sull’impossibilità del tragico nel mondo moderno

Brezza marina

La carne è triste, ahimè! E ho letto tutti i libri.
Fuggire! laggiù fuggire! Sento che gli uccelli sono ebbri
Di essere tra l’oscura schiuma ed i cieli!
Niente, né gli antichi giardini riflessi dagli occhi
Tratterà questo cuore che nel mare si immerge
O notti! né la luce deserta della mia lampada
Sul foglio vuoto che il candore difende,
E né la giovane donna che allatta il suo bambino.
Partirò! Vascello che fai dondolare l’alberatura
Leva l’ancora verso un luogo esotico!
Una Noia, delusa da speranze crudeli,
Crede ancora all’addio supremo dei fazzoletti!
E, forse, gli alberi, che attirano i temporali
Sono quelli che un vento inclina sui naufraghi
Persi, senza alberi, senza alberi, né piccole isole verdi
Ma ascolta, o cuore mio, il canto dei marinai!

Stéphane Mallarmé

pelli clandestine (una poesia di Moira Egan)

D’habidute

“Dio, gli umani sono creature dell’abitudine”,
dico a nessuno in particolare,
me stessa, l’uomo che chiama sé stesso il mio
amante, dietro di me nella stanza accanto.

Il modo in cui ridiamo quando pigiamo l’interruttore
sapendo che non c’è elettricità,
o giriamo il rubinetto per lavarci le mani,
e comunque, idraulici dabbasso, niente acqua.

Fa’ ciò che hai sempre fatto, e otterrai
ciò che hai sempre ottenuto. Questa è la nostra
omelia in questi giorni, e io
ci credo. Dio, umani, creature, eccoci qui

sistemati nella catena cosmica dell’essere
lui nella stanza accanto, io al lavoro.
lui legge, in silenzio, poesie
che lo fanno gemere. È dolce perché

sono le mie. Lui, ovviamente, non lo è.
C’è una donna a qualche chilometro da qui
che è ancora qui con noi, un angolo
della stanza e la nostra coscienza solo

per lei. Mi pare di essere sempre stata il terzo
angolo del triangolo, il caos
a forma di cuore creato da un sì
nato da un no. E ciò che so adesso

è che lo voglio da sola, il lento gemito
mio, niente più occhi nell’ombra che scrutano
negli angoli, dalle persiane. Fa’ cio che hai fatto
sempre? sempre, traccerò pelli clandestine.

Moira Egan
traduzione mia – l’originale qui

dal respiro

Se solo tu sapessi
amica – se sapessi
io – com’è che si aspetta
senza portare il colpo fino in fondo

sapessimo sfruttare
l’anticipo – la rima
imperfetta – ma eccoci
con le dita ancorate nelle crepe

ci incontriamo ai due lati
dello specchio – ogni volta
il fiato ci tradisce

non tutto è vero – ciò
che toccano le mani –
dal respiro ti conosco – sorella.

palinodia

(per Marco Bertoli)

Se uno fosse una persona intera
non scriverebbe poesie
non lascerebbe in giro
scaglie di sé.

Se uno non scrivesse poesie
raccoglierebbe unghie e capelli
come mia nonna buonanima
raccomandava sempre

(lei diceva contro il malocchio
ma anche metaforicamente
non aveva poi tutti i torti).

anche di là (tre poesie di Vera Lúcia de Oliveira)

sai dire se anche di là c’è vita?
se anche di là bisogna nascere e morire
lottare per il pane faticare per l’amore
logorarsi per non perdersi? io qui
mi sono stancato se parto qualcuno
mi deve pur garantire che non
dovrò ricominciare daccapo

* * *

disse che da grande sarebbe diventato un bandito
che avrebbe ammazzato tutte le persone che lo avevano maltrattato
che sua madre era una puttana che lo aveva abbandonato
che suo padre era un ubriacone
che lui aveva famiglia ma odiava tutti
che lui avrebbe ammazzato anche il nonno
se fosse stato ancora vivo
perché lo aveva cacciato di casa
si appoggiava al portone ci guardava con rabbia
che se lui non moriva prima avrebbe sparato su tutto
quanto si muoveva come nel film che aveva
visto in televisione

* * *

parlare è diminuire
colare la pioggia in un secchio d’acqua
togliere un pezzo alla cosa
per metterla in noi
o togliere pezzi di noi
(per cosa?)

lonely woman

Questa goccia d’acqua non ha fretta
di raggiungere il polso
per ora è ferma a mezza strada
sull’avambraccio ma uno ad uno
aggirerà gli ostacoli. Bisognerebbe
prendere esempio – pensavo – l’intenzione
è il nostro peccato originale.
Pensavo anche che allo stesso
modo si comportano le lacrime
non hanno mai fretta arrivano
e non c’è niente da fare – davvero
niente – soltanto
la gelida pietà delle pareti nude.
Se fossi lì – pensavo – le mie labbra
forse basterebbero – la lama
sfiorerebbe soltanto la pelle.
Spero nella tua fiamma
nel fuoco fermo delle tue pupille
in questo laccio sottile di parole.

era qualcosa (quattro poesia di Nadia Agustoni)

era qualcosa nel freddo
il colore della nafta e cisterne
l’agonia dell’aria sui cancelli
– ma il cuore degli uomini se graziato
risponde con un mantra di sirene
di fabbriche e vento sporco -
e i camion sulla camionabile
coi clacson cantavano il purgatorio:
“Dante quassù avrebbe sognato
la fissione dell’atomo o Hiroshima”,
e di nuovo autostrade
un valico a nord ovest
con la terra azzurra
il cielo azzurro di Vicchio
e sopra l’Appennino,
nel temporale, quella luce
affrancata dal bene
così limpida.

* * *

amava la salvia sui terrazzi
il citofono di voci sgraziate
il buio d’afa nella cassetta
delle lettere:

i saluti arrivavano come stendardi
e passati di moda, internet
lasciava schegge più certe.

scriveva barchette di carta, aeroplani,
inventava un mappamondo
pianeti senza divieto.

* * *

in albergo baciava ragazzi e ragazze
coi polsi rotti e gli ossi che finivano in cima alle dita
quella melodia di prigioni di porte accese
da untori che a lui non bastava a lui
saliva la fame nei denti e sul letto
tra schiena e cuscino amava
nel rosso.

* * *

il mondo nelle cose

il mondo nelle cose fino alle parole. nei canali trovava detriti, un abbandono più duro della terra. l’acqua spinge a riva la sua poltiglia, sembrava che le mani cogliessero un inferno di palcia, un interminabile margine ai margini di un giorno dove vanno sfollati i piedi, dove calza scarpe di gomma, dove il vento insegna la paura. guardava il sole, un agosto di trattori, l’erba dove la statale comincia a prendere tutto, a portare via.

Nadia Agustoni
(da “Il mondo nelle cose”, Lietocolle 2013)
qui una recensione di Stefano Guglielmin e altri testi
 
qui un’intervista all’autrice