Mission Accomplished

Son l’armi chimiche
sì inopportune
che chi le adopera
saper non fa;

ma Assad non reputi
di uscirne impune,
ché lo sorvegliano
gli U-Esse-A,

che san benissimo
dove nasconde
le bombe improbe,
le bombe immonde:

han conservato
dopo la vendita
tutte le cedole
di proprietà!

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paternità

PATERNITÀ

Fu a Roma, una volta, in seguito ai regali di Natale, che ebbi forse la più acuta rivelazione di che cosa significasse essere padre.
Un regalo, mi pare un completo armamento, un out-fit da cow-boy con pistole, cartucce, cinturone, fondine, ginocchiere, ecc. non era stato gradito da uno dei miei figli: non era, sembra, quella che lui si aspettava. Sotto perentoria intimazione di mia moglie, uscii col bambino, noi due soli, per comprare un altro, diverso, più costoso out-fit. Girammo vari negozi. Niente, non c’era mai l’optimum, che lui aveva in mente. Infine, lo trovammo: ma ad un prezzo talmente spropositato che dissi no, e prendendo per mano mio figlio scappai fuori nella strada.
Cominciammo a camminare in silenzio, tenevo la sua piccola mano nella mia. Era il pomeriggio, via Boncompagni, un bel sole d’inverno. Mio figlio, naturalmente, era imbronciato. Io tacevo: maturavo tra me un compromesso: tornare in uno dei negozi di prima, e acquistare qualcosa che, a mio giudizio, assomigliava abbastanza all’optimum e costava decisamente meno. Cominciai, piano piano, a ragionarlo: l’altro cinturone era identico, le fodere delle pistole addirittura più belle. Lui a ribattere che erano diversissime le pistole stesse: quelle che volevo comprare io, sbagliate, sbagliate. A poco a poco, nella discussione, ci accalorammo: gridava lui, gridavo io, insomma litigavamo. Finché, dimenticandomi improvvisamente di mia moglie, persi la pazienza, cosa che con i miei bambini non mi era mai capitata e non mi capitò più neanche dopo: dissi, arrabbiato ma serio, che quelle pistole col resto costavano troppo, che noi spendevamo sempre troppi soldi per tutto, e che basta, insomma, non le avrei comprate.
Accadde allora qualcosa che non avevo previsto. Mi aspettavo che lui continuasse in crescendo il suo capriccio. Invece, tacque di botto. Vidi che era impallidito: capii che, per la prima volta nella nostra vita, lo avevo spaventato. Stava per piangere: ingollò le lacrime e mormorò con un filo di voce:
«Va bene, papà. Hai ragione. Faccio quello che vuoi tu.»
Ah, quanto avrei dato, quanto darei ancor oggi perché lui avesse continuato a ribellarsi. Certo, senza accorgermene, lo avevo spaventato. Volevo che lui cedesse, non c’è dubbio: ma arei voluto che cedesse in un altro modo: convinto del mio ragionamento, non atterrito, forse, da un mio urlaccio o da una qualche parola più dura che mi era sfuggita. La debolezza di tutto se stesso, con cui si era schiantato, mi parve, non so perché, non solo di bambino, ma di uomo: la sua mitezza, la sua remissività improvvisa mi ferirono come un rimorso da cui non avreimai più potuto liberarmi. Mio figlio mi sembrò un essere inerme per sempre, una vittima predestinata. E io, io, involontario carnefice, provavo ormai per lui una pietà infinita e impotente. Ah, ma allora è la vita, la vita stessa, che in ogni caso finisce con la paura, la rinuncia, l’umiliazione!
Lì per lì, oltre la violenza di quest’impressione, e forse per attutirne l’urto, riflettei fulmineamente: se è così, con quale scopo negare, negarsi una gioia finché la possiamo dare e avere? Con lo scopo, forse, come sostengono i pedagoghi, di allenare i bambini alle future delusioni? Se le delusioni ci saranno ad ogni modo, a che vale anticiparle? Vale a renderle meno cocenti? Se davvero è così ristretto il campo in cui possiamo operare, se le varianti che riusciamo ad imporre al destino sono così minime, merita la pena che tanto ci industriamo a costruirle?
Risultato: mi regolai esattamente come si sarebbe regolata mia moglie senza nessuna delle mie riflessioni. Tornammo di corsa all’ultimo negozio, comprai l’out-fit che mio figlio voleva. Fu felice ma la sua felicità durò così poco, mentre dura ancora, in me, il ricordo del suo piccolo volto impaurito e remissivo, quella sua espressione di resa definitiva e inconsolabile: dunque non avrò le mie pistole, questa è la verità assurda e atroce, questa è la vita.

