comme te si ncantata…

Maggio. Na tavernella
ncopp’ ‘Antignano: ‘addore
d’ ‘anèpeta nuvella;
‘o cane d’ ‘o trattore

c’abbaia: ‘o fusto ‘e vino
nnanz’ ‘a porta: ‘a gallina
ca strilla ‘o pulicino:
e n’aria fresca e ffina

ca vene ‘a copp’ ‘e monte,
ca se mmesca c’ ‘o viento,
e a sti capille nfronte
nun fa truvà cchiù abbiento…

Stammo a na tavulella
tutte e dduie. Chiano chiano
s’allonga sta manella
e mm’accarezza ‘a mano…

Ma ‘o bbì ca dint’ ‘o piatto
se fa fredda ‘a frettata ?…
Comme me sò distratto !
Comme te sì ncantata !…

Salvatore Di Giacomo
(da “Vierze nuove”, 1901)

quattro poesie (in versi e in prosa) di Jaime Sabines

Che cazzo posso fare con il mio ginocchio,
con la mia gamba così lunga e così debole,
con le mie braccia, con la mia lingua,
con i miei occhi deboli?
Che c’entro io con questo casino
di idioti di buona volontà?
Che c’entro io con intelligenti putrefatti
e con dolci bambine che non vogliono un uomo ma solo poesia?
Cosa posso io tra poeti uniformati
dall’accademia o dal comunismo?
Cosa, tra venditori o politici
o pastori di anime?
Che cazzo ci posso fare, Tarumba,
se non sono un santo, né un eroe, né un bandito,
né un adoratore dell’arte,
né un farmacista,
né un ribelle?
Che ci posso fare se posso fare tutto
e non voglio fare altro che guardare e guardare?

(da “Tarumba”, 1956)

* * *

Ti amo alle dieci del mattino, e alle undici, e a mezzogiorno. Ti amo con tutta l’anima e con tutto il mio corpo, a volte, nei pomeriggi di pioggia. Però alle due del pomeriggio, o alle tre, quando mi metto a pensare a noi due, e tu pensi al pranzo o alle faccende domestiche o ai diversivi che non hani, comincio a odiarti sordamente, con la metà dell’odio che ho per me.
Poi ti amo di nuovo, quando dormiamo e sento che sei fatta per me, che in qualche modo me lo dicono il tuo ginocchio e il tuo centre, le mie mani me ne convincono, e non esiste altro luogo dove io venga, dove io vada, migliore del tuo corpo. Tu mi accogli con tutta te stessa, ed entrambi scompariamo un istante, ci mettiamo nella bocca di Dio, fino a che non ti dico che ho fame o sonno.
Tutti i giorni ti amo e ti odio irrimediabilmente. E ci sono anche giorni, ci sono ore, in cui non ti conosco, in cui mi sei estranea come la donna di un altro. Mi preoccupo degli uomini, mi preoccupo di me, mi distraggono le mie pene. È probabile che non penserò a te per molto tempo. Chi potrebbe amarti meno di me, amore mio?

(da “Diario settimanale e poesie in prosa”, 1961)

* * *

Si dice, si vocifera, dicono nei salotti, alle feste, uno o pochi informati, che Jaime Sabines è un grande poeta. O almeno un buon poeta. O un poeta decente, stimato. O semplicemente un vero poeta.
La notiza giunge a Jaime e lui si rallegra: che bellezza! Sono un poeta! Sono un poeta importante! Sono un grande poeta!
Convinto esce fuori, o va a casa, convinto. Ma per strada nessuno, e a casa ancora meno: nesuno si rende conto che è un poeta. Perché i poeti non hanno una stella sulla fronte o una luce visibile o un raggio che gli esce dalle orecchie?
Mio Dio!, dice Jaime. Devo essere un papà un marito, o lavorare in una fabbrica come uno qualsiasi, o camminare, come uno qualsiasi, come un pedone.
Proprio così!, dice Jaime. Non sono un poeta: sono un pedone.
E questa volta se ne sta sdraiato sul letto con un’allegria dolce e tranquilla.

