operaio: l’odissea tragicomica di un ragazzo pugliese che entra in fabbrica per finire schiacciato da un sistema alienante.

Ora TerraRossa Edizioni, una piccola casa editrice meridionale nata da poco, ripubblica il romanzo. Alla faccia di chi pensa che il romanzo operaio sia morto negli anni Settanta.
(E anche alla faccia dei c.d. “grandi editori”, leggesi: catene di montaggio editoriali.)

Leggetelo: vivamente consigliato.
(E in bocca al lupo all’editore.)

nudo e non nudo

“L’ukiyo-e preferisce una nudità solo accennata ad una esibita: la zona più sensuale del corpo femminile è considerata la nuca, unica parte lasciata scoperta dall’orlo del kimono; intravedere un piede nudo o parte di una gamba era estremamente seducente per il contrasto con il resto della figura che era completamente vestita ed è per questo che le geishe portavano sandali senza calze anche d’inverno. Era infine considerato molto attraente indovinare una sottoveste sotto i lembi del kimono o intuire la recente nudità in una figura femminile appena uscita dal bagno.”

(da qui)

nell’immagine: Kitagawa Utamaro, Donna che si incipria il collo, 1790 circa

l’uomo che ha ucciso

L’avessi conosciuto
al bar o all’osteria
avremmo preso una bottiglia
per farci una bevuta!

Ma entrambi in fanteria,
lì, naso contro naso,
io gli ho sparato, e lui ha sparato,
e l’ho ammazzato io.

L’ho steso lì perché…
perché era mio nemico:
sì, certo, è ovvio: mio nemico;
non ci son dubbi: ma

forse lui, come me,
d’impulso era partito:
senza un lavoro, indebitato
senza un altro perché.

Com’è strana la guerra!
Al tizio che ho ammazzato
in qualche bar avrei prestato
i soldi per la birra.

Thomas Hardy (traduzione mia)

* * *

The Man He Killed

‘Had he and I but met
By some old ancient inn,
We should have sat us down to wet
Right many a nipperkin!

‘But ranged as infantry,
And staring face to face,
I shot at him as he at me,
And killed him in his place.

‘I shot him dead because—
Because he was my foe,
Just so: my foe of course he was;
That’s clear enough; although

‘He thought he’d ‘list, perhaps,
Off-hand like—just as I—
Was out of work—had sold his traps—
No other reason why.

‘Yes; quaint and curious war is!
You shoot a fellow down
You’d treat if met where any bar is,
Or help to half-a-crown.’

poesie per un’amica lontana – 17

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Shapes of My Heart

Non serve sempre una ragione
per fare ciò che si fa.
Potrei dirti che i tre ritratti
sono tre schegge di te (e di me)
oppure che ti ho disegnata allo specchio
per qualche complicata ragione simbolica
ma non sarebbe onesto.
L’unica spiegazione plausibile
è che il tuo volto mi compare sotto la matita
quando l’assenza comincia a scottare troppo
e non riesco più a tenermela
chiusa dentro il petto.

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alive and well

Dunque, un po’ di numeri.
Fra il 2014 e il 2017, ho scritto qualcosa come trecento poesie circa: una media di una ogni tre o quattro giorni.
Ho pubblicato tre libri di poesia, un libro di racconti e un saggio, senza contare svariati testi in antologie, alcuni articoli di linguistica, un mare di roba uscita su blog vari e le cose che scrivo per Jazzit (se vi interessa, trovate la lista completa qui).
Ho altri due libri di poesia praticamente già pronti (uno già con l’editore trovato, l’altro forse) e altri due allo stato di abbozzo; avrei in mente altri due saggi di tema musicale: per uno ho già l’editore, per l’altro sono in trattative.
Ecco, io mi fermerei un attimo. Anzi, per quanto riguarda la poesia mi sono già fermato: nell’ultimo paio di mesi non ho scritto quasi nulla, se non quattro o cinque abbozzi.

Non si tratta di blocco dello scrittore, perché in teoria volendo potrei anche scrivere. Idee me ne vengono, di continuo, però succede una cosa strana: mi arriva in mente un verso o due, me li rigiro per un po’ e poi li cestino. Non sono brutti, anzi direi che verrebbero fuori delle cose decenti, solo mi pare non abbia molto senso scriverle, perché non sarebbero nient’altro che la ripetizione di cose già scritte tante altre volte.
Non so quanto durerà, ma per ora va bene così.

P.S.: Prossimamente, di tanto in tanto, se e quando mi va, continuerò a mettere qui cose scritte nel 2016 che non avevo ancora pubblicato. Rimanete sintonizzati.