thanks for all the funding

Dunque, il crowdfunding è finito e abbiamo raggiunto (anzi, lievemente superato) l’obiettivo.

Grazie a:
– tutti coloro che hanno contribuito;
– Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra che mi ha spinto a lanciarmi in quest’avventura;
– Edita e Alessandro Canzian, che l’hanno resa possibile;
– tutti coloro che, non avendo contribuito finora, vorranno farlo in futuro, acquistando il volume appena sarà disponibile.

A questo proposito: il libro andrà in stampa entro brevissimo, e appena pronto provvederemo a spedire le copie a chi di dovere.
Avviserò, a suo tempo, quando saranno in partenza.

Rimanete sintonizzati.

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scene di vita quotidiana in casa editrice

C’era un calvo con Calvino:
a Pavese un pavesino
chiese, e disse: “Non c’è male,
dov’è il monte di Montale?

Vi ha rodati già Rodari?
Porta Mari i calamari?
Dov’è nata Natalia?
Pintor è già in tintoria?

Su che prati Pratolini
va a mangiare i brigidini?
Dov’è il foglio di Fenoglio?
Dov’è l’olio di Dall’Oglio?

Piace a Saba la regina?
Pesca Pascoli in piscina?
Levi Strauss i Levi’s leva
che per primo Levi aveva?

Ungaretti ha bei garretti?
E Canetti fa i confetti?
E Quasimodo è ammodo
per compormi un bell’epodo?

Ha un randello Pirandello?
La Bellonci ha un broncio bello?
E se Ariosto arieggia il mosto,
Tasso tassa il tasso arrosto?”

Ma ecco, un dubbio porge Bobbio:
“È Torino qui, o Cernobbio?
Esaudiamo noi gli autori,
o li monda Mondadori?

Se Rizzoli aizza i cani,
quali piani fa Bompiani?
Qual è il sogno di Sonzogno
(solo a dirlo mi vergogno)?

Ci ha bolliti già Bollati?
O Garzanti ingarbugliati?
Giunti ha unti? Oppur la banda
ce la manda tutta Guanda?

Hai sentito che Rusconi
vuol comprarla Berlusconi?
Ha bei gusti de Agostini?
Sono baldi alla Baldini?”

Dice Sciascia: “Ma che angoscia!
La civetta mi si ammoscia!
Siete un cànchero, una noia:
qui ci vuol Toti Scialoja!”

ci dai una mano?

Il crowdfuding per Approssimazioni e convergenze, je vous rappelle, è ancora aperto.
Siamo arrivati a 670 euro (l’ovetto dice 646, ma alcune persone hanno donato direttamente all’editore, senza passare per il sito).
Vorremmo arrivare a 1000, quindi ce ne servono altri 300 e rotti. Ci sono ancora dieci giorni.

Se vuoi aiutarci, il link è questo.

Intanto, in anteprima, ecco  la serie completa dei disegni che orneranno la parte inedita del libro.

tre traduzioni da Charles Simic

In biblioteca
(per Octavio)

C’è un libro che si chiama
“Dizionario degli Angeli”.
Non lo apre nessuno da cinquant’anni,
lo so, perché quando l’ho fatto io,
la copertina scricchiolava, le pagine
cadevano a pezzi. Lì ho scoperto

che una volta gli angeli abbondavano
un po’ come le mosche.
Il cielo al crepuscolo
ne era sempre pieno.
Dovevi agitare le braccia
solo per tenerli lontani.

Ora il sole splende
per le alte finestre.
La biblioteca è un posto tranquillo.
Angeli e dèi accalcati
in libri scuri mai aperti.
Il grande segreto giace
in uno scaffale accanto al quale
Miss Jones passa nei suoi giri quotidiani.

È molto alta, perciò tiene
la testa inclinata come in ascolto.
I libri sussurrano.
Io non sento niente, ma lei sì.

* * *

Contro l’inverno

La verità è più oscura sotto le palpebre.
Che cos’hai intenzione di farci?
Gli uccelli tacciono; nessuno a cui chiedere.
Tutto il giorno sbircerai il cielo grigio.
Quando soffia il vento tremerai come paglia.

Placido agnello, ti fai crescere la lana
finché vengono a cercarti con enormi cesoie.
Mosche volteggiano sulla bocca aperta,
poi anche loro volano via come foglie,
i rami nudi tesi invano verso di loro.

Arriva l’inverno. Come l’ultimo eroico soldato
di un’armata sconfitta, starai al tuo posto,
testa nuda ai primi fiocchi di neve.
Finché un vicino arriva a urlarti,
Charlie, sei più matto tu del clima.

* * *

Hotel Insonnia

Mi piaceva il mio bugigattolo,
con la finestra contro un muro di mattoni.
Alla porta accanto c’era un pianoforte.
Qualche sera al mese
un vecchio storpio veniva a suonare
“My Blue Heaven”.

Ma perlopiù era tranquillo.
Ogni camera col suo ragno infagottato,
che catturava mosche in una tela
di fumo di sigaretta e fantasie.
Tanto scuro
che nel farmi la barba non mi vedevo la faccia.