(da “Altre poesie libere”, 1973-74)

* * *

Adoro Dio. È un vecchio magnifico che non si prende sul serio. Gli piace giocare e gioca, e a volte perde definitivamente il controllo e ci rompe una gamba o ci schiaccia definitivamente. Però questo succede solo perché non vede bene ed è abbastanza goffo con le mani.
Ci ha inviato dei tipi eccezionali come Buddha o Cristo o Maometto, o mia zia Chofi, affinché ci dicano di comportarci bene. Ma lui non se ne preoccupa molto: ci conosce. Sa che il pesce grande mangia il pesce piccolo, che la lucertola grande mangia quella piccola, che l’uomo mangia l’uomo. E per questo ha inventato la morte: perché la vita – non tu né io – la vita sia per sempre.
Adesso gli scienziati se ne escono con la loro teoria del Big Bang… Però che importanza ha se l’universo si estende infinitamente o si contrae? Questo è un fatto che interessa solamente alle agenzie di viaggio.
Adoro Dio. Ha messo in ordine le galassie e distribuisce bene il traffico sul cammino delle formiche. Ed è così giocherellone e dispettoso che l’altro giorno ho scoperto che ha inventato – contro l’attacco degli antibiotici – dei batteri mutanti.
Vecchio saggio o bambino esploratore, quando smette di giocare con i suoi soldatini di piombo edi carne e ossa, crea campi di fiori o dipinge il cielo in modo incredibile.
Muove una mano e crea il mare, ne muove un’altra e crea le montagne. E quando passa sopra di noi, restano le nubi, pezzi del suo alito.
Dicono che a volte s’infuria e crea terremoti, e manda tempeste, flussi di fuoco, venti scatenati, acque sporche, castihi e disastri. Ma è tutto falso. È la terra che cambia – e si agita e cresce – quando Dio si allontana.
Dio è sempre di buon umore. Per questo è il preferito dei miei genitori, il prescelto dei miei figli, il più caro dei miei fratelli, la donna più amata, il cagnolino e la pulce, la pietra più antica, il petalo più tenero, l’aroma più dolce, la notte insondabile, lo sfarfallio della luce, la sorgente che sono.
Mi piace Dio, lo adoro. Che Dio benedica Dio.

(da “Altre poesie libere”, 1973-74)

 

Jaime Sabines (Tuxtla Gutiérrez, Chiapas, 1926 – Città del Messico, 1999)
Le traduzioni sono di Angela Saliani, da “Poesia”, XXIX, 315 (maggio 2016)

pantere e giaguari

La pantera
Nel Jardin des Plantes, Parigi

Il suo sguardo, scorrendo sulle sbarre,
è così stanco, che nulla lo ferma:
come se intorno avesse mille sbarre
e dietro mille sbarre, nessun mondo.

Morbido il passo, flessuoso e forte,
gira in cerchi più stretti, ancor più stretti,
come una forza danza intorno a un centro,
dove un’enorme volontà è in letargo.

Ogni tanto, in silenzio, si alza il velo
dalle pupille: e penetra un’immagine,
per la quiete tesa delle membra
va a posarsi nel cuore.

Rainer Maria Rilke

***

Il giaguaro

Le scimmie sbadigliano e si adorano le pulci al sole.
I pappagalli strillano come fossero in fiamme, o passeggiano
come sgualdrine da due soldi per ottenere una nocciolina.
Stremati dall’indolenza, il leone e la tigre

giacciono immobili al sole. Le spire del boa constrictor
sono fossili. Gabbia dopo gabbia pare vuoto, oppure
la paglia respira con il puzzo dei dormienti.
Sembra il dipinto sul muro di un asilo.

