voi che per li occhi

Voi che per li occhi mi passaste il core…
(Guido Cavalcanti)

Valeva la pena vi dico
perla rubino giaietto
li conoscevo come voi
carta morta di poeti

poi la lama
il lampo l’abbaglio
ho dovuto chiuderli gli occhi
è stato un attimo

ma valeva la pena vi dico.

(nell’immagine: Cristofano Allori, Giuditta e Oloferne)

consigli di lettura

Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina
(Giovanni 5, 7)

ho soltanto visto l’angelo afferrare
la mano del più forte e trascinare
in fondo al fiume l’immobile potenza
del mio dio
rannicchiato dietro l’angolo del tempio
la sera quando i ciechi dormivano
e sugli stracci versavano la fame
strisciavo solo sulla terra dei dispersi
come l’aria sopra l’acqua di un dolore

trentotto gli anni scivolati dalle gambe
ho inciso i miei giorni sotto i portici
nascondendo nel vuoto delle ossa
l’indifferenza del mio dio
ma un mattino il sole si è levato dalle mani
e ho visto la paglia infuocarsi nell’aurora
non è stato un angelo a passare quella porta
ma un uomo con il volto scheggiato dall’amore

Laura Corraducci
da Il Canto di Cecilia e altre poesie
(in uscita per Raffaelli Editore, 2015)

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scattered self

I like the smile on your fingertips…
(Bob Dylan)

Sarebbe bello (penso certe volte)
non essere così interi
potersi disseminare

immagina per esempio
cedere in pegno
una briciola di sé

accarezzandoti potrei
lasciarti sulle guance
una promessa di sorriso

mirror, mirror…

Quest’unico capello
bianco che mi decora
la fronte – puntuale
alla svolta dei quaranta –
sarebbe facile (troppo)
strapparlo. Meglio piuttosto
iniziare a integrarlo
nell’immagine di sé
prenderlo insomma
come un primo tassello di futuro
arrivato in anticipo
(ma neanche poi tanto).

io, noi, voi

Dante, aprendo la Commedia, scrive:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura.

Il poema, pur così potentemente pervaso della personalità dantesca, si pone da subito in un’ottica collettiva. Il mi è in realtà – allegoricamente – un ci, e la vicenda individuale si amplifica in una universale.

Una cinquantina d’anni dopo, Petrarca apre il Canzoniere con:

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva il core
in sul mio primo giovenil errore…

L’unità del “noi” si è scissa in una diade voi / io, dove è l’Io a raccontare la propria esperienza, proponendola all’ascolto di un Voi esterno. L’identificazione è solo ipotetica, ottativa, basata sulla consonanza di esperienze individuali (“ove sia chi per prova intenda Amore / spero trovar pietà”).
(Dove invece i “fedeli d’amore” stilnovistici erano un gruppo accomunato già in partenza da una consonanza innata: il “cor gentile”, al quale Amore “rempaira […] come l’augello in fronda”).

Ecco, quello che è successo in quei cinquant’anni è stato definitivo, almeno per la tradizione lirica occidentale. Tutti i tentativi di scardinarlo, finora, sono andati a vuoto.
Nous sommes Petrarca, che ci piaccia o no.
(E a me non piace granché).