felicità e angurie

“La felicità è come il rosso della polpa di un’anguria, non la puoi vedere se non la spacchi, però la puoi annusare, senza l’odore di una musa un poeta si ammala, ha la tentazione di spaccare l’anguria […]. Non è come gli altri uomini che vedono solo le immagini, lui sente l’odore delle immagini, vuole uscire dal labirinto.”

Andrea Gruccia, “Capelvenere”, Marco Saya Editore, 2016

descrizioni estive

GENERAZIONI
Genovesi. Papà sui quarantacinque, semicalvo, leggera pinguedine, barba di un paio di giorni: il ritratto della bonomia. Figlio unico, Leo, cinque anni: biondino, bocca fornita di due labbra enormi, vermiglie, che quasi non riesce a tenere chiuse.
Mamma e nonna si somigliano moltissimo, ma la nonna sembra più giovane; sorride sempre, saluta a gran voce, mentre la mamma pare sempre tenere il broncio, non sa a chi o cosa.

VIVAVOCE
Bresciani. Genitori, due figli, due nonni. La nonna: incapace di star zitta. Mai sentita tacere per più di dieci secondi: parla ai nipoti, raccomanda creme da sole e cappellini, propone paseggiate, consiglia la dimensione dei castelli di sabbia, poi prende il cellulare e (sempre, rigorosamente, in viva voce) telefona alla figlia, la informa sui movimenti dei pargoli, chiama un agriturismo e prenota l’acquisto di venti litri d’olio, discute con il marito l’acquisto appena effettuato; poi si ricomincia daccapo.

SQUADRA PULIZIE
Le gemelline olandesi del bungalow di fronte, entrambe biondo platino. Una con il caschetto, l’altra con i capelli lunghi; una in rosa, l’altra in azzurro; spazzano con vigore il piazzaletto fino ad eliminare qualunque traccia di sabbia.

CIMINIERE
Madre, padre, figlioletto di circa quattro anni. La madre fuma, di continuo, una sigaretta via l’altra, senza intervalli, strane sigarette dalla carta bruna. La brezza di mare ci getta contro zaffate di fumo acre e pestifero.

VIVE LA FRANCE
Francesi. Madre e due figli. La mamma ha una voglia bianca a forma di T alla base della schiena. Il figlio maggiore, dodici anni circa, alto e allampanato, con una gran zazzera riccioluta che lo fa somigliare a un pino marittimo. Il fratellino, sette-otto, sta sempre sotto l’ombrellone, da solo. Gioca spesso con delle bocce. Ha i capelli neri e gli occhi grigi. Il papà non c’è.

VALCHIRIE
Gli urlatori olandesi. Due famiglie, con sei o sette figli (tutte femmine tranne un maschio), non ho ben capito come distribuiti. I genitori, bolsi e appesantiti, berciano e ridono a gran voce. Le femmine, tra i due e i sette anni, diverse per dimensioni ma identiche per fisionomia. Il figlio, sui sedici o diciassette, uno spilungone biondo con una faccia che pare uscita da una film sulle SS; prima di fare il bagno prende la rincorsa ed esegue, sulla battigia, un salto mortale con avvitamento.

MR & MRS TATTOO
Coppia giovane, sulla trentina. Tatuati dalla testa ai piedi, passando per petti, schiene, braccia, mani, gambe, visi.
Tra i più evidenti, lui ha sul dorso un enorme, complicatissimo intreccio di angeli, note musicali, fiamme, triangoli con l’occhio al centro e ankh egizi; sul braccio destro una sorta di intreccio di spirali maori che verso il polso si tramutano in scaglie di serpente; sul petto la scritta LEARN GROW IMPROVE FAMILY in caratteri gotici.
Lei ha sulla gola un cuore contornato da ali di farfalla, sullo zigomo sinistro una scritta, un’altra sopra il sopracciglio destro, un ghirigoro su quello destro che scende a mo’ di basetta, un diadema lungo la fronte.
Hanno un bimbo di pochi mesi, tutto guance, che ride di continuo.

I POMICIONI
Altra coppia giovane. Entrambi abbronzatissimi, color cioccolata, con grossi occhiali da sole in tinte fluo.
Lei, bassa e rotondetta, perpetuamente in topless (mai vista con la metà superiore del bikini), con ridottissimi tanga; tettine piccole e sode. Lui completamente depilato, capello ossigenato, rasato fino alle tempie. Ha tutto un repertorio di costumini slip aderentissimi, che esibiscono il pacco su cui lei sovente pratica degli allegri popi-popi.
Hanno l’ombrellone a due metri dal (frequentatissimo) bar della spiaggia e si producono senza sosta in un ricco e fantasioso kamasutra di abbracci, baci, amplessi e reciproci avvolgimenti al limite del contorsionismo.

IGIENE
Il vicino di bungalow, tutte le mattine, appena sveglio, esce in veranda, esegue una vigorosa serie di scatarrate e poi sputa quanto prodotto tra gli aghi della pineta.