Ma chi, come gli altri, corre oltre, arriva a una gabbia
dove la folla sosta, osserva, ipnotizzata, come un bambino
in sogno, un giaguaro infuriato seguire in corsa
i suoi occhi che perforano il buio della prigione

brevi feroci spolette. Non per noia –
gli occhi contenti di essere ciechi in fiamme,
sordo l’orecchio per lo scoppio del sangue nel cervello –
si avvolge tra le sbarre, ma non c’è gabbia per lui

come non lo è la cella per il visionario:
il suo passo è giungle di libertà:
il mondo rotola alla lunga spinta del suo tallone.
Oltre il soffitto della gabbia viene l’orizzonte.

Ted Hughes

(traduzioni mie)

estiva

Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell’albe senza rumore –
ci si risveglia come in un acquario –
dei giorni identici, astrali,
stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca,
stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.

(Vincenzo Cardarelli)

my sweetest choice

Henry Purcell (1659-95), O solitude my sweetest choice Z. 406

Andreas Scholl, controtenore; Ensemble Artaserse
registrato dal vivo a Parigi, 11 dicembre 2010

Da un testo di Katherine Fowler Philips (1631-1664), ispirato a un’elegia di Marc-Antoine Girard, sieur de Saint-Amant (1594-1661)

Testo inglese

O solitude, my sweetest choice!
Places devoted to the night,
Remote from tumult and from noise,
How ye my restless thoughts delight!
O solitude, my sweetest choice!

O heav’ns! what content is mine
To see these trees, which have appear’d
From the nativity of time,
And which all ages have rever’d,
To look today as fresh and green
As when their beauties first were seen.


O, how agreeable a sight
These hanging mountains do appear,
Which th’ unhappy would invite
To finish all their sorrows here,
When their hard fate makes them endure
Such woes as only death can cure.

O, how I solitude adore!
That element of noblest wit,
Where I have learnt Apollo’s lore,
Without the pains to study it.


For thy sake I in love am grown
With what thy fancy does pursue;
But when I think upon my own,
I hate it for that reason too,
Because it needs must hinder me
From seeing and from serving thee.

O solitude, O how I solitude adore!

* * *

Testo originale (tradotto in francese moderno)

Ô Solitude
Ô que j’aime la solitude !
Que ces lieux consacrés à la nuit.
Éloignés du monde et du bruit,
Plaisent à mon inquiétude !
Ô que j’aime la solitude !

Mon Dieu ! que mes yeux sont contents
De voir ces bois, qui se trouvèrent
À la nativité du temps,
Et que tous les siècles révèrent,
Être encore aussi beaux et verts
Qu’aux premiers jours de l’univers !


Que je prends de plaisir à voir
Ces monts pendants en précipices.
Qui, pour les coups du désespoir.
Sont aux malheureux si propices.
Quand la cruauté de leur sort.
Les force à rechercher la mort.

Oh ! que j’aime la solitude !
C’est l’élément des bons esprits,
C’est par elle que j’ai compris
L’art d’Apollon sans nulle étude.


Je l’aime pour l’amour de toi,
Connaissant que ton humeur l’aime ;
Mais quand je pense bien à moi.
Je la hais pour la raison même :
Car elle pourrait me ravir
L’heur de te voir et te servir.

Ô que j’aime la solitude !

vorrei essere diverso

 

La circoncisione di Harry

Harry si guardava allo specchio e non gli piaceva ciò che vedeva
Gli zigomi di sua madre, gli occhi di suo padre
Mentre ogni giorno gli si schiantava intorno, il futuro gli si rivelò
Si stava trasformando nei suoi genitori
L’estremo fallimento

Uscendo dalla doccia, Harry si osservò
L’attaccatura dei capelli sempre più alta, la mandibola leggermente arretrata
Prese il rasoio per cominciare a radersi
E penso: “Oh, quanto vorrei essere diverso”.

