il blues delle pompe antincendio


‘Round Midnight

Quella strada dove la mezzanotte
è rotonda, la luna piatta
& blu, dove fanno assoli le pompe anticendio
& si aggirano certi jazzofili e osservano
è il mondo di Monk

Quando l’ho visto l’ultima volta, girandomi
esaltato da un 78giri, ringhiando
un paesaggio di funk strafatto

Quando gli ho parlato l’ultima volta, uscendo
dal Vanguard, mi ha aggiurnato sui
miei stessi segreti, come Nat
ha afferrato i numeri & le lettere
che soffiano attraverso l’erba
iniziali e invocazioni del passato

A tutte le domande che gli ho rivolto Monk ha
risposto inizialmente
con un basco in testa. Perché
un gran sacerdote ci stava fissando
Perché i tasti neri erano importanti. E chi era
avvolto nella comune magia
come una strada svuotata i ogni cosa
tranne che di strani uccelli

L’ultima volta che Monk ha sorriso io ho letto
il diario del pianoforte. Quelle dita
in cui collezionava i tuoi sentimenti
La misura segnata con un cerchietto per sottolineare
La risata anonima di fumo
& manifesti

Monk portava con sé equazioni che ti ballava in faccia.
“Che succede?” Dicevamo, mentre lui si lanciava & roteava. “Che succede?”

“Tutto. Sempre.

Ad ogni infinitesima frazione
di secondo”.

Come una porta, che aveva aperto, senza scomparire
eppure restando un profilo distante
di rivelazione confidenziale.

Ehi, dico! Adesso Trane piaceva proprio a monk
senza un chaser da bere fino all’ultima
goccia. & Trane avvistato all’altezza del sesto o settimo
pianeta della

Theloniousfera.

Dove le pompe antincendio urlavano i blues
& la notte aveva una bocca lucente
& scacciava robe volanti.

(Amiri Baraka)

quando sei tu

Il tempo è contro di noi
ma questo accade solo perché
non è bene raggiungere
la felicità a passi troppo brevi.

Ci vogliono notti bianche
scambi febbrili di notizie
potenzialmente letali
e interruzioni del fiato

prima di te – prima
delle parole – ma soprattutto
prima del silenzio:
hai mai notato

come brillano i tuoi occhi
quando non parli – quando
nemmeno ci stai pensando
quando sei tu – in piena luce.

c’è…

 

C’è una donna.
Ha grandi occhi neri, dita lunghe, un petto da uccellino. A volte vola talmente vicina alla felicità che si brucia la punta delle ali e poi scappa.
Mi somiglia, in questo. Abita gli angoli in penombra, quando le capita di fissare il sole si meraviglia dei colori.

C’è una donna ed è mia sorella. L’ho saputo tardi, ma quando l’ho saputo ho anche saputo di saperlo da sempre.
La mia sorellina è alta e vive lontana da me, ma è anche piccola piccola e sta in un cantuccio della mia gabbia toracica di cui solo io possiedo la chiave. Ogni tanto la sento muoversi, con un brusio lieve, con quello stesso frullo d’ali che fanno i pettirossi quando abbandonano il suolo.

C’è mia sorella che mi parla, quasi sempre da lontano. C’è mia sorella e ci sono io, ma non è vero, perché c’è una sola persona, solo che qualcuno l’ha spezzata in due e ha lasciato che le due metà se ne andassero in giro per il mondo.
Poi si sono incontrate, è vero. E da allora, di tanto in tanto, attraversano porzioni di pianeta per ricongiungersi.

C’è la mia sorellina che è bella, bella, bella. C’è la mia sorellina che ha due cuori, e i due cuori fanno rissa l’uno con l’altro, e la mia sorellina ha tanti lividi sul petto che vorrei curare e non posso.
Una volta l’ho abbracciata e l’ho sollevata dal suolo, e non pesava nulla, non pesava più di un soffio di brezza, perché non ero io a sollevarla, era lei a venirmi incontro, a cercare il suo posto tra le mie braccia.

 

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quasi trasparente

Mi chiedo – ogni volta che ne vedo
una – come facciano a tenersi insieme
le libellule – come funzionino
quegli oganismi così estesi in lunghezza
e così poco in larghezza.
Questa ad esempio che continua
a restare sospesa sulla verticale
della mia testa: è quasi trasparente –
un segmento nero e azzurro – appena
si ritaglia contro il cielo.
Le libellule sono immutate
da milioni di anni: qualcosa
ci dev’essere – in quella struttura
così leggera – che le rende indistruttibili.
Poi penso a te – al nero vibrante
dei tuoi occhi ai tuoi polsi sottili
all’articolazione delle tue dita –
e mi dico che nulla potrà spezzarti
e che voglio restarti vicino
offrirti un appoggio quando
te ne serve uno – una pausa
di tepore prima
di riprendere il volo.

“pulchra enim sunt ubera…”

veronese venere marte cupido cane edinburgh

L’uomo in ombra non ha occhi
se non per la carne bianca
libera finalmente dall’oro
che la opprimeva

lei del resto
non oppone resistenza
distratta com’è dall’oro
e dalle carni bianche

ritratte per l’assalto
del batuffolo bianco e dorato
che ritorce – finalmente
la sinusoide degli sguardi

(rimarrà sospesa – per sempre
la caduta dell’ultimo
lembo di stoffa – quello
che donerebbe i capezzoli alla luce).

 

 

nell’immagine: Paolo Veronese, Marte, Venere e Cupido con un cane
(Edinbugo, National Gallery of Scotland)

autoritratto in forma di nulla

Ciò che davvero vorrei essere
è un poeta minore un Floro un Ausonio
un retore blasé lo scoliasta
di un’età argentea

vorrei somigliare a un paese senza nome
un cerchio di campanili e finestre vuote
intravisto in piena corsa nello specchietto
ignoto alle mappe

sarei una lingua ugro-finnica
o un dialetto prossimo all’estinzione
una grammatica fortemente atipica
irta di ergativi

avrei tutto il tempo di prepararmi
all’amore postumo geloso
dedicandomi nel frattempo
a coltivare la polvere.