TUNZI-TUNZI
La bellezza di avere una spiaggia senza bar (e quindi senza musica) è stata infranta dalla costruzione di un baracchino in legno – piuttosto di buon gusto, devo ammetterlo – dal quale arrivano incessanti le pulsazioni dei bassi.

LA FAMIGLIA PRECISINI
Il papà ha una lunga faccia da topo. Ogni mattina arriva in spiaggia con due bustoni colmi di spesa, della quale enumera composizione e destinazione (spuntino, pranzo, merenda). La mamma non parla quasi mai.
I due figli piccoli, maschio e femmina, passano il tempo a bisticciare. Poi si scoprirà che il maschio, il più petulante e lagnoso, è in realtà un nipote, figlio della sorella di lei.
La figlia maggiore è un’adolescente sui tredici-quattordici anni, bellina, in quell’età nella quale la ragazza ha ormai preso quasi del tutto il sopravvento sulla bambina, ma gli arti sono ancora affusolati, il piedi lunghi, il seno piccolo e alto, senza la pienezza della donna. In contrasto con il corpo, il viso è rimasto piccolo e tondo, con il nasino a patata e le lentiggini.

GENERAZIONI (2)
Il papà , sui quarantacinque, e il figlioletto, cinque, pedalano in pineta cantando in coro: “Jeeg va, cuore acciaio, Jeeg va…”.

CHI PORTA I PANTALONI?
Veneti. La moglie ha un pettone debordante e una trippa che penzola fin sugli slip del costume. Appena arrivata, illustra con autorevolezza al marito l’intera topografia del Golfo di Baratti e dell’Arcipelago Toscano (“Mi son fatta spiegare per bene al bar!”).
Durante la giornata, urla di continuo, con una voce acuta e petulante, che penetra nei timpani come un trapano. Critica tutto e tutti: il mare (“Io lì non ci entro, perché il pomeriggio è U-NO SCHI-FO, con tutte quelle alghe, neanche il lago è così!”), i figli (“Viola, ti prego, devi spostare la sdraio, ma uno dice le cose dieci volte, poi perde la pazienza”), ma soprattutto il marito, qualunque cosa faccia (“Ma come! Li hai tenuti in acqua UN’ORA E MEZZA!! Hanno le labbra BLU!!!”).
Lui, alto e corpulento, peloso, barba brizzolata, non replica mai. La sera lo incrocio al bar, che compra un gelato alla bambina sussurrandole: “Su, su, mangialo in fretta, che se ci scopre la mamma…”

CROMATISMI
Due coppie di tedeschi giovani.
Le ragazze: una bruna, segaligna, occhialuta, senza seno, sulla schiena il tatuaggio di una croce avvolta dalle rose; l’altra bionda, carnagione bianca, forme morbide e burrose, zigomi alti e occhi di taglio slavo, un enorme tatuaggio sul davanti della coscia destra, con due rose intrecciate, un fiore di loto poco sotto l’ascella. Vanno sempre a fare il bagno insieme.
I ragazzi: del tutto unremarkable, praticamente trasparenti, non fosse per l’abbondanza di tatuaggi; sono accoppiati cromaticamente: il moro con la bruna, il biondino con la pallida. Non fanno mai il bagno, rimangono sotto l’ombrellone e bevono birra.

SCHWARZY
Papà cinquantenne, palestratissimo, capello corto stile marines, biondo (tinto?), occhiali a specchio. La moglie è una donnina dimessa, la cui voce non si sente mai. Il figlio, quattro anni, occhi azzurri, grandi orecchie a sventola, va sempre in giro con il ciuccio e viene portato in giro con il passeggino.

MAMMA (MORMORA LA BAMBINA)
Ultimo giorno di vacanza. Ci si avvicina una signora nervosa, che ci chiede se quello è l’ombrellone numero 26. Viene fuori che per un disguido le hanno assegnato il nostro. Andiamo a segnalarlo alla reception.
È con una bimba di quattro o cinque anni, che rimane a qualche metro di distanza, all’ombra della graticciata. La mamma le dice di prendere la rete che contiene i giocattoli; la bimba non lo fa; la mamma glielo ripete; la bimba rimane immobile. La mamma sferra un calcione alla rete dei giochi, che colpisce la bimba in piena faccia. La bimba comincia a piangere. La mamma: “Su, dai, Giulia, che non l’ho mica fatto apposta!”. Poi la ignora e torna a battibeccare con la ragazza alla reception.

SMOKING / NO SMOKING
Parco Zoomarine di Torvaianica.
Genitori campani, tatuatissimi, sui trentacinque-quaranta; figlia dodicenne, figlio sui sette anni.
I genitori fumano come ciminiere. Il padre si accende l’ennesima sigaretta, ma prima di metterla in bocca la porge al figlio e fa: “To’, comincia a fumare, che ti fa bene”.
Il figlio, smarrito, fa segno di no. Spero che il padre scherzasse, ma non ci giurerei.
(Pochi minuti dopo, si gira verso di noi e chiede: “Arriva, il fumo?”).