Vorrei essere più forte
Vorrei essere più gracile
Vorrei non avere questo naso
Queste orecchie a sventola mi ricordano mio padre
E io non voglio affatto che mi si ricordi
L’estremo fallimento

Harry guardò nello specchio e pensò a Vincent Van Gogh
E con un colpo rapido si mozzò il naso
E tutto soddisfatto fece anche anche un taglio dove c’era il mento
Aveva sempre desiderato una fossetta
La fine di tutte le illusioni
Poi sbirciandosi giù tra le gambe
Harry pensò alla gamma di possibilità
Una nuova vita, una nuova faccia, nessun ricordo del passato
E si tagliò la gola da un orecchio all’altro

Harry si svegliò tossendo
I punti gli facevano fare smorfie
Un dottore gli sorrise da chissà dove, dall’altra parte della stanza
Figliolo, ti abbiamo salvato la vita, ma il tuo aspetto non sarà mai più lo stesso
E quando sentì quelle parole, Harry dovette ridere
Anche se faceva male, Harry dovette ridere
L’estremo fallimento

Lou Reed
(traduzione mia)

l’occhio di Dio_tre poesie di Rómulo Bustos Aguirre

Della difficoltà di acchiappare una mosca

La difficoltà di acchiappare una mosca
è dovuta alla complessa composizione del tuo occhio

È il più simile all’occhio di Dio

Attraverso una rete di minuscoli ocelli
può osservarti da tutti gli angoli
sempre pronta al volo

Sembra che il grande occhio della mosca
non distingua i colori

Probabilmente non distingue nemmeno fra te
che cerchi di acchiapparla
e i resti putrefatti su cui si posa

* * *

Dattiloscopia

Proprio quando muovi il filo con il dito
appare il ragno con tutte le sue zampe, il suo addome, i suoi peli
e i suoi occhi quasi ciechi

Esamina attentamente il tuo dito
i meandri senza centro apparente della tua impronta
l’unghia incurvata e aggressiva, la piccola sporcizia che vi si accumula
Le pelli che si sono indurite a entrambi i lati e sembrano
piccoli corni, è quanto di più familiare gli risulta
Ma non riesce a intuire il resto misterioso su cui ti estendi
con tutte le tue zampe, il tuo addome, i tuoi peli e i tuoi occhi quasi ciechi

Gli appari come una preda strana

Troppo evidente per poterla ignorare
troppo ipotetica per poterla mangiare

Decide che tu devi essere Dio o qualcosa di simile
e si acquatta di nuovo ad aspettare un insetto meno complicato
più pulito e digeribile

* * *

Sacrificale

Il macellaio ha la lingua sciolta
quando parla delle bontà di ognuna delle carni dell’animale. Quasi
assapora le parole.
Il cliente indica un punto esteso nel disegno che è esibito sulla parete
dove sapientemente appare selezionato l’animale nelle sue diverse parti
per la golosa guida del mangiante
Senza dubbio il mangiato non è stato consultato sulla pubblicità
dei suoi visceri
Ah, il mangiatore
Con i suoi bei canini, i suoi raggianti incisivi e i suoi 356 molari

Ma c’è una certa torva beatitudine nella lentezza con cui, a volte, il macellaio
strappa una controfodera, contempla in controluce e separa delicatamente
un pezzo di pelle
Forse, in quegli istanti, qualcuno dentro di lui fantastica: qualche giorno
un arcangelo distratto, confuso nel tempo, verrà e mi libererà
da questo sporco grembiule, fermerà la mia mano nell’aria del mattino
e dirà folgorante:
basta, la tua fede è stata già messa alla prova
Il cliente, appoggiato al bancone, lo guarda con trepidante fulgore
E il fantasticatore vorrebbe indagare sei forse tu il mio liberatore?
ma dice offerente: noce o girello?

Adesso, il macellaio canticchia pigramente mentre pulisce i suoi enormi coltelli

 

Rómulo Bustos Aguirre
(nato a Santa Catalina de Alejandría, Colombia, nel 1954)