as I lay

C’era tutto quell’abbaiare
intorno alla mia morte
il mio corpo non riusciva
nemmeno a piegare uno stelo

c’era l’afrore dell’inguine
il pelo mi graffiava la fronte
proprio mentre morivo
accogliendo il sangue tra le mammelle.

 

nell’immagine: Piero di Cosimo, La morte di Procri

much ado

Quanto chiasso per nulla
è lei stessa a dirvelo
i suoi piccoli seni divisi
il serpeggiare dei polpacci

il suo nudo divora gli sguardi
tutto il resto è rumore di fondo
ingorgo di rette sghembe
il sole trapassa i vetri senza fretta.

nell’immagine: Tintoretto, “Venere, Marte e Vulcano”

corsi e ricorsi (1961-2014)

Ma dove stiamo andando col mal di testa la guerra e senza soldi?
oltre il tergicristallo ronzante? denotando una reale
e comune volontà di riscatto? che sciocchezze! (né la folla
di sghimbescio parve notare, tutti compresi nei loro
piedi).

Ora comunque allunga le gambe o accavallale bianche
sbadiglia, guarda nel vetro la paglia che brucia, il fiume
se scorre verdescuro, pensa a qualcosa,
conta i paracarri, fa’ quel che ti pare:

non c’è pericolo che non arriviamo, pazienti godiamoci il viaggio,
godiamoci, non c’è pericolo se ci perdiamo, tanto non si viaggia
(il profilo di un paziente su un carrello attraversando la carestia),
tanto non si arriva, arriveremo: all’ameba, alla mecca, alla mela,
dietro gli uccelli in fuga bassi dalla città minata, dal maltempo.

Lieto fine: cresce (sul concetto di morte non è
necessario alcun chiarimento). cresce nelle tue mani;
elefanti frustano l’aria,
l’orizzonte di gomma arancio,
la terra sommersa nei campi. Non c’è bisogno di crederla
un’associazione fortuita. (Le tue ossa nere, la fontana,
le pinne rilassate, me lo figurano tutto diverso.)

Quei soldati bipedi come corrono guarda appesi alla bufera –
ma cosa ce ne facciamo del pianeta! scompaiono, al diavolo, al bivio.
Gonfio di miele il fazzoletto sul sedile posteriore vuoto
e dopo un’ora ne avevamo abbastanza e continua (non ne usciremo)

fumando e raccontando quand’ero tossicomane può continuare
con queste mani sempre pulite seppellivo disseppellivo i vivi…
E continua fino alla fine del continente (e un poco oltre,
aperti gli occhi dentro l’acqua, attenti all’elica e al crampo,
se non ce la fai non importa tanto meglio non ti bagni non sanguini).

Nanni Balestrini
da Il sasso appeso (Scheiwiller, 1961)

love thy fate

“Devi amarla in questo attimo.”
(Milo De Angelis, “La corsa dei mantelli”)

Lo vorresti anche tu, lo so: anima mia, compagna d’insonnie.
Che il giorno fosse un prato falciato, un nitido verde irlandese, un saliscendi d’acque e d’ardesia fino al fiume in fiamme. Tu potresti fermarlo in un battere di ciglia, uno dei tuoi, così improvviso e incolpevole; ed io – sta’ tranquilla, so bene qual è il mio compito – io provvederei più tardi, solo più tardi, ad assegnargli un ritmo.
A volte capita, ammettilo. Si intinge a turno il tozzo di pane, si riporta alla bocca lo stesso identico sapore, lo stesso bollore amarognolo screziato di vino; e si riesce a dire: “noi”, proprio come l’ho scritto, depurato di qualunque scoria. E anche quando la traiettoria fallisce, quando la goccia cade densa sulla tovaglia, quando ti chiedo scusa ridendo, ecco: è proprio allora che il tempo assume il suo assetto sghembo, rivela il suo asse piegato lungo la linea del moto.
(Se sorridi ti cresce sotto le ciglia qualcosa – e non ho capito ancora se sia un’ombra o un indizio di chiarore, ma lo amo così, al di sopra delle domande, come amo gli spigoli e le curve del tuo cuore, quando si illuminano all’improvviso nel bel mezzo di un silenzio).
Pensaci, però. Quanto poco ci vorrebbe perché la dolcezza trabocchi in ustione? Quanto a lungo riusciresti a domare il respiro? Ti vedo sempre gettata nella corsa, qualche metro in avanti, in equilibrio sul lato interno della luce.
Ogni terzo passo può incontrare il vuoto. Ogni parola non è quella che avevi calcolato. Ogni gesto splende quando si fa docile al caso.
Per esempio. Ho voluto fotografare il fiume, lasciando fuori campo i tuoi occhi che lo guardavano. Così soltanto io posso aggiungere il dettaglio, quello davvero essenziale a completare l’immagine.
Per esempio. L’odore dei tuoi polsi è comparso stamattina e io non mi sono chiesto il perché. L’ho accettato.

gli ospiti

Ci sono territori interiori che uno ignora di possedere e che scopre solo grazie all’arte. A me succede spesso con Leonard Cohen.
Un mio amico diceva che Cohen ti fa venire nostalgia di cose che non hai mai conosciuto.

(E grazie a Greta che mi ha fatto conoscere questa.)

 

Uno ad uno arrivano gli ospiti
Gli ospiti si fanno avanti
I tanti dal cuore aperto
I pochi dal cuore spezzato

E nessuno sa dove stia andando la notte
E nessuno sa dove stia scorrendo il vino
Oh amore ho bisogno di te
Ho bisogno di te adesso.

E quelli che danzano iniziano a danzare
Quelli che piangono iniziano
E “benvenuti, benvenuti” grida una voce
“lasciate entrare i miei ospiti”

E nessuno sa…

E tutti se ne vanno inciampando per quella casa
In solitaria segretezza
Dicendo “rivèlati”
O “perché mi hai abbandonato?”

E nessuno sa…

E all’improvviso splendono le torce
La porta interna si spalanca
E uno ad uno vi entrano
In ogni stile di passione

E nessuno sa…

E qui prendono il loro dolce pasto
Mentre la casa e il terreno si dissolvono
E uno ad uno gli ospiti sono gettati
Al di là del muro del giardino

E nessuno sa…

Quelli che danzano iniziano a danzare
Quelli che piangono iniziano
Quelli che sinceramente sono persi
Sono persi e persi ancora

E nessuno sa…

Uno ad uno arrivano gli ospiti
Gli ospiti si fanno avanti
I tanti dal cuore aperto
I pochi dal cuore spezzato

E nessuno sa…

survival of the fittest

E con questo direi che senz’altro
mi sono giocato quel poco di karma
che rimaneva immacolato.
Sta gocciolando lungo le celle
del nido – mentre il ronzio
delle ali si abbassa di tono
e l’ultima vespa si sporge a ricevere
in pieno la nuova irrorazione.
Non resta che staccare il picciolo
consegnare le larve allo smaltimento
senza conati di pietà fuori luogo.