l’occhio di Dio_tre poesie di Rómulo Bustos Aguirre

Della difficoltà di acchiappare una mosca

La difficoltà di acchiappare una mosca
è dovuta alla complessa composizione del tuo occhio

È il più simile all’occhio di Dio

Attraverso una rete di minuscoli ocelli
può osservarti da tutti gli angoli
sempre pronta al volo

Sembra che il grande occhio della mosca
non distingua i colori

Probabilmente non distingue nemmeno fra te
che cerchi di acchiapparla
e i resti putrefatti su cui si posa

* * *

Dattiloscopia

Proprio quando muovi il filo con il dito
appare il ragno con tutte le sue zampe, il suo addome, i suoi peli
e i suoi occhi quasi ciechi

Esamina attentamente il tuo dito
i meandri senza centro apparente della tua impronta
l’unghia incurvata e aggressiva, la piccola sporcizia che vi si accumula
Le pelli che si sono indurite a entrambi i lati e sembrano
piccoli corni, è quanto di più familiare gli risulta
Ma non riesce a intuire il resto misterioso su cui ti estendi
con tutte le tue zampe, il tuo addome, i tuoi peli e i tuoi occhi quasi ciechi

Gli appari come una preda strana

Troppo evidente per poterla ignorare
troppo ipotetica per poterla mangiare

Decide che tu devi essere Dio o qualcosa di simile
e si acquatta di nuovo ad aspettare un insetto meno complicato
più pulito e digeribile

* * *

Sacrificale

Il macellaio ha la lingua sciolta
quando parla delle bontà di ognuna delle carni dell’animale. Quasi
assapora le parole.
Il cliente indica un punto esteso nel disegno che è esibito sulla parete
dove sapientemente appare selezionato l’animale nelle sue diverse parti
per la golosa guida del mangiante
Senza dubbio il mangiato non è stato consultato sulla pubblicità
dei suoi visceri
Ah, il mangiatore
Con i suoi bei canini, i suoi raggianti incisivi e i suoi 356 molari

Ma c’è una certa torva beatitudine nella lentezza con cui, a volte, il macellaio
strappa una controfodera, contempla in controluce e separa delicatamente
un pezzo di pelle
Forse, in quegli istanti, qualcuno dentro di lui fantastica: qualche giorno
un arcangelo distratto, confuso nel tempo, verrà e mi libererà
da questo sporco grembiule, fermerà la mia mano nell’aria del mattino
e dirà folgorante:
basta, la tua fede è stata già messa alla prova
Il cliente, appoggiato al bancone, lo guarda con trepidante fulgore
E il fantasticatore vorrebbe indagare sei forse tu il mio liberatore?
ma dice offerente: noce o girello?

Adesso, il macellaio canticchia pigramente mentre pulisce i suoi enormi coltelli

 

Rómulo Bustos Aguirre
(nato a Santa Catalina de Alejandría, Colombia, nel 1954)

allontanati nel sogno_quattro poesie di Horacio Benavides

Ascoltai il tuo pianto, madre
e raccolsi le forze per alzarmi
Era di notte
e mi avviai indovinando la strada
Volli orientarmi col suono
del ruscello
ma l’acqua non si udiva,
solo i cani abbaiavano al mio passare
Questa è la casa di Juan Chilito mi dicevo
infatti erano tre i cani che abbaiavano
Come non dovevano abbaiare se mi mancava la testa
Vado da Pedro Daza
infatti sono quattro o sei ad abbaiare
tornavo e mi dicevo
Come non dovevano abbaiare
se mi mancavano le gambe
Alla fine trovai la tua casa, madre
La tua casa come una nube bianca
fra tanta nerezza
Pensai che dormisse spossata dalla pena
e non volli svegliarti
e me ne andai da dove ero venuto

* * *

– Non smettono di passare le mule,
passano nella mia testa
o sono mule in carne e ossa
cariche di caffè verso il porto?

Verifica dalla finestra

– Alla finestra sto
è da un po’ infatti che le sento,
quelle mule portano un altro carico,
lo stesso che ti toglie il sonno

– Portano oro?

– Qualcosa che vale più o meno dell’oro,
cadaveri sulle loro groppe

Le teste senza sangue dei morti
illuminano le strade deserte

* * *

– Sicuro che sono le api a ronzare
intorno ai cavalli che mangiano la canna?

– Sì, figlio, sono le api

– Sicuro che uno è il cavallo nero
e l’altra la puledra saura?

– È così, uno è il cavallo al passo di tuo padre
e l’altra la puledra saura di tuo nonno

– Sicuro che è una mattina di sole
e i cavalli ciondolano la testa mentre mangiano?

– Dici bene, figlio, i cavalli sonnecchiano
e ciondolano la testa per la calura

(Come dirgli che non si vede niente
e che a ronzare sono le mosche
sui nostri colpi insepolti)

* * *

Sono cessate le grida di dolore
e di spavento
e la notte scende
sopra i monti orfani

Chiudo i tuoi occhi
bacio la tua fronte,
gli assassini dormono ubriachi
sulle tavole delle osterie

Allontanati nel sogno, figlio
e non volgere lo sguardo
a questa terra maledetta

Horacio Benavides
(nato a Bolívar, Colombia, nel 1949)

fanciulle e seni_quattro poesie di Andreas Embirikos

Ragazza

La casa brulica di gioia
Come una brocca piena di latte al sole
Una fanciulla alla finestra di nascosto
Offre i suoi seni ai colombi.

Le mammelle pulsano ricolme
E i capezzoli sono eretti
Gli uccelli le succhiano
E il latte trabocca all’improvviso.

* * *

I dardi

Una fanciulla in un giardino
Due donne in un vaso di fiori
Tre fanciulle nel mio cuore
Senza limiti senza condizioni.

