anche di là (tre poesie di Vera Lúcia de Oliveira)

sai dire se anche di là c’è vita?
se anche di là bisogna nascere e morire
lottare per il pane faticare per l’amore
logorarsi per non perdersi? io qui
mi sono stancato se parto qualcuno
mi deve pur garantire che non
dovrò ricominciare daccapo

* * *

disse che da grande sarebbe diventato un bandito
che avrebbe ammazzato tutte le persone che lo avevano maltrattato
che sua madre era una puttana che lo aveva abbandonato
che suo padre era un ubriacone
che lui aveva famiglia ma odiava tutti
che lui avrebbe ammazzato anche il nonno
se fosse stato ancora vivo
perché lo aveva cacciato di casa
si appoggiava al portone ci guardava con rabbia
che se lui non moriva prima avrebbe sparato su tutto
quanto si muoveva come nel film che aveva
visto in televisione

* * *

parlare è diminuire
colare la pioggia in un secchio d’acqua
togliere un pezzo alla cosa
per metterla in noi
o togliere pezzi di noi
(per cosa?)

lonely woman

Questa goccia d’acqua non ha fretta
di raggiungere il polso
per ora è ferma a mezza strada
sull’avambraccio ma uno ad uno
aggirerà gli ostacoli. Bisognerebbe
prendere esempio – pensavo – l’intenzione
è il nostro peccato originale.
Pensavo anche che allo stesso
modo si comportano le lacrime
non hanno mai fretta arrivano
e non c’è niente da fare – davvero
niente – soltanto
la gelida pietà delle pareti nude.
Se fossi lì – pensavo – le mie labbra
forse basterebbero – la lama
sfiorerebbe soltanto la pelle.
Spero nella tua fiamma
nel fuoco fermo delle tue pupille
in questo laccio sottile di parole.

era qualcosa (quattro poesia di Nadia Agustoni)

era qualcosa nel freddo
il colore della nafta e cisterne
l’agonia dell’aria sui cancelli
- ma il cuore degli uomini se graziato
risponde con un mantra di sirene
di fabbriche e vento sporco -
e i camion sulla camionabile
coi clacson cantavano il purgatorio:
“Dante quassù avrebbe sognato
la fissione dell’atomo o Hiroshima”,
e di nuovo autostrade
un valico a nord ovest
con la terra azzurra
il cielo azzurro di Vicchio
e sopra l’Appennino,
nel temporale, quella luce
affrancata dal bene
così limpida.

* * *

amava la salvia sui terrazzi
il citofono di voci sgraziate
il buio d’afa nella cassetta
delle lettere:

i saluti arrivavano come stendardi
e passati di moda, internet
lasciava schegge più certe.

scriveva barchette di carta, aeroplani,
inventava un mappamondo
pianeti senza divieto.

* * *

in albergo baciava ragazzi e ragazze
coi polsi rotti e gli ossi che finivano in cima alle dita
quella melodia di prigioni di porte accese
da untori che a lui non bastava a lui
saliva la fame nei denti e sul letto
tra schiena e cuscino amava
nel rosso.

* * *

il mondo nelle cose

il mondo nelle cose fino alle parole. nei canali trovava detriti, un abbandono più duro della terra. l’acqua spinge a riva la sua poltiglia, sembrava che le mani cogliessero un inferno di palcia, un interminabile margine ai margini di un giorno dove vanno sfollati i piedi, dove calza scarpe di gomma, dove il vento insegna la paura. guardava il sole, un agosto di trattori, l’erba dove la statale comincia a prendere tutto, a portare via.

Nadia Agustoni
(da “Il mondo nelle cose”, Lietocolle 2013)
qui una recensione di Stefano Guglielmin e altri testi
 
qui un’intervista all’autrice

non ci è dato di sapere (quattro poesie di Greta Rosso)

all’improvviso c’è questo muro, color oliva,
e non ci è dato sapere se il colore sia il suo
effettivo o se si tratti piuttosto di una strana
combinazione di luci e stagioni a comporre
questa tinta, questo muro, dicevamo, dove
l’intonaco sboccia in fiori i cui petali l’umidità
apre con poco garbo ma grande riuscita
scenica, e vicino a questo aprirsi e sfiorire
dell’intonaco un viso di ragazzo s’appoggia
colmo di ansia, la camicia molto in ordine,
mentre origlia una discussione che preferirebbe
non lo riguardasse. il fermento gli accorcia
il fiato. le mani sudate. lo sguardo fisso su
un paralume macchiato. vorremmo che non
ascoltasse, o che almeno potessimo sentire
anche noi.

