frammenti di un monologo

Non tornarmi in mente, ti prego. Ho bisogno di dimenticarti.
Non farlo più.
Il tuo ricordo mi interrompe durante attività indispensabili. Mi impedisce di contare gli spiccioli del resto, di sorvegliare la cottura della pasta.
Oggi dovevo scrivere duemilacinquecento battute e invece ho perso tempo a schizzare un tuo ritratto, perché il lato interno dell’occhio si rifiutava di assumere la giusta curvatura, dico quell’angolo che piega prima in basso e poi subito verso l’alto, e che è così importante riuscire a disegnare con precisione perché tu sia tu.
Non visitarmi. O almeno chiedimi il permesso.
Mi provochi sogni collosi, materia zuccherina che non va mai via del tutto e scrocchia quando per sbaglio ci passo sopra.
Mi fai fare tardi agli appuntamenti. Sento il tuo odore dove non sei mai stata né mai potresti essere.
Non avevo pensato a te per cinque giorni almeno. Era stata una settimana di tranquilla disperazione, in cui uscivo a guardare il sole delle sei e mezzo tracciare attraverso la strada ombre nitide e del tutto soddisfacenti.
Anche adesso, che cosa ci faccio qui a scriverti? Tu non risponderai mai a questa lettera che io mai ti spedirò, come non rispondevi agli abbracci e alle poesie, e la tua gabbia toracica così stretta e fragile sembrava sempre tendere in direzione contraria, non c’erano muscoli che valessero, la tua era assenza anche quando c’eri, un vuoto solido, un campo carico di polarità repulsive.
Quella che sento pungere è la galla in cui tu stessa ti sei racchiusa, quella su cui per settimane, per mesi mi sono sbucciato le nocche.

sotto il cielo di Capitanata

Essere deraciné, a volte, ha anche i suoi vantaggi.
I più attenti, fra i miei ventiquattro lettori, ricorderanno che, un paio d’anni fa, venni inserito (in virtù della mia peruginità d’adozione) in un’antologia di Poeti umbri contemporanei.
Ora esce, a cura di Canio Mancuso e Raffaele Niro, un numero monografico della rivista Quaderni dell’Orsa, intitolato “Sotto il più largo cielo del mondo. Trenta poeti dauni”. Riunisce una scelta di voci poetiche nate fra il Gargano, il Tavoliere e il Subappennino.
I curatori hanno voluto generosamente includere, fra cotanto senno, anche il vostro blogger. Che così può tornare, almeno in forma di parole stampate, sotto il cielo natìo da lungo tempo abbandonato.
Il volume comprende anche un contributo dell’amico Antonio Lillo, che parla della mia poesia.

Presentazione in anteprima giovedì 11 febbraio alle ore 19, presso l’Associazione Culturale Provo.Cult, in via San Nicola n. 14 a San Giovanni Rotondo (FG).

petite prose en jaune

(leggendo Manuale di insolubilità di Greta Rosso)

Gente cammina in riva al mare, un pomeriggio di gennaio.
Due ragazze al binario accolgono un’amica con lunghe grida e sbattere di tacchi.
Ho salutato G., che è minuscola a quarant’anni come lo era a sedici.
Questo rimane, tolte le parole.
Credevo, scalcando, di trovare le ossa, anche solo una capriata contro il cielo pulito.
Invece tutto sta su per miracolo. Per forza d’invenzione.
Tutto è e non è. Quanto più lenti i legami, più densa l’aria. Il muro conserva qualcosa delle voci.
Che ne dici di gettarci con gioia, il petto steso all’inevitabile? Nessuno offre garanzie, solo impegni a scadenza, brevi pause fra un sonno e l’altro.

 

un amante deluso

Da una donna mi tolgo
che più non voglio amare,
poiché altra via non tiene
se non quella obliqua.
Sempre le fui sincero
senza alcuna bugia
e in fede mia l’amavo
più di ogni altra cosa.
Faccia ora ciò che vuole,
da me non avrà impegno.

 

Di più vale una bolla
che una donna che è tale
da prendere e lasciare:
ciò non è cortesia.
La sua faretra spesso
presta senza fatica,
secondo ciò che credo,
perché dà gran mercede
e bene lo so io
come lo sanno molti.

 

Neanche una prugna secca
darei per il suo amore.
Può farmene carezze
(perchè dovrei celarlo?)
se la vedo ne ho noia.
Solo non potrei fare
una cosa – sapete
perché? – […].
Dio, che mi sorregge,
le dia ciò che si merita.

 

È molto decaduta
la bellezza che aveva,
non le giova borace
né cosmetico alcuno.
È giusto che oramai
la gioventù la schivi
e così le par bene.
Chi giunge sul suo scoglio
male gliene incoglie
e sempre farà peggio.

 

Raimbaut de Vaqueiras (1165-1207)
(traduzione mia)

autoritratto con cranio di volpe

Nel mio volto che tutti dicono
più giovane della mia età
io indovino la mia faccia di vecchio
e la cosa non mi dispiace
purché il processo avvenga
per asciugatura – aderendo il più
possibile agli zigomi. La meta
è la forma pura – il suono secco
che dava il cranio di volpe quando
ne saggiavo col dito la durezza
(l’avevo raccolto apposta
mi erano piaciuti i canini
la cartilagine delicata che riempiva
le narici e soprattutto gli archi
perfetti degli zigomi – l’avevo
ripulito dalla terra e ogni tanto
tornavo a spolverarlo).