(Mario Soldati, “Lo smeraldo”, 1974)

letture

Una riflessione sul rapporto tra corpo e poesia ovvero tutta la questione intrinseca alla poesia contemporanea di trovare una risposta alla domanda “che cos’è la poesia?” E la poesia è corpo, quando diventa parola, anche il ricordo di qualcosa che è stato diventa atto quando viene scritto.

 

…Melania Panico legge Approssimazioni e convergenze
su “Laboratori Poesia”.

mappature

Avete presente quel racconto di Borges, in cui un imperatore decide di far disegnare una mappa del suo impero che sia il più fedele possibile, e finisce per realizzare una mappa grande quanto l’impero stesso?
Ecco, se io – che mi considero un lettore piuttosto forte di poesia – dovessi provare a mappare la poesia degli ultimi trenta o quarant’anni, finirei per fare la stessa cosa: una mappa grande quanto il proprio oggetto. Perché, come ben sa chi se ne occupa, la poesia contemporanea è esplosa in una miriade di esperienze che non sembrano più avere un centro.
A scuola, quando studiamo il decadentismo o l’ermetismo, i ragazzi mi chiedono spesso: “Prof, e oggi? Che movimento c’è? Qual è la scuola poetica contemporanea?” E io, lo confesso, non so mai che cosa rispondere.

Pure, c’è chi queste mappature prova a farle. Per esempio, è appena uscito un libro di Maria Borio, che si occupa proprio di tracciare le linee di quanto è successo nella poesia italiana tra gli anni Settanta e gli anni Novanta, seguendo i percorsi individuali di alcuni autori attraverso la lettura dei loro testi.

Qui sotto c’è un piccolo estratto; uno più lungo lo trovate su “Le parole e le cose”; però il libro vi consiglio di comprarvelo tutto.

“Con la crisi delle ideologie e la complessità senza conflitto del postmoderno, l’io non ha più un orizzonte umanistico di valori cui fare riferimento. La conoscenza che può portare dipende dal limite della sua esperienza. Prendere coscienza di questo limite diventa essenziale: ridimensiona un paradigma ingenuo di valori assoluti, ma supera anche l’espressivismo che non si pone affatto il problema di valori assoluti e che si esaurisce in una voce confessionale, oppure deflagra in un narcisismo nichilista. La lirica che cerca la conoscenza, che combina l’epifania con il saggio, ha invece ben presente che lirica non vuol dire solo espressività, ma consapevolezza etica di un limite individuale. […] Questa soggettività non si rappresenta più in modo individualista oppure esistenzialista. Si colloca, come se fosse un campo osmotico di relazioni, dentro il divenire e le contraddizioni dell’esperienza, dentro l’autentica fenomenologia dell’esperienza, come già suggeriva l’apertura della poesia di Sereni al flusso multiforme e multiprospettico dell’esperienza vissuta. La consapevolezza del limite della propria esperienza fa da barriera contro la riduzione egocentrica e vede l’io in una condizione fluida, un essere in situazione prima che essere situato. La singolarità è aperta alla pluralità. […]

Se non è più plausibile la centralità di un individuo in rapporto a un sistema universale di valori, se appare vuota la fiducia nella centralità della sua espressione che non si pone il problema di un orizzonte di valori oppure si proietta in un nichilismo narcisista, diventa importante abbassare l’ideale umanistico o, meglio, farlo entrare nella complessità dell’esperienza. L’ideale umanistico non è più un esempio che ci sovrasta, che ispira dall’alto la vita civile e artistica, ma un esempio che viene dalla precarietà dell’esperienza, trasformata in testimonianza.”

(da “Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000“, Marsilio, 2018)

cronache scolastiche

Stamattina, un gruppo di ragazzotti ha cercato di introdursi nella mia scuola durante le lezioni, spacciandosi per ex-alunni. Ostacolati dai bidelli, hanno cominciato a insultarli e fare gestacci. Lo stesso nei confronti della vicepreside, nel frattempo intervenuta. Poi si sono spostati nel parcheggio e hanno tirato dei sassi contro le macchine dei docenti.
A questo punto, è stata chiamata la polizia e i teppisti sono coraggiosamente scappati.

Così si lavora a scuola, nell’anno di grazia 2018.

 

P.S.: Pare che i pitecantropi abbiano avuto la brillante idea di registrare il tutto e postarlo in diretta su Instagram. Ma si può essere più coglioni di così?

Treccani_L’Italia in piccolo

treccani

Che cosa ho fatto negli ultimi due anni?
Vabbè, un po’ di cose.
Ma una è stata questa: curare la scrittura dei testi per una serie di venti e-book, abbinati ad altrettanti filmati, che raccontano i venti comuni più piccoli d’Italia, uno per ciascuna regione.
Non l’ho fatto da solo, ovviamente: con me c’era tutta una squadra che ha lavorato sodo, sotto l’egida dell’Istituto Treccani.
Il risultato, lo trovate a questo link.