 

* * *

 

questi fiori in forma di polmoni, innesti
appena disegnati, la casa colonica, le
finestre annoiate e prive di speranza,
le spoglie decise dell’inverno, fuoco
minuto nell’incavo che scavo fra le
braccia, il tuo piccolo cranio da accarezzare-
ti muovi piano sulle scenografie divelte,
mi lasci un colore, una forma, un
tavolino basso, le orme delle tazze-
non esiste il mondo così come possiamo
viverlo. esiste un appena di voce, sulle
verande appassite

 

* * *

 

si ferma con la mano a mezz’aria
come un mida incerto
quasi presentisse
che una carezza a giugno
è un crimine mal riposto
con i morti che superano i nati
e l’egoismo del caldo che torna.
poi la mano scende
cala con un’accelerazione inattesa
sbattendo forte lo strofinaccio
contro il parapetto di cemento.
i veicoli del pensiero
hanno sgomberato il vicolo sottostante
non restano che i ciottolie i fiocchi grigiastri morbidi della polvere.
nel pieno dell’immaginazione,
nel vuoto della parola

 

* * *

 

sposami a pranzo
fammi una crociata color ciclamino
una brigata fenomenale
piena di ragazzotti sorridenti
che mi chiamino sorellina
dimmi che finiranno le guerre
piantami gerani e oleandri in alaska
regalami un mastroianni trentenne e luminoso
una mondina occhi belli
ma prima di tutto levami
questa poesia di sepsi
dalle mani

 

altri testi li trovate qui

il cuore umano del contrabbasso (per Charlie Haden)