Una palma di mano su un vetro
Una palma di mano su un seno
Un bottone che si sbottona
Una mammella che si scopre
Mentre il Sagittario con i dardi
Brilla lassù in cielo
Senza limiti senza condizioni.

* * *

Sipario notturno

La tramontana coprì la notte
All’inizio non c’era altra voce
Poi i massi rotolarono sui pendii
Fuori dalle camicette bianche sgusciarono seni
Con capezzoli appuntiti nel creato
Poi silenziosamente
Delicatamente
Impercettibilmente
Si scostò il sipario
Perché sulla scene apparisse il melodramma.

* * *

Quando sotto la stoffa si mosse il tuo seno,
Mentre correvi a prendere la palla con la racchetta
I sussulti formarono quella piega
Che ancora mi fa trasalire l’anima
Quando una folata di vento scuote la cortina della mia stanza.

Questo all’inizio attrasse la mia attenzione –
Tanto che, anzi, distinsi subito tra tutte le altre
La curva dei tuoi glutei
E vidi improvvisamente una striscia nuda del tuo corpo
Sopra la calza,
E mentre distendevi una tibia e un braccio
Vidi descriversi fugacemente ma rettamente
L’angolo delle tue cosce.
E così, prima di vederlo
Sentii che mi sarebb piaciuto molto il tuo viso –
E questo accadde.

 

Andreas Embirikos
(Brăila, Romania, 1901 – Atene, 1975)

amore nell’immondezzaio

dici: amo amare nell’immondezzaio
no la città immondezzaio circonda me e te
ci amano i colombi, spelacchiati come topi
i topi tra la carta si agitano frusciando come colombi

qui dietro i garage accanto a serbatoi arrugginiti
Dio! finalmente… Signore! siamo soli…
mattoni pietre bottiglie rotte –
la natura stupenda e il campo per l’amore

ah questi bottonicini bottoncini bottoncini…
la lampo! – ed esci dal bozzolo
abbracciandoci accarezzandoci siamo sempre bachi
aspetta aspetta! diventeremo farfalle

un quadrato di cielo spicca in alto sull’immondezzaio
il Suo alto Occhio è benevolo verso di noi:
tetti e finestre a mo’ di pozzo – e sul fondo –
due vermi bianchi – l’Unità – l’Essere

Genrich Veniaminovič Sapgir (1928 – 1999)
(trad. P. Galvagni)

diario della strage

Nizza, 14 luglio 2016

Stanotte ho sognato un viaggio
che non poteva partire
perché nessuno conosceva la destinazione
tutti giocavano ad acchiapparella
tranne me che al telefono
ansiosamente chiedevo direzioni
a una linea sempre interrotta.
Al risveglio pioveva
una pioggia di luglio compatta e profumata
nel grigio ho studiato con metodo
Mozart (Sonata K. 333 in Si bemolle maggiore)
ho risolto quasi tutte le difficoltà tecniche
fatto quadrare i tempi sistemato gli abbellimenti.
Sapevo tutto dei morti
volevo solo evitare il frastuono
rimanere lì ancora con il pigiama addosso
la barba di ieri
premere i pedali scalzo
sciogliere le tensioni allineare i tendini.
Qualche giorno fa a proposito
ci è entrato in casa un grosso geco
i bambini erano sovraeccitati
non volevamo ucciderlo solo farlo uscire
ma è caduto nella vasca da bagno
si è staccato un pezzo di coda
guizzava rapidissimo lungo le pareti lisce
tracciando scie di sangue
alla fine siamo riusciti a rinchiuderlo in una pentola
e l’abbiamo gettato in giardino
per un po’ ha finto di essere morto
poi è scomparso
la coda invece ha continuato a vibrare a lungo.

perché non sono un poeta

Non sono un pittore, sono un poeta.
Perché? Penso che mi piacerebbe
di più essere pittore, ma così non è. Bene,

per esempio, Mike Goldberg
comincia un nuovo dipinto. Arrivo io.
“Accomodati e bevi qualcosa” fa lui.
Io bevo; noi beviamo. Io alzo lo sguardo
“C’hai messo SARDINE.”
“Sì, ci mancava qualcosa in quel punto.”
“Ah.” Vado e passano i giorni
e càpito ancora. Il dipinto
va avanti, e io vado, e i giorni
passano. Ricàpito. Il dipinto è
finito. “Dov’è finito SARDINE?”
Tutto quello che è rimasto sono solo
lettere, “Era troppo,” dice Mike.

Ma io? Un giorno penso a
un colore: arancione. Scrivo un verso
sull’arancione. Presto diventa tutta una
pagina di parole, non versi.
Poi un’altra pagina. Ce ne vorrebbero
di più, non di arancioni, ma di
parole, di come terribile sia l’arancione
e la vita. Passano i giorni. Diventa
prosa, sono un vero poeta. La mia poesia
è finita e non ho ancora nominato
l’arancione. Sono dodici poesie, le chiamo
ARANCE. E un giorno in una galleria
vedo il quadro di Mike, chiamato SARDINE.

(Frank O’Hara)
traduzione di Renata Morresi – da qui

la ghiandaia

Sto qui, dove tra i rami
si aggira la ghiandaia,
mi approssimo a un segreto
che sfugge alla coscienza.

Preme cuore polmoni
mozzandomi il respiro,
mi sta in punta di lingua
e non trovo parole.

Non so se lo contengano
o il vento, o una cosa.
Forse un fruscio d’ala
tiene il senso del mondo?

È rimasta un’azzurra
penna sopra la sabbia:
un’acuta risposta
giace nella mia mano.

Günther Eich (traduzione mia)