colloqui – 4

Sono pochi gli indizi: il colpo di glottide
la piega delle labbra
il fianco della mano che sfiora il calore
nessuno potrebbe riconoscerti
così lontana da stessa
solo gli occhi ti tradiscono
la luce nera che non ti abbandona
mentre ruoti lo sguardo per seguire
la curva il dolce affondo delle sillabe.

adolescente

Su te, vergine adolescente,
sta come un’ombra sacra.
Nulla è più misterioso
e adorabile e proprio
della tua carne spogliata.
Ma ti recludi nell’attenta veste
e abiti lontano
con la tua grazia
dove non sai chi ti raggiungerà.
Certo non io. Se ti veggo passare
a tanta regale distanza,
con la chioma sciolta
e tutta la persona astata,
la vertigine mi si porta via.
Sei l’imporosa e liscia creatura
cui preme nel suo respiro
l’oscuro gaudio della carne che appena
sopporta la sua pienezza.
Nel sangue, che ha diffusioni
di fiamma sulla tua faccia,
il cosmo fa le sue risa
come nell’occhio nero della rondine.
La tua pupilla è bruciata
dal sole che dentro vi sta.
La tua bocca è serrata.
Non sanno le mani tue bianche
il sudore umiliante dei contatti.
E penso come il tuo corpo
difficoltoso e vago
fa disperare l’amore
nel cuor dell’uomo!

Pure qualcuno ti disfiorerà,
bocca di sorgiva.
Qualcuno che non lo saprà,
un pescatore di spugne,
avrà questa perla rara.
Gli sarà grazia e fortuna
il non averti cercata
e non sapere chi sei
e non poterti godere
con la sottile coscienza
che offende il geloso Iddio.
Oh sì, l’animale sarà
abbastanza ignaro
per non morire prima di toccarti.
E tutto è così.
Tu anche non sai chi sei.
E prendere ti lascerai,
ma per vedere come il gioco è fatto,
per ridere un poco insieme.
Come fiamma si perde nella luce,
al tocco della realtà
i misteri che tu prometti
si disciolgono in nulla.
Inconsumata passerà
tanta gioia!
Tu ti darai, tu ti perderai,
per il capriccio che non indovina
mai, col primo che ti piacerà.
Ama il tempo lo scherzo
che lo seconda,
non il cauto volere che indugia.
Così la fanciullezza
fa ruzzolare il mondo
e il saggio non è che un fanciullo
che si duole di essere cresciuto.

(Vincenzo Cardarelli)

Puma concolor

I carnivori tendono all’immobilità, gli erbivori al moto? Oppure: le bestie si muovono in proporzione inversa alle dimensioni?
Ai due estremi: le cavie peruviane, in agitazione perpetua nel loro minuscolo universo di paglia e sassi, e il maestoso cammello, che ci osserva muovendo soltanto la mandibola, in una rotazione da ingranaggio. Oppure: i suricati, che si azzuffano in quattro attorno a un guscio d’uovo di struzzo, e l’ippopotamo, immerso per ore e ore, emergendo di tanto in tanto per starnutire enormi spruzzi d’acqua fangosa.
Gli erbivori, comunque, si muovono. La giraffa misura il suo recinto a lenti passi asimmetrici, le zebre si lanciano tra gli struzzi con piccoli trotti zigzaganti, i gibboni eseguono complicati esercizi ginnici o si spulciano l’un l’altro con puntiglio.
Quanto ai carnivori, il lupo e la lince si sono nascosti a dormire dietro gli arbusti, l’ocelot si cela nei recessi bui della sua tana di cemento. I leoni mostrano il profilo intagliato contro il cielo opaco di foschia, le tigri offrono di scorcio la loro bellezza da arazzi, i corpi enormi immobili nel torpore. I ghepardi sono macchie di giallo violento nell’ombra.
Poi, il puma. Testa di gatto montata su corpo da leonessa, percorre il semiperimetro della gabbia: prima il tronco sospeso poi lo scalino di roccia ad esso perpendicolare, e poi indietro, e poi ancora avanti. Senza sosta, senza mai rallentare né accelerare. È così la mattina, è ancora così quando ripassiamo, nel primo pomeriggio.
Poi, all’improvviso, si ferma; siede di fronte a noi. Immobilità araldica. Fissa il vetro, anzi sembra fissare proprio noi, dritto negli occhi. Mi chiedo che cosa veda; se ci veda. Spazza la polvere con l’estremità della coda, ma per il resto sembra non respirare nemmeno.
Ci allontaniamo in punta di piedi.

paesaggio romano

Alle nove del mattino sulla via Salaria
l’amica che smontava dal turno
passava la minigonna a quella che prendeva servizio
e indossava sopra il tanga gli abiti civili
poteva respirare finalmente
liberare i fianchi dalla stretta
l’altra era più giovane più magra
il ventre ancora piatto e le gambe lisce
mandava un ultimo messaggio al cellulare
poi occupava il posto sul bordo del marciapiede
c’era molto sole e anche un po’ di vento
che portava via i fumi di scarico.

estiva – 2

I bambini hanno pelli di lontra
le ragazze camminano
con impresso il segno della resa.
Di quanti corpi puoi leggere il rovescio
indovinare il punto
dove la voce si spezza il futuro
tendersi delle guance.
Tutto si confonde nel bagliore
la pelle tesa a rompere nel grido.

colloqui – 3

Quello che farò con te
sarà l’ultimo tentativo
di assediare il rosso
la fiamma intricata all’iride.
La sera è diventata rapida
senza il tuo richiamo – fioco
alla fine del sonno.
Mi sono visto spegnere la bocca
gli intervalli del respiro troppo brevi
per lasciarmi spazio.
Ricordo a malapena
la tua schiena stretta nel sorriso.
Ho seguito l’odore fino al palmo
dove ho smarrito l’ultimo indizio.

estiva – 1

Resiste a lungo la scia sonora
dell’areo da caccia
anche dopo che è scomparso
dietro l’altura verde di agavi
salutato dai bagnanti additato
dai bambini coperti di sabbia
e briciole di brioche
resta il rombo cupo quando forse
le ali planano già su Grosseto
è uno spettacolo bello l’ordigno
che taglia l’aria in linea retta
parallelo alla costa
chissà il pilota cosa vede cosa
pensa – schermi
cloche pulsanti l’azzurro
del cielo e del mare
fusi insieme a tracciare la rotta.