* * *
Venerdì scorso, 11 luglio 2014, se n’è andato, a settantasei anni, Charlie Haden.
Non sto a spiegarvi chi era, tanto di necrologi sul web ce ne sono a bizzeffe. Vi risparmio coccodrilli, discografie consigliate e memorie personali. Lascio la parola ad altri.
I più fedeli tra i miei ventiquattro lettori ricorderanno che tempo fa mi ero cimentato in qualche prova di traduzione dello splendido romanzo jazz di Rafi Zabor “The Bear Comes Home”. Bene, nel libro compaiono diversi personaggi reali, tra i quali Haden, protagonista di una delle sequenze più estese e più riuscite: quasi quaranta pagine, che descrivono una lunga seduta di registrazione.
Ne traduco qui sotto due brevi estratti.
So long, Charlie.
* * *
* * *
* * *
Mentre l’Orso si faceva stada nel corridoio, osservava la scena come se stesse esplorando il posto in cerca di pericoli. Non si vedeva nessuno. Un tizio magro, dall’aria allarmata, con una camicia a quadri, capelli ben tagliati e barba, azionava un cursore su un pannello di controllo che sembrava la plancia di comando dell’Enterprise, e il suono del contrabbasso di Charlie Haden arrivava dagli enormi altoparlanti attaccati al muro, sopra la finestra panoramica che si apriva sulla sala di registrazione. L’Orso si curvò per guardare dalla finestra – era posta un paio di scalini più in basso del pannello di controllo – nello studio e vide Charlie Haden curvo sul suo strumento – un contrabbasso francese, si accorse l’Orso, del tardo diciottesimo secolo. Vide la batteria di Billy [Hart] in un gabbiotto dietro Haden, dall’altra parte della grande sala rivestita di legno di pino, dall’asimmetrica forma ottagonale – c’era talmente tanto legno grezzo che l’Orso poteva sentirne l’odore così chiaramente da sapere che non era soltanto pino – distingueva almeno due altre distinte linfe ma non poteva dar loro un nome con tutto quel poliuretano di mezzo, e poi lui era un orso di città e non conosceva abbastanza nomi di alberi. Cercò con lo sguardo Billy, ma il batterista non si vedeva da nessuna parte.
“Mi chiamo James”, disse il tecnico del suono, guardandolo in su dal pannello di controllo. “Sto controllando un po’ di livelli”.
“Ciao”, disse l’Orso. “ Anch’io”. Adesso si sentiva abbastanza a suo agio da ascoltare ciò che faceva Haden. Il contrabbassista stava scendendo ciclicamente con una serie di triadi, la tonica pefettamente intonata e le note superiori rese infinitesimamente crescenti, per dare agli accordi un tono indagatorio. Quando Haden arrivò al fondo del ciclo, staccò una di quelle sue note basse che sembravano arrivare dal nocciolo terrestre e la piegò con un potente lavoro di dita, finché la nota si inarcò in una tale bellezza da devastare il cuore di un Orso ormai completamente assorto. L’Orso non poteva quasi credere si stare davvero per suonare con lui.
“Ehi, man”, la voce di Haden gli arrivò dagli altoparlanti. L’Orso aprì gli occhi e vide Haden che gli sorrideva dietro il vetro. “Hai già ucciso qualcuno oggi?”
“È ancora presto”, disse l’Orso.
“Eh?”
“Aspetta, ti apro un microfono”, disse James dalla sua postazione.
“Nah”, disse l’Orso, spinse la pesante porta della sala di controllo e avanzò lentamente nello studio vero e proprio. Haden stava inclinando delicatamente il suo contrabbasso su un fianco, appoggiandolo su un rettangolo di tappeto. Il contrabbassista lo guardò dal basso in alto e sorrise.
L’Orso aveva visto un sacco di persone venirgli incontro nel corso degli anni, ma nessuno l’aveva fatto come Charlie Haden. Di solito, specialmente ai primi tentativi, c’era qualcosa di terrorizzato in loro, fosse o no coperto dall’ironia o dalla spavalderia, ma Haden, così come alla prova dell’altro giorno, gli venne incontro in maniera più semplice di quanto qualunque altro umano avesse mai fatto, con un sorriso socievole che gli ammorbidiva i lineamenti e uno sguardo di interesse negli occhi. Haden sporse la mano e l’Orso la prese saldamente con la zampa.
“È davvero un piacere vederti, man”, disse Haden con la sua ondeggiante voce di tenore.
“Non sono…” cominciò a dire l’Orso, il suo solito riff, ma poi lasciò perdere. “È bello essere visto. Voglio dire è bello vederti. Tutti e due. Insomma”. Haden era una delle poche persone che avesse mai conosciuto, ad avere il potere di disarmarlo in modo più o meno totale.
Sbrigati i preliminari, Haden concesse a un ghigno diabolico di sbucare e distendersi sui suoi lineamenti. “Ho suonato con un sacco di animali, man, ma questa è veramente la prima”.
L’Orso si unì alla sua risata senza pensarci due volte. Il nostro primo duetto.
All’improvviso Haden fu preso da un pizzico d’ansia. “Non volevo intendere niente di offensivo”.
“No, va bene”, gli disse l’Orso. “Ho capito. So che cosa volevi dire”.
“Avevo paura, ehm, di aver fatto quello che si potrebbe definire un’affermazione umanista”.
L’Orso fu costretto a ridacchiare. “È la prima volta che sento questa parola usata in quel senso”, disse.
“Beh, non sarà l’ultima”. Haden annuì con una certa serietà meditativa.
* * *
[...]
* * *
“Buono”, disse Hatwell. “Siamo già più o meno a metà del disco”.
“Charlie”, chiese l’Orso. “E se suonassimo un duo su qualcosa di lento e poi ci prendessimo una pausa?”
“Buffo”, rispose Haden. “Dopo aver quasi fatto quella prova, l’altro giorno, ho scritto una ballad per te nella mia camera d’albergo. Vuoi darci un’occhiata?”
Lo suonarono insieme, dopo tre false partenze in cui l’Orso non riusciva a trovare il modo migliore per fraseggiare la melodia scritta da Haden. Una volta che si fu sciolto per bene, l’Orso si lasciò blandire dal lirico tocco di Haden sulle corde fino a mari più profondi di quelli che attraversava di solito. Ogni volta che l’Orso suonava una melodia, Haden trovava sul contrabbasso qualcosa di più grande da dire al proposito e l’Orso doveva sottomettersi all’autorità di ciò che gli veniva proposto. Haden lo circondava come un’orchestra di contrabbassi, adescava musiche sconosciute dalla sua luce vitale, lo costringeva ad acconsentire a una bellezza che stava oltre l’orlo dei suoi limitati problemi momentanei. L’Orso suonava bene? Può darsi. Stava sui cambi d’accordo? In effetti, l’Orso pensava di sì. Quando l’Orso si fermò, Haden prese un assolo, accarezzando fuori dalle corde una ricchezza melodica che era un tributo alla bellezza del basso e alla sua profonda natura umana. Di conseguenza, quando Haden finì il suo assolo, l’Orso suonò il tema scritto da Haden con inusuale accuratezza e modestia, e tutto fu finito.
“Oh, man”, disse Haden dopo la necessaria pausa.
“Davvero?” disse l’Orso. “Era proprio così buono?”
Tutti erano d’accordo, perlomeno, che fosse ora di una pausa. Pareva che qualcuno avesse ordinato del cibo cinese e Charlie voleva assicurarsi che ci fossero abbastanza verdure. L’Orso voleva mangiare qualcosa?
“No”.
Parecchie persone uscivano per andare al bagno e alla macchinetta del caffè. L’Orso non voleva nulla di entrambi. Notò di non avere necessità fisiche: niente fame, nonostante non avesse preso niente dopo il caffè e le ciambelle della mattina, nessun bisogno del bagno nonostante i precedenti minacciosi gorgoglii e la quantità di caffè forte e nero che aveva ingoiato a colazione. Non sembrava avere alcun tipo di bisogno. Nemmeno alcuna emozione riconoscibile. Senza dubbio se non avesse dovuto suonare il sassofono non avrebbe nemmeno respirato.

