essere e accadere

Mono no aware*

Queste cose che accadono
intorno e dentro me;
e questo me, che accade
nel mezzo delle cose;

e questo me, e le cose,
che non sono, ma accadono;
questo eterno accadere
senza riposo d’essere…

Un giorno smetterò
di accadere nel mondo;
e cadrò nelle cose,
che accadono, e non sono;

ma già non sono: accado
e la mia forma è breve:
un brulicare d’elitre,
uno sciame leggero.

Come già mi confondo
con questa luce opaca,
con questa goccia persa
tra milioni di gocce:

io che non sono io,
che non sarò e non ero;
io che già mi scompongo
nel vibrare del tempo.

 

* L’espressione giapponese mono no aware (物の哀れ),
letteralmente “il pathos delle cose”, indica il senso
di stupore e struggimento che si prova davanti
a una bellezza fuggevole, destinata a svanire.

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sonetto di settembre

Settembre è questo lieve capogiro,
quest’odore di petali e di terra,
questa deliquescenza che mi afferra
con un morso dolcissimo il respiro,

è l’umidore saturo che inspiro
quando abbasso la faccia rasoterra
verso il fermento d’elitre, la guerra
dell’anno vòlto a chiudere il suo giro.

Eccomi, dico, ecco le mani aperte
e le palpebre docili all’oblio,
le dita offerte a un sonno di radice,

ecco il torace vuoto, il corpo inerte,
la lingua consegnata al brulichio
delle acque cieche, alla morte felice.

quattro poesie di Heinz Kahlau

Un gioco

I bimbi giocano a fare gli sposi
con entusiasmo.
Perché la sposa si può agghindare
e la festa fa allegria.
E i bimbi sanno bene
com’è che ci si addobba.

Lo sposo ha preso un vecchio cappello
se l’è calcato sulla fronte.
Cammina come fa uno sposo,
con le ginocchia tutte dritte.
La sposa ha addosso un accappatoio
e un asciugamano, ha l’aria intimidita.
Un terzo bimbo le regge lo strascico,
perché ai bimbi piacciono gli strascichi.

Perché poi i grandi si bacino sempre,
e siano tristi e debbano sbronzarsi,
questo i bambini non sanno capirlo:
eppure, per il gioco, lo vorrebbero
tanto sapere.

* * *

Star seduti insieme

Questo star seduti insieme
mi fa bene, fa allegria,
sono quieto, stando insieme,
come mai in vita mia.

Niente gesti, né parole:
dalla fretta noi scappiamo,
qui seduti, stiamo zitti
ed insieme riposiamo.

Siamo insieme, siamo uno,
quieto e amico è ogni sguardo,
poi ridiamo e ci gettiamo
nella fretta d’ogni giorno.

* * *

Paura mattutina

Anche una grande città può essere vuota come una chiesa.
Quando il mattino si piega alle finestre
e solo gli uccelli gridano nei cortili.
Allora spesso mi chiedo se ancora ci sia
quella mia autocosciente sicurezza.
Allora certe volte arrivo al punto
che posso spaventarmi ancora come un bambino
che nelle notti piange per la mamma,
perché tutto intorno è estraneo e pieno d’orrore.

* * *

Il vecchio muratore

Johannes, il vecchio muratore, è morto.
Come la malta,
con cui impilava pietra su pietra,
è il suo volto.
E anche le mani.

Il giovane,
che ieri ha dovuto sgridare
per la sua sbadataggine,
ha avuto la sua cazzuola.

Dal camino,
che è stato il suo ultimo,
stamattina si è levato
il primo fumo.

Seppellitelo senza bugie.

 

Heinz Kahlau (1931 – 2012)
(traduzioni mie)

acrostico di settembre

Scoppi di tuoni, lampi, temporali
E grandinate: eccoli, in perfetto
Tempismo, ad annunciare che l’estate
Termina qui, adesso, senza scampo.
È settembre, lo dice il calendario,
Ma ancora più lo mostra il pomeriggio
Buio di nuvolaglie, lo scrocchiare
Rigido e ottuso della cervicale
E l’atrabile che mi occlude il petto.

ah, Chico, Chico…

Ti voglio dare l’ex-voto di Bonfim
Non mi è servito
Ma mi tengo il disco di Pixinguinha, va bene?
Il resto è tuo
Tagliamo corto, puoi conservare
Le ombre di tutto ciò che chiamano casa
Le ombre di tutto ciò che siamo stati
I segni dell’amore sulle lenzuola
I nostri ricordi migliori

La speranza che tutto s’aggiusti
Puoi dimenticarla
L’anello lo puoi impegnare
Oppure farlo fondere
Ma devo dirti che non ti voglio dare
L’enorme piacere di vedermi piangere
Non ti chiederò il risarcimento per i danni
Il mio petto così lacerato

Comunque
Fatti aiutare dal prossimo amore
Per l’affitto
Ridammi il Neruda che mi hai portato
E non ho mai letto
Sbatto la porta senza far rumore
Mi porto la carta d’identità
Un ultimo bicchiere, tanta malinconia
E la lieve impressione che me ne vada tardi

tre poesie di Piera Badoni (1912 – 1989)

Non voglio fare al traforo
piccoli duomi, cornici,
gabbie per canarini.
Fatelo voi vecchi sordi
chiusi nel buio tinello.
Io corro via come l’acqua
densa di rapide e gorghi.

* * *

Sul Ponte Vecchio quanti gioielli
chiusi nelle vetrine.
Son come la mia gioia
che non posso toccare.
E so che non vale se cerco
di rompere col pugno chiuso
il cristallo.
È sempre, è solo il mio sangue
che verso.

* * *

È subito detto un anno
ma un anno è fatto di mesi
e i mesi son fatti di giorni
e i giorni son lunghi da vivere
son faticosi da vivere
uno per uno
senza nemmeno un tuo segno
felicità, che pure esisti.

(da “Felicità, che pure esisti”, 1948)