les mauvaises mots

(da una riflessione di Silvia Vecchini)

Le poesie dicono quel che gli pare
e non c’è modo di metterle a tacere.
Tranne ucciderle in culla ovviamente
ma non è mica facile
perché muoiono solo le più deboli
le altre ti perforano il petto
spalancano il becco
reclamando l’esistenza.
Devi sperare che prendano
presto il volo
per sbarazzarti del nido vuoto
e goderti un attimo di pace.

stagioni

La ruota

Invochiamo d’inverno primavera,
in primavera invochiamo l’estate;
se risuonano siepi rigogliose,
niente – giuriamo – è meglio dell’inverno;
però poi nulla più ci sembra buono,
perché la primavera non arriva…
E non sappiamo che ci turba il sangue
soltanto il desiderio della tomba.

(W.B. Yeats – traduzione mia)

The Wheel // Through winter-time we call on spring, / And through the spring on summer call, / And when abounding hedges ring / Declare that winter’s best of all; / And after that there’s nothing good / Because the spring-time has not come — / Nor know that what disturbs our blood / Is but our longing for the tomb.

battigia

Quel che mi manca in questo mare
deserto lo supplisco
con la terminologia: vongola cozza
ostrica tellina patella
canolicchio (e più o meno
fin qui ci arrivo da solo)
poi si tratta
di associare all’immagine il nome
– piede di pellicano lumachina
murice turritella cardium pecten
canestrello – nella speranza
che il sostantivo riattivi le papille
il guscio infranto
sotto i molari l’agonia salata.

due poesie di Nicola Gardini

La duna non ci deluse. Sopra non c’era niente.
L’azzurro restava ad altri due, un uomo e una donna.
Per ora. La macchina andava bene. Dimmi che è così
o faccio qualcosa di imprevedibile, ti penso
o magari mi rimetto a dormire con l’accappatoio
che ci avevano rubato in un vecchio sentimento
davanti al cielo del dopocena. Che buono il latte al buio.
Che freddo almeno da cui non perderti, piangi nella vasca.
Tu sì che sai stare in macchina.
I tavolini vanno ripasssati, non vede?
e non mi parli con quella lingua, o me la invento.
Aspettami dentro, nell’azzurro, sì, se ne resta,
se ti interessa. Quel volto non è giusto, però,
anch’io ho sonno, e ho fatto tutte le telefonate fattibili…
La cena basterà. E l’autunno di una notte,
la notte di sempre che riprende per poco
nel sonno, nell’azzurro, anche noi non più noi,
si avvicinerà da una finestra, aspetta.
Libera la mano da tutto. “Sii contenta”.

(da “Le cose non accadono”, Atelier, 21, marzo 2001)

* * *

Lu dialètt

“Ardìll’ n’ata vòt'”, m’ sfuttèv’n’
l’ guajùn’ d’lu paès. I’ ci arpruvàv:
“Banchìt”. E r’dev’n’, p’chè aghèss
i’ ci iav sol’ dù tre misch l’ann’
e c’ tùtt’ parlàv’ l’italiàn’.
“Nòn; t’ dà mbarà: ‘bban-ghì-tt'”.
E m’arfr’càv’n’. “Arvàtt’n’ a Milàn,
cu'”. Nu cardill’ candàv’ dendr’a na gabbja.
Armanèv sul’. Màngh ghì l’ sapèv allòr’
ch’i’ sòngh su dialètt.

Il dialetto. “Ridillo un’altra volta”, mi sfottevano / i bambini del paese. Riprovavo: / “Panchetta”. E ridevano, perché lì / andavo solo due tre mesi l’anno / e con tutti parlavo italiano. / “Noo; devi imparare: ‘Pan-chet-ta'” / E mi rifacevano il verso. “Tornatene a Milano, / corri”. Un uccellino cantava in una gabbia. / Restavo solo. Neanch’io lo sapevo allora / che io sono quel dialetto.

(dialetto di Petacciato, Campobasso)
(da “Nind”, Edizioni Atelier, 2002)

piccola cosa azzurra

Oggi sono
Una piccola cosa azzurra
Come un piccolo pezzo di marmo
O un occhio
Con le ginocchia contro la bocca
Sono perfettamente rotonda
Ti guardo
Sono fredda contro la tua pelle
Tu sei perfettamente riflesso
Sono persa nella tua tasca
Sono persa contro le tue dita
Cado dalle scale
Saltello sul marciapiede
Sono gettata contro il cielo
Piovo in pezzi
Mi disperdo come luce
Oggi sono
Una piccola cosa azzurra
Fatta di porcellana
Fatta di vetro
Sono fredda e liscia e curiosa
Non batto mai le palpebre
Giro nella tua mano
Piccola cosa azzurra

dark side, bright side

Elena: dal greco ‘Ελενη (Helene), di etimologia incerta,
 forse riconducibile a ‘ελενη (helene), “fiaccola”,
con il significato di “splendente, luminosa”;
altri lo ricollegano a Σεληνη (Selene), la luna,
identificandovi un’antica divinità lunare.

Se solo la vedessi quella luce
come la vedo io – fiaccola
fiamma ostinata –
o candore infrangibile
lama dolcissima.

(Lo so tu vedi il buio ma
fidati – sono o non sono
il tuo specchio
l’altra metà del tuo volto?)