Alle cinque di mattina, piedi nudi al piano di sopra,
l’indovino “zingaro”,
con la vetrina all’angolo,
andava pisciare dopo una notte d’amore.
Una volta anche i singhiozzi di un bambino.
Talmente vicini, che pensai,
per un momento, di star singhiozzando io.

Charles Simic
(traduzioni mie)

spot the difference

Qual è la differenza tra dire di amare la poesia e aiutare la poesia?
Certe volte, molto prosaicamente, sta nel mettere mano al portafoglio.

Per esempio: se tu, amato lettore, mon semblamble, mon frère, sei qui su questo blog è perché (presumo) di piace ciò che scrivo.
Ebbene, come ti ho ripetuto plusieurs fois, c’è per l’appunto in corso una campagna di crowdfunding, volta alla pubblicazione del mio prossimo libro, alla quale puoi aderire a questo link, con qualche semplicissimo click.
Siamo al 60% circa e mancano ancora 16 giorni. Forse possiamo farcela. E allora perché, dimmi, perché non contribuisci anche tu?
Intanto, eccoti qui un secondo video con una poesia recitata da me medesimo in persona.

 

cinque poesie di Pierluigi Cappello

 Pierluigi Cappello è morto oggi, a cinquant’anni.

* * *

Elementare

E c’è che vorrei il cielo elementare
azzurro come i mari degli atlanti
la tersità di un indice che dica
questa è la terra, il blu che vedi è mare.

* * *

Lascio la camera com’era quando era nei tuoi occhi,
incontrarti è il sapore che trattengo nel sorso di caffè.

Tra il piacere e quel che resta del piacere
il mio corpo sta come un posto dove si piange
perché non c’è nessuno.

Un giorno settembre era limpido e ventoso
il silenzio ammutoliva, la terra tornava al cielo.

* * *

Piove

Piove, e se piovesse per sempre
sarebbe questa tua carezza lunga
che si ferma sul petto, le tempie;
eccoci, luccicante sorella,
nel cerchio del tempo buono, nell’ora
indovinata
stiamo noi, due sguardi versati in un corpo,
uno stare senza dimora
che ci fa intangibili, sottili come un sentiero
di matita
da me a te né dopo né dove, amore,
nello scorrere
quando mi dici guardami bene, guarda:
l’albero è capovolto, la radice è nell’aria.

* * *

Parole povere

Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo
l’altro mette il portafoglio nero
nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro.

Una sarchia la terra magra di un orto in salita
la vestaglia a fiori tenui
la sottoveste che si vede quando si piega.

Uno impugna la motosega
e sa di segatura e stelle.

Uno rompe l’aria con il suo grido
perché un tronco gli ha schiacciato il braccio
ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato
e io c’ero, ero piccolino.

Uno cade dalla bicicletta legata
e quando si alza ha la manica della giacca strappata
e prova a rincorrerci.

Uno manda via i bambini e le cornacchie
con il fucile caricato a sale.

Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera
Isolina portami un caffé, dice.

Uno bussa la mattina di Natale
con una scatola di scarpe sottobraccio
aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato
zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando.

Una esce di casa coprendosi un occhio con il palmo
mentre con l’occhio scoperto piange.

Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti
anche l’altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti.

Una scrive su un involto da salumiere
sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.

Uno prepara un cartello
da mettere sulla sua catasta nel bosco
non toccarli fatica a farli, c’è scritto in vernice rossa.

Uno prepara una saponetta al tritolo
da mettere sotto la catasta e il cartello di prima
ma io non l’ho visto.

Una dà un calcio a un gatto
e perde la pantofola nel farlo.

Una perde la testa quando viene la sera
dopo una bottiglia di Vov.

Una ha la gobba grande
e trova sempre le monete per strada.

Uno è stato trovato
una notte freddissima d’inverno
le scarpe nella neve
i disegni della neve sul suo petto.

Uno dice qui la notte viene con le montagne all’improvviso
ma d’inverno è bello quando si confondono
l’alto con il basso, il bianco con il blu.

Uno con parole proprie
mette su lì per lì uno sciopero destinato alla disfatta
voi dicete sempre di livorare
ma non dicete mai di venir a tirar paga
ingegnere, ha detto. Ed è già
il ricordo di un ricordare.

Uno legge Topolino
gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio
e si è fatto in casa una canoa troppo grande
che non passa per la porta.

Uno l’ho ricordato adesso adesso
in questo fioco di luce premuta dal buio
ma non ricordo che faccia abbia.

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
la parola amen
perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu.

E io dico che mi piace la parola amen
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
e di pietà dentro il silenzio
ma io non la metterei la parola amen
perché non ho nessuna pietà di voi
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
e l’allegria dei vinti e una tristezza grande.

* * *

Gattino

Se tu lo prendi in mano
è tutto peli ed ossa,
ma l’occhio è sveglio e sano
guardingo ad ogni mossa;
lasciato sul cuscino
si libera nel gioco
il piccolo felino
lampo d’astuzia e fuoco;
si lancia e caprioleggia
nel cuore della vita
la zampa che dardeggia
insegue le tue dita
e dopo, con ardore,
lui sfreccia per il letto
e ti conquista il cuore
quando ti salta in petto
e allora ti incatena
più dolce, l’infedele,
di una scodella piena
di latte con il miele.

 (Pierluigi Cappello, 1967 – 2017)