PICCOLE DIVETTE CRESCONO
Sempre lì, a Zoomarine. Animazione in piscina.
Uomini cinquantenni con la panza e donne dai fianchi strabordanti ballano felici “L’aviatore se ne va”, tra grandi spruzzi d’acqua clorata.
Poi, il giochino: chi canta più forte vince una granita. L’animatrice (Perla) avvicina il microfono a una bimbetta di quattro o cinque anni, che comincia a urlare a squarciagola: “ASPETTA CHE TI MOSTRO IL CA… CHE ME NE FREGA!!!!”. Poco dopo, la rivedo che si agita sul palco insieme alle animatrici, bardata come loro in toppino nero e pareo. I genitori la guardano, soddisfatti e orgogliosi.

poeti e zanzare

Mentre in grembo a la madre Amore un giorno
dolcemente dormiva,
una zanzara zufolava intorno
per quella dolce riva;
disse allor, desto a quel sussurro, Amore:
«Da sì picciola forma
com’esce sì gran voce e tal rumore
che sveglia ogun che dorma?»
Con maniere vezzose
lusingandogli il sonno col suo canto
Venere gli rispose:
«E tu picciolo sei,
ma pur gli uomini in terra col tuo pianto
e ‘n ciel desti gli dèi».

* * *

Questa lieve zanzara
quanto ha sorte migliore
de la farfalla che s’infiamma e more!
L’una di chiaro foco,
di gentil sangue è vaga
l’altra che vive di sì bella piaga.
Oh fortunato loco
tra ‘l mento e ‘l casto petto!
Altrove non fu mai maggior diletto.

* * *

Invidia la morte di una zanzara

Tu moristi in quel seno,
piccioletta zanzara,
dov’è si gran fortuna il venir meno.
Quando fin più beato
o ver tomba più cara
fu mai concessa da benigno fato?
Felice te, felice
più che nel rogo oriental Fenice!

(Torquato Tasso, Madrigali)

quiz

Ogni tanto mi diletto di questi giochini…
Il testo che leggete qui sotto è il ricalco (metrica, rime) di un celebre testo di un altrettanto celebre autore.
Chi indovina?

* * *

Guardando i miei figli, nel lettone

“Io non merito tanto”
penso mentre la pelle
mi si accappona, mentre giaccio accanto
a due respiri, a due lune gemelle.
“Perché mai mi ha sorriso la fortuna”,
mi dico, rimboccando meglio un lembo
del lenzuolo un po’ sghembo,
“tanto che per me l’una
e l’altro adesso illuminano a giorno
la notte tutto intorno?”
Oh, testarda indomabile accanita
vita della mia vita…

cinque poesie di Michael S. Harper

DOV’È ADESSO LA MIA DONNA: per Billie Holiday

i pioppi piegati all’indietro
più verdi e più radi
sul lato sopravento
dov’è adesso la mia donna
nella pioviggine del nord
perde le foglie deboli
e la corteccia invernale
le piogge fino ai pendii
i papaveri avviliti
ci sono passeri sui declivi
si bagnano come pecore
nel fango di primavera
dov’è adesso la mia donna

* * *

IL BLUES DEL VILLAGGIO
(da un racconto di John O. Stewart)

Gli uccelli schizzano
nelle palme azzurre
i tagliatori di canna aspettano,
l’uomo indugia
sei metri più in alto;
aspettano il prete.
Le mosche cavalcano la carcassa
che come un turacciolo ondeggia in cerchi.
La luce dell’est la spinge verso ovest.
Arriva il prete, un uomo
affondato nel rum,
la faccia scartavetrata
in un belletto di crepe
e capillari rotti.
Ha il dovere di tagliare
questo frutto
di questo tranquillo villaggio
e mentre arriva barcolla lentamente.

* * *

IL CANCELLO

Più vero del fioco
trapassare del tuo sospiro
io scruto sperando nella quiete.
La luce sta svanendo,
i miei occhi si abituano
al traffico, denso
nel suo moto folle.
Mentre scende il buio,
mi perdo nelle meccaniche
del suo sconfinare.
Se ne fossi capace
non lo tratterrei.
Donna, tu sostieni
di essere aperta
alla sfida che ti offro,
che la notte è nera come
il tuo più scuro grandioso desiderio,
e che tu canti
nella speranza eccezionale
che io sia il tuo compimento.

* * *

ATTERRAGGIO NEL MAINE

Mai prima d’ora,
e due volte in una settimana,
ho guardato fuori
nell’oblio e nella rabbia,
sonori e puntuali,
della vicina base aerea.
Bruciano il carburante
in eccesso, con rigore
di cecchini;
gli olmi stanno morendo
per qualche virus virulento;
eppure è metà marzo
la neve è arretrata
e ritornata,
e non c’è niente
nel vento; niente musica.

* * *

ECHI: DUE

Per cinque ore i due stampi
del tuo viso non spariranno.
Sento la forma della tua testa,
la superficie scura, le linee sottili
che gonfiano la nuca;
per quelle linee il tuo sorriso è un porto.
Amare è imparare a memoria l’amata,
fermarsi un momento spaventati
dal quel ricordo, non scordare
nulla di quel ricordo
di cui sono persi i dettagli.

(da “Dear John, Dear Coltrane”, 1970 – traduzioni mie)