ejercicios espirituales

Mi dico: sta male
e io non posso fare nulla per aiutarla.
È un pensiero semplice semplice
dovrebbe consolarmi
la sua assoluta necessità
perché ci sono frontiere di buio
che non potrei in nessun modo forzare – ci sono
incrostazioni di uovo dai piatti cupi
che attendono risoluzione
insomma non posso non posso davvero
fare nulla. Dove è lei probabilmente
la luce è ancora chiara
spero sia come qui quando arriva
dopo il polline e le foglie
perché quello posso farlo – se non altro
sperare. Oppure è ancora costretta
a scavarsi gli occhi nel grigio
a scacciare il freddo da un lato
all’altro delle mani.
Non posso saperlo non c’è possibilità
alcuna di collimare – come sempre del resto
come ogni volta che le braccia
interrompono il gesto i denti
si rimangiano la fame.
Ciò che è inevitabile
dovebbe consolare – così penso.
Non dovrebbe attraversarmi
così a fondo lo slargo delle costole
non dovrebbe alzare tanta polvere
né sfregare così forte sulle iridi.
Il mondo – mi dico – è fatto di cose
non di pensieri – è tutto lì fuori
disteso senza ordine ed è lì
che il suo respiro e il mio confinano.
Una sera me l’hai detto – era novembre
talmente caldo da contare in terrazzo
una sigaretta dopo l’altra – me l’hai detto
c’erano dieci ragioni
per il sì cinquanta per il no.
Sarebbe bello se tutto obbedisse.
Potrei esaurire i passi
uno per volta tradire finalmente
le abitudini.
A volte mi prende alla schiena
come l’aria fredda di un temporale
un odore che attraversa le stanze
in tutte le direzioni
ti sento correre come fai sempre tu
e come sempre non riesco a fermarti.

“Amori dAmare” – uscita e presentazione

 

Vi ho già parlato dell’antologia “Amori dAmare”, in uscita per Minerva Editore.
Bene: l’opera, curata da Cinzia Demi, è pronta e verrà presentata in anteprima a Cesenatico il 22 luglio prossimo. Io non so ancora se ci sarò, ma intanto ve l’ho detto.

 

 

Sono due volumi, indivisibili, per un costo complessivo di quattordici euro e novanta. Facciamo quindici, via. Sul sito dell’editore, la trovate con un paio d’euro di sconto. Chi abiti nella saporita Romagna potrà trovarlo anche in edicola.

Last but not least, il ricavato dei volumi sarà devoluto in beneficenza.