non nisi ab obscura

Adesso ti stai avvicinando
a svelarti quanto folle è il mondo
tranne te”
(Andrea Raos)
* * *
tranne far finta che
non importa quando
ma prima o poi si possa
chiamare tutti all’adunata
senza forzare il gesto della gioia
anzi con le mani sospese
non ostacolare la luce
riesci a immaginarlo
l’ascesa del respiro
i corpi abitati
* * *
non serve a molto avvicinarsi
se poi fuori fuoco rimane
il dettaglio l’unico
dove è giusto esercitare la pressione
sapere in assenza di misure
quanto affondare la lama
per ora è possibile soltanto
immaginare il distacco
paragonarlo alla palpebra
evasa dal sonno
* * *
la prima volta mi è sembrato
lo confesso
uno di quei supplizi
che ci tengono spezzati
su un angolo impossibile
e rimanevo per decidere
se fossi troppo vera
o troppo vicina
pensavo ancora si potesse
contemplare un addio
* * *
erano tutte nella stessa scena
le parole che non avevi
ancora pronunciato
avrei potuto già sapere
eppure bisognava passarci
per ciascuno dei punti morti
ricordo ad esempio
la tua assenza e la mia
in due istanti separati
senza certezza alcuna del ritorno
* * *
immagina invece di sorprenderti
perché tutte le domande sono scomparse
il tonfo del cuore molto distante
ti fa visita al mattino
il dono della tua pelle
vorrei che mi chiamassi allora
con il filo teso della nuca
ci sarebbero frasi intere
da sillabare
silenzi da descrivere
* * *
(Sed perge in tenebris radiorum quaerere lucem
Non nisi ab obscura sidera nocte micant*.)
* * *
* * *
*) “Ma continua a cercare nelle tenebre i raggi della luce / Solo nella notte più oscura brillano le stelle” (distico inciso sull’eremo benedettino di Subiaco).

de profundis

E adesso?
Tutto è compiuto
non c’è più speranza

la luce è diventata terra
la carne è gialla
non c’è tempo per la redenzione

nessuno di questi corpi
conoscerà il giorno
il sole che odora di limoni.

Caravaggio, Il seppellimento di Santa Lucia (1608)
Siracusa, Chiesa di Santa Lucia alla Badia

deus absconditus

Avete un bel cercarmi: potrei essere
l’uno o l’altro degli angeli in caduta
o nascondemi nel buio catramoso
inviolato dalle torce

o ancora aspettare il mio turno
per un sorso denso di pietà
prima di finire disteso
sopra un lenzuolo sporco

ma state sicuri che ci sono
sbucherò fuori al momento giusto
per ora lasciatemi dormire
in questo grumo di vernice.

Caravaggio, Le sette opere di misericordia (1606-1067)
Napoli, Pio Monte della Misericordi

ut pictura poesis

Antonio Vincenti, in arte Sualzo, fa fumetti.
Silvia Vecchini fa poesia (e anche altro).
Antonio e Silvia sono marito e moglie.
Allora si sono detti: perché non prendere i classici due piccioni con una fava?
E io dico: hanno fatto bene. Il blog si chiama DisegniDiVersi e questo è un esempio di ciò che ci potete trovare.

Di notte mi sveglio per i bambini
mentre il buio preme alle finestre
rimbocco coperte, sento il cane rigirarsi
nella cuccia, chiudo un rubinetto
che goccia nel bicchiere, torno
a letto e ti guardo. Le tempie
chiarissime libere dagli occhiali,
ti bacio senza svegliarti, senza
chiederti se anche per te è uguale
se ti fa male il pensiero che sarebbe
potuto non capitare, che avrei potuto
non incontrarti, mai amare.

disegni di Antonio Vincenti (Sualzo), versi di Silvia Vecchini

vox clamantis

I have measured out my life with coffee spoons;
I know the voices dying with a dying fall
Beneath the music from a farther room.
So how should I presume?
(T. S. Eliot, “The Love Song of J. Alfred Prufrock”)

 

oggi – perdonami – non scrivo di te
scrivo a te – di me
che è in fondo lo sai come
scrivere a me

scrivo perché non so più usare la voce
ammesso che l’abbia mai saputo
e perché chilometri d’aria
mi separano dalla tua

troppe facce mi guardano dallo specchio
giuro ho provato ad ascoltare
quelle che mi arrivano
non sono più parole

era così bello una volta avere
a disposizione tanto spazio
il silenzio pareva inviolabile
non richiedeva spiegazioni

e il tempo il tempo non era nemmeno
in discussione il tempo era lì
come un dato di fatto
una verità infrangibile

che cosa si è perso – mi chiedo
di così essenziale
e quanto andrebbe a dissiparsi
al solo articolare una falange

sembra così vasto ormai
il lavoro dei giorni
così lontane le ultime propaggini
del mio stesso corpo

tutto ciò che volevo chiederti
me ne accorgo solo adesso
è una scheggia di luce
inflitta alla paralisi