tre poesie di Paolo Castronuovo

l’amore passa sempre dalle scale
bagna la riva della tua porta
scappa dopo aver suonato
i capelli un vestito corto e le infradito
s’affacciano alla tromba
il suono ruzzolante della mia corsa è già via
nel mio appartamento sbatto il portone
il portiere alza lo sguardo e tu pronta
a imbucare la veste fiorata tra le cosce
fin quando non si rintani nel gabbiotto
l’amore viaggia sempre su più piani
ma lo travesto da scherzo
purché tu muova due passi verso me

* * *

hai fatto la ceretta oggi
l’ho notato dalle gocce
che correvano libere
senza inciampare ai pori irti
dove il pelo comincia
il giorno dopo a fare capolino
lungo le strade avvallate all’inguine
la mia barba di ha affannato
stupita al buio vaporizzato di un abatjour
a mo’ di fuoco artificiale
sei esplosa dalle gambe fino al seno

* * *

il ciliegio perde scaglie di smalto
con l’arrivo dell’autunno
il mio fiato caldo balbetta
aumenta di frequenza ai morsi
il tuo respiro
mi guarda dalla torre delle voglie
costellazioni di nèi mi cadono addosso
esaudiscono i desideri nelle scie dei sussurri
che ci amalgamano nella fine.

(da “Labiali”, Pietre Vive 2016)

alive and well

Dunque, un po’ di numeri.
Fra il 2014 e il 2017, ho scritto qualcosa come trecento poesie circa: una media di una ogni tre o quattro giorni.
Ho pubblicato tre libri di poesia, un libro di racconti e un saggio, senza contare svariati testi in antologie, alcuni articoli di linguistica, un mare di roba uscita su blog vari e le cose che scrivo per Jazzit (se vi interessa, trovate la lista completa qui).
Ho altri due libri di poesia praticamente già pronti (uno già con l’editore trovato, l’altro forse) e altri due allo stato di abbozzo; avrei in mente altri due saggi di tema musicale: per uno ho già l’editore, per l’altro sono in trattative.
Ecco, io mi fermerei un attimo. Anzi, per quanto riguarda la poesia mi sono già fermato: nell’ultimo paio di mesi non ho scritto quasi nulla, se non quattro o cinque abbozzi.

Non si tratta di blocco dello scrittore, perché in teoria volendo potrei anche scrivere. Idee me ne vengono, di continuo, però succede una cosa strana: mi arriva in mente un verso o due, me li rigiro per un po’ e poi li cestino. Non sono brutti, anzi direi che verrebbero fuori delle cose decenti, solo mi pare non abbia molto senso scriverle, perché non sarebbero nient’altro che la ripetizione di cose già scritte tante altre volte.
Non so quanto durerà, ma per ora va bene così.

P.S.: Prossimamente, di tanto in tanto, se e quando mi va, continuerò a mettere qui cose scritte nel 2016 che non avevo ancora pubblicato. Rimanete sintonizzati.

robetta mia + appuntamento

Su Regina Mab, un mio pezzo in cui parlo di due argomenti che mi stanno molto a cuore: Andrea Pazienza e Robinson Jeffers.

Su Laboratori Poesia, alcuni testi dal mio Oltre il margine, con una nota di Fulvio Segato.

Infine, per chi si trovi da queste parti, il 21 febbraio a Perugia parlerà Milo De Angelis.
Io ci sarò, e ci porterò anche i ragazzi della mia scuola, perché bisogna pure che capiscano che i poeti non sono tutti morti.

de-angelis_21022017

contro la poesia

È una cosa tanto brutta
scrivere poesie

bisogna essere ben sazi
ma allo stesso tempo sentirsi insoddisfatti

bisogna guardare a lungo lo specchio
fingendo di provare fastidio

auscultarsi le viscere
alla ricerca di un minuscolo dolore

e quando lo si è trovato
compiacersi di un aggettivo o di una callida iunctura

bisogna credersi molto importanti
per scrivere poesie

io per esempio oggi che c’è nebbia
e oltre il balcone vedo solo le sagome grigie degli alberi

io avrei tanta voglia di liquefarmi
di vaporizzarmi sublimarmi

insomma sparire una volta per tutte
smettere di contribuire al frastuono.

humour latino

Bononiensis Rufa Rufulum fellat,
uxor Meneni, saepe quam in sepulcretis
vidistis ipso rapere de rogo cenam,
cum devolutum ex igne prosequens panem
ab semiraso tunderetur ustore.

La bolognese Rufa fa i pompini a Rufolo,
la moglie di Menenio, quella che sovente
al cimitero hai visto rubare la cena sui roghi,
mentre inseguendo un pane rotolato dal fuoco
se la sbatteva il crematore semirasato.

(Catullo, Carmina, LIX)

Nota
Rufolo è un personaggio non meglio identificato, mentre il nome del marito di Rufa, Menenio, richiama una delle più antiche gentes aristocratiche romane, rendendo più grottesca la degradazione della donna.
Nei versi finali, l’allusione è alle offerte di cibo che si lasciavano sui roghi dei defunti; alle cremazioni in genere era addetto uno schiavo, che qui per di più ha la testa “semirasata” per punizione.