Qui sotto, copia-incollo il post con il quale Luciano Vanni, editore e direttore di Jazzit nonché coordinatore dell’intero progetto per conto di Treccani, annuncia ufficialmente l’uscita.

Roma, 8 aprile 2018 | Dopo due anni e mezzo di lavoro, posso finalmente annunciare che il progetto editoriale “L’Italia in Piccolo”, realizzato per conto di Treccani.it, è online all’indirizzo www.treccani.it/italia-in-piccolo: di certo è stata una delle più significative esperienze umane e professionali della mia vita, perché si è trattato di un lavoro prodotto dall’Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani e perché è giunto dopo numerose riflessioni e incontri con Massimo Bray, da sempre, un mio riferimento culturale e intellettuale.

> Ci sono voluti 115 giorni di reportage e 11.672 km in macchina per attraversare 20 regioni a fianco di 18 collaboratori e realizzare 4.000 fotografie, oltre 150 ore di girato, 80 video e 20 e-Book. Ovunque siamo andati abbiamo trovato accoglienza e generosità, e un sentimento autentico di quella bellezza e di quell’energia vitale che continua fortunatamente a manifestarsi sempre e comunque.

> Teniamoci cara questa ‘Italia in Piccolo’, perché non possiamo permetterci di perderla. Un paese muore quando non ha più abitanti, quando non ha più giovani, e nel momento in cui scompare condanna all’oblio non soltanto la memoria dei suoi cittadini, ma anche un insieme di mestieri, storie, abitudini, saperi, stili di vita e tradizioni che ci hanno lasciato in eredità i nostri antenati. E, cosa ancora più drammatica, viene a mancare in tal modo un pezzo della nostra civiltà, patrimonio capillare di esperienze che hanno contribuito a rendere l’Italia ciò che è. Ogni abbandono cancella secoli di lavoro e di sacrifici, sgretolando frammenti della nostra identità sociale e culturale. Insomma, ogni paese che si frantuma a livello sociale è un dramma che rischia di indebolire il futuro dell’Italia, perché senza una vita autentica – ovvero quella non condizionata e piegata alle esigenze dei turisti –, vissuta nei piccoli borghi e nei paesaggi più remoti, la nostra memoria corre il pericolo di essere lasciata alle pagine dei sussidiari scolastici o peggio ancora di essere conservata e chiusa nei musei. E allora sì che l’Italia non avrebbe più futuro.
È bene comprendere quanto prima che la nostra nazione non coincide con le città d’arte o con le sue metropoli, e neppure con le più affascinanti città di provincia: l’Italia che ha rappresentato da sempre un faro per le civiltà di tutto il mondo, è anche quella che non fa notizia e che si può raggiungere solo ed esclusivamente tramite vie secondarie, o addirittura attraverso sentieri e strade sterrate.
L’Italia che ha fatto la storia è anche quella delle tante piccole comunità locali che hanno saputo adattarsi a climi e territori impervi, che hanno avuto capacità e talenti straordinari nell’artigianato, nella coltivazione e nell’allevamento, che hanno costruito con gusto ed eleganza le tipiche case rurali, favorendo lo sviluppo di un vasto tessuto lavorativo di artigiani, muratori, falegnami e scalpellini. Questi siamo noi, figli di civiltà e popoli che ci hanno lasciato in eredità un patrimonio capillare di storie, tradizioni, biodiversità, endemismi, competenze e testimonianze artistiche disseminate ovunque, da nord a sud, senza distinzione alcuna. Ed è bene ricordarsi quanto prima che l’Italia non coincide con il suo patrimonio storico-artistico, ma vive negli occhi, nelle mani, nelle idee, nelle esperienze e nei cuori di tutti coloro che, anche nei luoghi più remoti, l’hanno vissuta.

> Mi auguro che il lavoro sia di vostro gradimento e che generi interesse e curiosità nel pubblico: aiutateci a condividere e a comuncare questo progetto.

> Ringrazio di cuore, senza ordine, Massimo Bray, Luigi Romani, Chiara Giordano, Arianna Guerin, Giovanni De Stefano, Angelica Lugli, Sergio Pasquandrea, Mario Struglia, Francesco Truono, Andrea Ranalli, Alessandra Colonna Lorenzo Monacelli, Silvia FE, Lorenzo Biadi, Fabrizio Orsola, Alessandro Schiazza, Gianluca Grandinetti, Davide Baroni, RedFox Labelle e Anna Martella.

rimario

“Poeti” rima con anacoreti
segreti asceti preti nomoteti
e infine con esteti e con profeti.

Però “poeti” rima anche con yeti
indiscreti miceti prosseneti
e pure con analfabeti e peti.

Insomma: mai fidarsi dei poeti.